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gracianNel Seicento, in terra di Spagna, comparve una personaggio, il quale ebbe una grande fama nel suo paese, in Francia e, a partire dall’Ottocento, in Germania, anche se da noi è pressoché misconosciuto, che va sotto il nome di Baltasar Gracián. Gesuita, pienamente inserito nel clima culturale dell’età barocca, dove l’individuo di rango ha l’obbligo di emergere, aristocraticamente, al di sopra e più spesso contro le masse, in opposizione alla mediocrità quasi sempre figlia, secondo uno schema rituale dell’epoca, della povertà (non solo materiale), si prodigò in una serie di pubblicazioni letterarie, che sebbene rivolte esplicitamente all’uomo assoluto, all’‘eroe’, figura che sarà assai cara a Nietzsche, gli porteranno ad avere seri guai e reprimende varie a partire dalla sua stessa Compagnia sacerdotale. Lo spirito con cui Gracián affrontò i primi consigli, definiti apoditticamente ‘Pregi’, è assai inusuale anche se ricalca, seppur negandolo più nel merito che nel metodo, un macchiavellismo di fondo: «Avrai qui non una ragione politica né, tanto meno, una ragione economica, ma una Ragion di stato di te medesimo, una bussola per navigare verso l’eccellenza, un’arte di essere inclito con poche regole di saggezza[1].» Ed è qui, appunto, nel suo primo trattato, «L’Eroe» editato nel 1637 a cura del Lastanosa, a nome di un inesistente fratello Lorenzo Gracián infanzón, che emerge in tutta la sua prepotenza la questione del gusto, o meglio del gusto eccellente. Ma di quale gusto si tratta e quali sono le coordinate che lo definiscono? “Ogni grande capacità fu sempre di difficile contentatura. V’è una coltura del gusto, come ve n’è una dell’ingegno. Entrambi nel loro sommo grado, son fratelli uterini, figli della capacità e radicati entrambi nell’eccellenza. Un ingegno sublime non generò giammai un gusto abbietto. Vi sono perfezioni che hanno lo splendore del sole, e altre che hanno quello d’una lampada. L’aquila corteggia il sole, mentre il gelido vermiciattolo va pazzo per la luce d’una lucer netta. E l’altezza d’un animo suole misurarsi secondo l’elevatezza del gusto. E’ qualche cosa averlo buono, è molto averlo eccellente. (…) Qualità è un gusto critico, un palato difficile da soddisfare; le cose di maggior pregio lo temono e tremano di lui le più certe perfezioni[2].” La capacità di giudizio fu per Gracián strettamente collegata all’ingegno personale, ma non ebbe per lui una valenza esclusivamente innata, di lignaggio familiare, ma quanto mai fu uno strumento di apprendimento, attraverso il contatto e accomunata attraverso la conversazione: è soltanto colui che ha raggiunto un  gusto eccellente che può tramandare, cioè insegnare il buon gusto. “Si accomunano i gusti con la conversazione e si ereditano con il contatto: gran fortuna è aver che fare con chi può vantarsi di possedere un gusto pienamente maturo[3].” E infine la scelta: “La maggior parte della nostra vita  è affidata alla scelta oculata: essa presuppone il buon gusto e il più retto giudizio là dove non bastano né lo studio né l’ingegno. Non può esistere perfezione  dove non esiste scelta: essa include un duplice vantaggio, quello di poter scegliere, e di poter scegliere il meglio. Molti uomini d’ingegno fecondo e sottile, di giudizio acuto , studiosi e ben informati, quando giungono al momento della scelta si smarriscono : s’acconciano sempre  al partito peggiore, sì che pare si compiacciano di sbagliare. Perciò questa capacità di scegliere bene è uno dei più grandi doni del cielo[4].”

[1]    Baltasar Gracián, L’Eroe Il Saggio, Al lettore, Ugo Guanda Editore, Parma 1987, pag. 31;  Edizione originale de ‘L’Eroe’: 1637; de ‘Il Saggio’: 1645.

[2]     Ibidem, Pregio V, Gusto Eccellente, pp. 40, 41

[3]     Baltasar Gracián, Oracolo manuale e arte di prudenza, 65. Gusto eccellente, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1967, pag. 66; Edizione originale: 1647.

[4]     Ibidem, 51. L’uomo che sa scegliere, pag. 59