Gli enarchi hanno cambiato solo l’abito. Di Emanuele Giannone e Pietro Stara

Si narra a Montalcino di un figurante nell’almanacco di Gotha, il quale lamentavasi della disdicevole infrequenza del bere bene in paese e sommamente tra i suoi vignaioli, e ascriveva codesta incresciosa lacuna a cagione che bene rendeva con eloquente e nobile gesto, ovvero l’alternato movimento del dito pollice e del dito indice posti a contatto, e questo suggellava con un poetico “… perché pe’ beve bene, ce vonno questi!”, con ciò intendendo i dobloni.
Lo sport più diffuso a livello nazionale è la Reazione. La Reazione è organizzata in diverse divisioni: nella massima, quella per campioni e grandi direttori tecnici, i reazionari giocano a negare la contendibilità della conoscenza: che è grande diletto e somma utilità solo finché gestita dai campioni della Reazione, esegeti e divulgatori patentati – gli stessi che si sbracciano e sbraitano invocando il fallo o il fuorigioco quando della conoscenza perdono il controllo e il dosaggio, vedendola fuggire in contropiede nei mille rivoli della modernità liquida. Poi ci sono le divisioni via via inferiori, dove le pippe giocano ancora a ruzzica e zompafosso.
Anche nel vino si gioca alla Reazione. Le varie fazioni amano darsele di santa ragione: le vecchie signore della situazione pretendono di maramaldeggiare mercé del palmares, dell’esperienza, della scienza che brandiscono come corpo contundente e argumentum ab auctoritate. Alle vecchie signore del vino piace vantare i trofei, che variano dagli anni di anzianità etilica alla paternità della scoperta di produttori cult, dalla pretesa di oggettività a quella di aver degustato per primi Hispaniola, il telegrafo senza fili e il bosone di Higgs. Gli emergenti tengono dietro con campagne acquisti da capogiro, fanno incetta di assi stranieri ma alternano sempre partite memorabili a inopinati scivoloni. A metà classifica si vivacchia da attendisti, senza titoli in bacheca ma pieni d’ardore, di sete e di malinconia, impetrando fino alle ore antelucane il conforto social di inesistenti o contumaci compagni di bevute. La lotta per non retrocedere vede invece il climax dell’agonismo e delle reciproche scorrettezze. Se lasciamo da parte la media e la bassa classifica, in quella alta troviamo sostanzialmente due variazioni di elitismo etilico, più plateale quello degli emergenti, più supponente e codino quello delle vecchie signore. Gli emergenti, a ben vedere, null’altro sono che i figli spurî e gli emuli delle élites, che vorrebbero tanto defenestrare; ciò che pensano di agevolare sbattendo in faccia a tutti bevute sensazionali, secondo il principio che con due bitcoin di senso compri due chili di prestigio. Per loro la stappatura è teleologicamente orientata al tweet e al post, duplice ipòstasi dell’agognata superiorità di razza. Questa compagine rompe molto le palle in generale e in particolare proprio alla razza padrona delle vecchie signore, le quali accettano la sfida e cambiano modulo: accantonano le trombonate retoriche, demandano le invettive ai loro valvassini e tifosi, e scendono in campo nella nuova, fiammante divisa da populisti enoici. Dal via-dal-volgo al We, the People. Perché la gente è stufa dei vini da ricchi, degli sfoggi di burgundofilia, del disprezzo delle patrie effervescenze, dell’Italia operosa e ignorata, in breve è stufa di quelli là, gli enofighetti. Per soprammercato, vagheggiano il ritorno al piccolo mondo antico dei vini confidential, buoni e negletti, e giù filtri seppia ed eravamo-quattro-amici-al-bar e altre rêveries da Amaro alle erbe di montagna, andando dritti dritti al cuore dello strapaese.
Ora, che i gagà del vino meriterebbero la DDR di Ulbricht (e i suoi vini, importati dai più solatii lembi del Comecon) è certo. Trascendendo l’antipatia, ci sarebbe però da interrogarsi sul pulpito dal quale origina la predica. E proprio questo dubbio ci porta a scoprire la nuova frontiera del populismo enoico: la sua ibridazione col leaderismo assoluto, con il culto della personalità e con la sua corte. Accade così che uno, dieci, mille Pinco Pallino, afflitti dal complesso di inferiorità verso papi, vinosauri, eno-snob, droidi da degustificio e altri pezzi da Max-Planck-Museum, si sentano avulsi dal contesto e dal dibattito, vittime del grande equivoco tecno- e meritocratico per cui ha titolo a parlare solo chi più ne sa (e meglio beve). Soffrono, i Pinco Pallino, hanno bisogno di carezze di endorsement. E, per riceverne, diventano piccoli dittafoni: ripetono quod Principi placet, lasciano che