Il rito sacrificale della bevuta condivisa.

immagine tratta da beniculturali.it
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Festa, rito, socializzazione. E sicuramente commercio. Nella fiera vinicola si consuma la contrapposizione di due modelli gnoseologici: l’“azione festiva” che, rimandando a Veblen [1], rappresenta un determinato comportamento riconducibile all’ ‘ostentazione ingenua’ e allo ‘spreco vistoso e il “tempo festivo”, ovvero il tempo del calendario e della memoria storica contro il tempo borghese dell’orologio. [2] Punto di incontro tra queste teorie è, per Jesi, l’antropologia simbolica di Elias Canetti: «In uno spazio limitato c’è moltissimo, e i molti che si muovono entro quell’area possono tutti parteciparvi. (…) C’è più di quanto tutti insieme potrebbero consumare e allo scopo di consumarlo affluiscono sempre più persone. (…) Nulla e nessuno li minaccia, nulla li mette in fuga; vita e piacere sono assicurati durante la festa. Molti divieti e molte separazioni sono state aboliti, accostamenti del tutto inconsueti vengono consentiti e favoriti. L’atmosfera per il singolo è di rilassamento e non di scarica. Non c’è una meta comune a tutti, che tutti insieme dovrebbero raggiungere. La festa è la meta, ed essa è stata raggiunta.» [3]

Certo, c’è il vino, collante e medium del piacere collettivo; ci sono le transazioni orizzontali tra consumatori e tra produttori. E l’incontro desiderato, ricercato, voluto: l’appuntamento dato e quello mancato.

E poi il rito dell’assaggio, della bevuta insieme nel nuovo simposio della contemporaneità. Ma vi è di più: vi è qualcosa che rimanda ad un rito ancestrale del sacrificio collettivo come mezzo di divisione di un bene che non è dato per tutti. E’ la collettività dei produttori, i simposiarchi designati a presiedere al convito e alla mescita, che, attraverso la suddivisione dei costi, a cui le individualità convenute partecipano in maniera simbolica (cioè non rapportata alle quantità e le qualità ingerirete o sputate), permette al demos degli assaggiatori di sorbire varietà di vino in misura non immaginabile per la condizione delle tasche di molti. Questa ritualità, che ha come oggetto sacrificale il vino versato e rovesciato in dosi ragguardevoli, ci impone di volgere lo sguardo all’antica Atene e alla sua costituzione democratica. E’ proprio grazie alle critiche di pseudo-Senofonte [4], arcigno oligarca antidemocratico, che è giunta a noi la conoscenza della condivisione tra i cittadini ateniesi delle enormi quantità di bestiame sacrificato durante le festività pubbliche, che si succedono senza soluzione di continuità [5]. Godiamo, dunque, del vino largamente profuso nelle fiere a lui, e a noi, dedicate.

NOTE

[1] Thorstein Veblen, La teoria della classe agiata, Einaudi, Torino 2007 (1899)

[2] Cfr. Furio Jesi, Il tempo della festa, nottetempo, Roma 2013, pag. 93

[3] Ivi, pag. 97

[4] Pseudo Senofonte, Costituzione degli Ateniesi (440 – 410 a. C.) in Furio Ferraresi, Il tutto e le parti. Categorie e soggetti della conflittualità politica nell’antichità in scienzaepolitica.unibo.it/article/download/3843/3249

[5] Cristiano Grottanelli, Il sacrificio, Editori Laterza Roma – Bari 1999, pp. 52 -54

Articolo precedentemente pubblicato in http://www.seminarioveronelli.com/il-rito-sacrificale-della-bevuta-condivisa-che-si-compie-durante-le-fiere-vinicole/

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