Gli Assiri e il primo catasto vinicolo.

rilievo-con-il-banchetto-del-re-assurbanipalUn impero conosciuto per la sua ‘ferocia’[1], quello degli Assiri, annovera nella sua storia uno dei primi catasti alimentari conosciuto (sotto Assurnasirpal II, 884 –859 a. C.):  il censimento delle risorse agricole lungo il corso superiore del fiume Balikh, a est di Crademish, enumera decine di viti.

Vengono piantate vigne sia  a Yaluma, nella parte orientale del territorio, sia a nord est di Ninive, fino ad una altezza di 1500 metri sul mare, nella zona di Zamua, nel distretto di Sulaymanyah. Quello di Zamua è un vino conosciuto in tutta l’antichità, che viene poi ripreso, non in termini letterali, ma territoriali (riva orientale del Tigri e lungo il Khabur), dall’Anabasi di Senofonte.[2] Hyams[3] afferma che, a quell’epoca «il fatto che i migliori vini provengono dalle regioni montuose o almeno collinose era già noto». E’ con il trasferimento a nord, lontano dal dominio precedente delle città sumere meridionali, che il centro di potere assiro si avvicina al cuore delle regioni viticole e mette a frutto le competenze agricole accumulate dai popoli che abitavano le valli fra il Tigri e l’Eufrate.[4]

Quando Sennacherib (in lingua accadica Śïn-ahhe-eriba [il Dio della luna] ‘Sin ha preso mio fratello al mio posto’), figlio di Sargon II, al quale succede sul trono di Assiria il dodicesimo giorno di Ab (luglio-agosto del 705 a. C.) assedia la città di Lachish durante la sua campagna di conquista della Palestina[5], nel 701 a. C., essa è circondata da viti a cespuglio, più facili da coltivare rispetto alla pergola (così sono raffigurate nei rilievi in pietra del palazzo di Ninive). Già prevale, nell’Antica Palestina, l’idea che l’alberello, oltre che più facile, sia anche più adatto a maturare e ad accogliere il sole nelle zone collinari, mentre la pergola, secondo la tradizione importata dall’Egitto, si adatta meglio a zone pianeggianti e aperte. Isaia, considerato dalla Bibbia uno dei profeti più importanti assieme ad Elia, che vive durante l’invasione assira e di cui si perdono le tracce intorno al 700 a. C., fornisce una linea di condotta pratica al vignaiolo: «Voglio cantare per il mio diletto un cantico del mio amico circa la sua vigna. Il mio diletto aveva una vigna su una collina molto fertile. La circondò con una siepe, ne tolse via le pietre, vi piantò viti di ottima qualità, vi costruì in mezzo una torre e vi scavò un torchio. Egli si aspettava che producesse uva buona, invece fece uva selvatica[6].» A parte l’esito finale della frase riportata, che rimanda ad una metafora pedagogica e religiosa, si evidenzia ancora una volta come la collina sia luogo prediletto per la coltivazione della vite e che questa debba essere scelta, quindi selezionata ed allevata, tra le varie tipologie conosciute. Il terreno infine, deve essere curato (in questo caso ripulito): ciò ad aggiungere l’importanza della composizione organica, in senso agronomico, della base fertile e minerale del terreno su cui cresce la vite.

[1]    La Mesopotamia, terra tra i due fiumi, Tigri ed Eufrate, fu la sede della civiltà assira (II millennio a.C.). Il nome degli Assiri derivava dal dio Assur e Assur era anche il nome della capitale, circondata da mura imponenti e da 13 porte d’ingresso.
Cfr. Eva Cancik-Kirschbaum, Gli Assiri, Il Mulino, Bologna 2007

[2]    Cfr. Patrick McGovern, L’archeologo e l’uva, Carocci, Roma 2004, pag. 194

[3]    E. Hyams, Dionysus: A Social History of the Wine, London, 2a ed., Sidgwick and Jackson, London 1987, pag. 38

[4]    Alfredo Antonaros, La grande storia del vino, Bologna 2000, pag. 22

[5]    Nel regno di Giuda scoppia una ribellione appoggiata dall’Egitto e guidata da re Ezechia. Sennacherib penetra nel territorio della Palestina e ne approfitta per saccheggiare diverse città del regno di Giuda e per stringere d’assedio Gerusalemme, ma presto torna a Ninive, senza che Gerusalemme venga toccata.

[6]    Isaia, 5, 1-5

 

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