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Tripin 1911

Tripin 1911

Quello che è interessante notare, a proposito della trasmissione “Presa diretta” sul vino industriale, è la forma narrativa del racconto, in cui alcuni elementi di parziale verità e di insoluto dubbio si affacciano all’interno del discorso giornalistico. A fronte di una pretesa d’inchiesta che dovrebbe approfondire tematiche in altri luoghi trattate come superficiali, la trasmissione suddetta non fa che allargare il piano dell’incertezza degli argomenti sviluppati. E lo fa in diverse direzioni: la trasmissione cerca di tenere, attraverso salti sillogici consequenziali, verità parziali la cui somma finale non è generativa di un’attendibilità integrale: si inizia con il Brunello e la d.o.c. come luogo di pregio essenzialmente mercantile, da cui una sua potenziale uscita o fuoriuscita diverrebbe una sorta di rifugio per paria espulsi in ragione di un approccio qualitativo/etico superiore. Verità assolutamente parziale che ne nasconde altre di segno radicalmente opposto. Questa forma dubitativa viene lasciata alla voce di alcuni produttori ‘rivedibili’ e alla potenza comunicativa dei massimi esponenti della Federazione Italiana Sommelier, generando una sorta di reductio ad absurdum. Segue una sostanziale svalutazione delle denominazioni di origine a partire dal caso “Chianti”, facendo riferimento al prezzo del prodotto finale. La trasposizione tra qualità/produzione (da cui la variabile prezzo) e certificazione delle stesse centra un punto nodale della filiera produttiva generale: lo fa però ingenerando una sorta di proporzionalità diretta avalutativa del territorio, della storia e delle condizioni produttive generali. In sintesi ciò che vale per un territorio non significa che conti, allo stesso modo, per un altro. Lo stesso dicasi per la storia del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese: pare, così come messo dalla trasmissione, che questo caso sia assolutamente estendibile ai consorzi tout court e al potere che viene dato loro dalla legge sulla base delle quote produttive detenute. Anche in questo caso si aprono tematiche di rilievo a cui, però, non viene posto seguito, lasciando lo spettatore in una sorta di sospensione artificiosa in cui non si capisce se, e in quale modo, la condizione di legge sia premessa a ciò che succede in seguito, oppure la conseguenza, ovvero le pratiche truffaldine, diventino espletamenti furbeschi dell’ allocazione di risorse sul mercato a basso costo, di provenienza dubbia e di qualità molto bassa. Sembrerebbe così, di primo acchito, che pratiche e poteri conferiti dalla legge siano puramente interscambiabili: sebbene vi sia, ed è innegabile dirlo, una certa interdipendenza, ciò non significa in alcun modo la consequenzialità degli atti sia stabilita una volta per tutte e ovunque. Si apre, ancora una volta, senza portarlo a necessarie conseguenze, il problema dei controlli terzi (Valoritalia o altro) e della loro efficacia/funzione. Si apre, si lasca intendere, ma non si chiude. Per finire i pesticidi, i fitofarmaci ecc.: la questione è troppo seria per lasciarla ad un esito di questo tipo: “Bisogna dire che non tutti utilizzano tutti questi prodotti, alcuni vengono più utilizzati degli altri, per esempio i lieviti che servono per la fermentazione, anche se è molto difficile poi rintracciare nel vino questi additivi, sono analisi molto complicate e costose e non è detto che si possa risalire alla sostanza.” Mi pare, insomma, che “Presa diretta” si sia rivestita di una radicalità ostentata ed esibita, ma non approfondita, quasi a muoversi impaurita tra possibili querele ed improbabili verdetti. Tale pratica va cercata in ben altro e cioè nella definizione di quello che Foucault avrebbe argomentato come il riferimento ad una “società del discorso”, in cui “la dottrina lega gli individui a certi tipi di enunciazione per legare gli individui tra di loro, e differenziarli per ciò stesso da tutti gli altri. La dottrina effettua un duplice assoggettamento: dei soggetti parlanti ai discorsi, e dei discorsi al gruppo, per lo meno virtuale, degli individui parlanti”. (L’ordine del discorso. I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola