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stalinLa scrittura è tiranna. Il carattere radicale della parola la rende lacerante e oppressiva. Coscienza dispotica e infelice: un atto cruento e unilaterale che non può aprirsi all’altro. Almeno non impunemente e non senza conseguenze. La liberalità del dibatitto, della discussione a fondo pagina, negli ingorghi delle pendenze verticali del blog, tenta di risistemare ciò che per il narratore non è possibile modificare. Il dibattito successivo alla scrittura prova a coinvolgere l’autore in una sorta di continuità artificiale tra un passato indiscutibile e un presente argomentabile, come se lui, lo scrittore appunto, potesse passare da un linguaggio ad un altro come da un vestito ad un altro. Allora mi rileggo le parole di Barthes, a proposito della tavole rotonde (Roland Barthes in Miti d’oggi), e cerco di rimetterle all’oggi: “terrorista quando la scrive, diventa un perfetto liberale quando l’abbandona: ad un tempo radicale e indifferente, l’autore è doppiamente estraneo al dibattito: lo è in modo aggressivo quando crea e lo è in modo passivo una volta che questa creazione ricade per lui nel passato”.