Lo scrittore tiranno: sulla difficoltà di replicare ai commenti di un proprio scritto

La scrittura è tiranna. Il carattere radicale della parola la rende lacerante e oppressiva. Coscienza dispotica e infelice: un atto cruento e unilaterale che non può aprirsi all’altro. Almeno non impunemente e non senza conseguenze. La liberalità del dibatitto, della discussione a fondo pagina, negli ingorghi delle pendenze verticali del blog, tenta di risistemare ciò che per il narratore non è possibile modificare. Il dibattito successivo alla scrittura prova a coinvolgere l’autore in una sorta di continuità artificiale tra un passato indiscutibile e un presente argomentabile, come se lui, lo scrittore appunto, potesse passare da un linguaggio ad un altro come da un vestito ad un altro. Allora mi rileggo le parole di Barthes, a proposito della tavole rotonde (Roland Barthes in Miti d’oggi), e cerco di rimetterle all’oggi: “terrorista quando la scrive, diventa un perfetto liberale quando l’abbandona: ad un tempo radicale e indifferente, l’autore è doppiamente estraneo al dibattito: lo è in modo aggressivo quando crea e lo è in modo passivo una volta che questa creazione ricade per lui nel passato”.

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One thought on “Lo scrittore tiranno: sulla difficoltà di replicare ai commenti di un proprio scritto

  1. Sì. Huysmans diceva spesso che l’autore dovrebbe morire dopo aver scritto. Per lasciare il testo fare il suo percorso nelle coscienze senza mappe di orientamento, pareri “pro veritate”, interpretazioni autentiche. C’è tanto da riflettere anche sul fatto che sono assurti a mito quasi immediatamente gli artisti morti giovani; morti prima di commettere un peccato difficilmente perdonabile, oggi più di ieri: sopravviversi.

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