PERCHE’ NEBBIOLO NON SIA SOLO UNA MENZIONE. Di Michele Antonio Fino

 

indiani_americaI piccoli vignaioli del Piemonte che – al di fuori delle zone che sono comprese nei territori della DOC Langhe dove è possibile produrre Langhe DOC Nebbiolo e della DOC Nebbiolo d’Alba – coltivano e intendono coltivare il Nebbiolo, sono persuasi che sia un loro diritto menzionare questa varietà, nell’etichettatura dei vini a denominazione di origine che ne derivano.

Essi riconoscono che le DOC Langhe e prima ancora Nebbiolo
d’Alba hanno negli anni creato la vasta fama e la rispettabilità del nome di questa antica varietà, ma sono altrettanto serenamente convinti che il Nebbiolo, in quanto uva, cioè materiale vivente, non sia appannaggio di un solo territorio, come d’altronde, nel solo Piemonte, testimoniano le tradizionali coltivazioni di tale uva non solo nel sud della regione, ma anche nel nord, con particolare e non esclusivo riferimento a Canavese, Val di Susa, Colline Novaresi. I vignaioli piemontesi tutti riconoscono una non diversa antichità di tradizione e rispettabilità di coltivazione ai grandi vini legati a toponimi in cui il Nebbiolo è stato allevato con risultati eccellenti, dando vita a giustamente celebrate denominazioni: Barolo, Barbaresco, Roero, Bramaterra, Lessona, Fara, Boca, Ghemme e Gattinara.

Poiché da un lato il diritto internazionale (con l’art. 24 degli accordi TRIPS) esclude che possa essere riservato e protetto come un’indicazione geografica esclusiva di un’area il semplice nome di una cultivar e, dall’altro, le fortune contemporanee del nebbiolo sono dovute ai tanti vignaioli che nelle terre sino ad ora protette con denominazioni biunivocamente legate a quest’uva hanno lavorato con abnegazione e lungimiranza, è necessario un bilanciamento fra diritto astrattamente previsto e tradizione produttiva, onde evitare che l’affermazione del primo si trasformi in un indebito vantaggio competitivo.

Pertanto i vignaioli del Piemonte unitamente alla richiesta di prevedere finalmente la menzione Nebbiolo tra quelle associabili alla Denominazione di Origine Protetta Piemonte, chiedono che tale menzione sia accompagnata da una modifica del disciplinare che dimostri di riconoscere l’unicità di questo vitigno nella sua affermazione storica, ponendo un baluardo contro la produzione di vini indegni di fregiarsi di un nome che in questa regione evoca rispetto, prestigio, qualità.

Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka
Tȟatȟaŋka Iyotȟaŋka

Per questo, è condicio sine qua non che la menzione Nebbiolo si possa aggiungere alla DOC Piemonte, secondo un rinnovato disciplinare quando:
– il vino derivi da vigneti composti al 100% del vitigno Nebbiolo;
– la giacitura e l’altitudine dei terreni idonei sia predeterminata secondo i moderni criteri di zonazione, verificabili mediante il cruscotto regionale creato dal CSI, procedendo all’individuazione degli areali adatti ed escludendo a priori giaciture pianeggianti dalle mappe dei terreni idonei alla coltivazione;
– l’esposizione media dei terreni impiantati a vigneto destinato a produrre Piemonte DOC Nebbiolo sia compresa fra i 150° e i 210° (individuato il pieno sud nei 180°);
– sia esclusa ogni pratica di forzatura;
– la resa massima in uva sia pari a 9 t/Ha;
– la resa massima in vino sia pari a 63 Hl/Ha;
– il titolo alcolico volumetrico naturale sia pari a minimo 13%;
– il vino possa venire commercializzato non prima del I° ottobre dell’anno successivo alla vendemmia;
– anche per le bottiglie di Piemonte DOC Nebbiolo sia prescritta la fascetta numerata in maniera progressiva e univoca.

Umorismi

Contagio della risata tra due gelada

Un noto blogger e critico enoico, incontrata una prestante e prosperosa donna del vino, le chiese un capello. “Per quale ragione?” domandò la bella viticoltrice. “Per spaccarlo in quattro”, rispose il critico.

Il direttore editoriale della nota Guida delle Guide dei vini peninsulari e insulari disse al recensore delle eccellenze liguri e piemontesi: “lei deve essere fiero di contribuire”. “Sono assai fiero”, replicò l’autore contribuendo.

“Il vino che ho rubato” fu il titolo del primo romanzo di formazione del giovane autore ilcinese Vladimiro Trescone. Quando Vladimiro venne arrestato il libro toccava le cinquecentomila copie vendute.

Un centro di ricerche opoterapiche di Madrid sostiene da diversi anni che “mangiare un proprio simile significa assorbire un’alimentazione specifica e ideale”. D’altra parte la potenza medica della sostanza degli organi agisce nelle malattie con organi omologhi. Si consiglia, quindi, di sfamarsi di propri simili di sana e robusta costituzione.

Un commerciante di vini svedese, che si trasferì in Italia, venne accusato da un cittadino di Camogli di esser fuggito per non venir processato. “Mi fate ingiustizia grave” disse il commerciante di vini. “Io venni nel vostro paese unicamente per le sue attrattive politiche: il suo governo è considerato come uno dei più corrotti al mondo.” “Vi prego di accettare le mie più profonde scuse”, rispose il cittadino di Camogli. Si abbracciarono calorosamente e, alla fine di quel rito propiziatorio, il commerciante svedese si trovò a possedere due orologi, due portafogli e tre telefoni cellulari.

Questi brevi tratti di spirito rendono omaggio a Carlo Emilio Gadda (Favole), a Clément Vautel (Il lancio di un giovane scrittore), a Julio Cambia (La cucina antropofaga) e ad Ambrose Gwinnet Bierce ( Il commerciante espatriato), umoristi degli inizi del secolo passato.

 

la foto è tratta da http://www.unipr.it/notizie/prova-non-ridere-risate-contagiose-tra-i-babbuini-gelada