il principale parli in loro vece, ne cercano il favore con appassionate dichiarazioni di voto, col tifo e coi florilegi di like, quoto, condivido e sottoscrivo apposti ai post. Reagiscono da claque ad arguzie e motti salaci del capo. Rispondono sdegnati a qualsiasi critica al Politbjuro, perché il principale è persona di spirito per definizione e mal per chi non lo coglie, e poi lui ha scienza ed esperienza, ergo merita rispetto. In cuor suo ciascun Pinco Pallino nutre un certo risentimento verso chi sta in alto e sempre ci starà, ma lo stempera in peana, epinici e varie attestazioni d’amore al leader. Grazie a ciascun Pinco Pallino, e oltre la portata del suo pallinoscopio, si vede realizzata anche nel vino la profezia di Michael Young: alla prova dei fatti, la meritocrazia è riorganizzazione delle élites e in particolare delle disuguaglianze che sembravano superate con la fine dell’aristocrazia. Gli enàrchi hanno cambiato l’abito e sono rimasti ai posti di comando con uniformi di nuovo disegno ma sempre grondanti migliaia di mostrine e decorazioni liquide, un po’ scienziati e un po’ stregoni, fisici e metafisici, scientisti e tecnocrati, custodi della verità del vino.
La finalità di questi discorsi deve essere letta, dunque, non tanto nel senso interpretativo che essi danno, quanto nella loro capacità di posizionare poteri politici all’interno di un determinato campo. Le affinità elettive tra personaggi apparentemente lontani, in uno scacchiere in cui alto e basso servono soltanto a certificare l’adesione ad un modello di potere definito, si risolvono in comunanze di idee che stabiliscono che solo e soltanto loro hanno la capacità, in via oggettivante, di poter parlare di vino e che, secondariamente a questo, soltanto loro sono deputati a discorrere di esso. L’attacco rivolto ad altri soggetti che, direttamente o indirettamente, hanno lasciato spazio alla formazione di nuovi poteri, ha unicamente la funzione di rivendicare la propria titolarità politica nel campo del discorso vinoso: questo significa che chiunque tenti di mettere in dubbio il loro ruolo preminente verrà escluso dalla parola. La verità del discorso, per queste confraternite, deve perciò velarsi da verità scientifica, perché il loro potere non è mai stato quello di coloro che lo possiedono di diritto e secondo rituale richiesto, ma secondo un’investitura divina. La risposta va cercata in ciò che Foucault avrebbe definito come “società del discorso”: “la dottrina lega gli individui a certi tipi di enunciazione per legare gli individui tra di loro, e differenziarli per ciò stesso da tutti gli altri. La dottrina effettua un duplice assoggettamento: dei soggetti parlanti ai discorsi, e dei discorsi al gruppo, per lo meno virtuale, degli individui parlanti”(L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola).
E il leader? Beh, il leader ha vinto a man bassa. Gli è bastato cambiare divisa, darsi l’aria popolare, lasciare il lavoro sporco e il sottobosco social a poche unità della guardia personale: gli emergenti hanno perso lo scontro diretto, il derby della Reazione lo stravincono i vecchi. Perché a differenza dei monocordi, monoespressivi, glitteratissimi emergenti, il leader è proteiforme, colto e adattivo, sa intercettare il consenso popolare e ne è giustamente gratificato. Ora adatta contenuti e forme alla vulgata anti-elitaria, lui che di una élite è membro e custode, avendone seguito l’intero cursus honorum, già bambino prodigio, poi enfant gâté, finalmente senatore attraverso tutti gli scatti di anzianità. E tuttavia – a quel paese quel babbeo di Leonardo Bonucci – visto che non conta solo vincere, ma partecipare, perché non guardare anche a come ha vinto? A quei contenuti e forme? A chi parla, il leader? Ebbene: non già alla frammentaria realtà postmoderna di intelletti ed espressioni individuali e concorrenti, bensì a una comunità chiusa, a suo dire accerchiata, in realtà bellicosa e ben munita, depositaria esclusiva della verità e sua unica, plausibile esegeta. Parla degli altri da populista, fa apporre l’omissis al proprio nome nell’almanacco di Gotha e intanto bolla gli altri come élites. Spara loro a raffica dalla sua vetta, per la gioia dei cortigiani e di Pinco Pallino. Intanto, saluta questi e quello con benevolenza. Nel salutarli pensa, come in genere fa chi è in vetta, di meritar la vetta solo lui e di volerci restare sempre, giudicando di conseguenza chi gli è sotto.
Contento Pinco Pallino, contenti tutti.

Foto tratta da wikipedia common

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