Il giudizio sul vino e il gioco delle tre carte.

creazione di Adamo giudizio universale (1)

Per comprendere la formazione dei discorsi sul vino occorre capire i luoghi e gli ambienti in cui accadono, le condizioni di possibilità degli enunciati, la loro rilevanza anche semantica e gli schemi organizzatori che li ordinano. «Forse la parola gusto, nel senso figurato del termine, deriva dalla sensazione propria del palato, perché il senso del gusto privilegia la soggettività di ciò che è gradevole o repellente e perché, più di ogni altro riguarda ciò che attiene alla persona essendo i suoi stimoli cose realmente introdotte nel corpo, e non solo cose che vengono toccate dall’esterno o che sono sentite come qualcosa che sta da qualche parte nelle vicinanze. La lingua e il naso sono i guardiani dell’accesso. (…) Quando si tratta di arti popolari – cinema, televisione, musica, narrativa – ciò che più conta è non che la qualità sia buona o cattiva, ma quali bisogni soddisfi e come. Ciò alla fine introduce il problema  della qualità estetica, ma al posto che gli è proprio: come un mezzo per un fine. Alcuni bisogni possono essere soddisfatti solo dall’arte cattiva – disonestà o stupidità per esempio. (…) Quando discuto di estetica evito la parola gusto, perché il suo uso incoraggia un gioco delle tre carte verbale in cui si spacciano per oggettive le proprie preferenze , mentre viene contemporaneamente attenuata l’assolutezza dei propri giudizi, facendoli apparire come personali. L’“uomo di gusto” è chiaramente un individuo in cui per armonia prestabilita il piacere personale coincide con il bene supremo. Non c’è maniera migliore per falsare un problema[1].» Quello che avviene nel campo della valutazione organolettica del vino segue le orme delle trasformazioni del giudizio in campo estetico tra Otto e Novecento. Da una parte si può parlare di decostruzione del concetto di ‘gusto’ a discapito del predominio romantico della verità dell’arte che riserva al genio il potere conoscitivo di fronte ai fenomeni artistici; dall’altra la decostruzione passa attraverso l’evoluzione sociale dei generi artistici e dei loro pubblici, delle specificità ambientali, sociologiche e psicologiche degli atti ricettivi che si muovono tra un iper-soggettività delle modalità conoscitive e la possibilità opposta di poterle in qualche modo misurare. Un quarantina di anni fa, e più precisamente nel 1971, colui che è considerato un vero e proprio spartiacque della cultura italiana in ambito alimentare, Luigi Veronelli, fa uscire per la Rizzoli un libro che già dal titolo, ‘Il vino giusto’, puntella una strada già indicata almeno un decennio prima: «Quante volte avete sentito sentenziare: dei gusti….? Infinite volte. Frase più infelice non conosco: un paio di scarpe gialle sotto un vestito blu non consentono dubbi. Vero solo che tra buon gusto e mal gusto è scala di gradazione infinita. Cercherò di esporre in modo piacevole e piano le regole per apprezzare il vino secondo buon gusto, regole che non poco contrastano con i canoni (dagli incompetenti) stabiliti[2].» Veronelli tenta di ristabilire un nesso stretto tra gusto e giudizio, come se si trattasse di atti complementari: «un atto immediato e una riflessione su di esso. Tale era la concezione originaria, fin dall’antichità. Il gusto ‘sensus tacitus […] sine ulla arteaut ratione’; ‘[iudicium] quod nec magis arte traditur quam gustus aut odor’; concetto questo ripreso soprattutto nel Sei e nel Settecento: ‘Il consiste à sentir à quelpoint de bonté sont les choses qui doivent plaire, et à préférer les excellentes auxmédiocres’; ‘un instinct de la droite raison’; ‘le goût distingué de l’entendement […] c’est quelque chose d’approchant de l’instinct’;un ‘sixième sens’, che non ha nemmeno bisogno di ‘avis’, basta ‘ungeste’, ‘une contenance’. Il giudizio, viceversa, è un atto di riflessione critica: ‘Critica significatu generali est scientia regularum de perfectione vel imperfectione distincte judicandi’. La differenza sembra abbastanza netta, e i due atti distintamente separati. Che cosa c’è di più diverso di un istinto e di una riflessione, di una scelta immediata e di una deduzione da regole? Entrambi questi atti tuttavia hanno un punto in comune che rende la distinzione meno facile. Questo punto lo hanno colto molto bene proprio i due autori dottrinalmente meno provveduti, ma anche i più vivaci tra quelli che abbiamo citato, i due “beaux esprits” francesi; uno in ispecie, il cavaliere De Méré. Si tratta, nel caso del gusto, di sentire qualche cosa non come è, ma come deve essere, ‘les choses qui doivent plaire’. (…)Possiamo ridurre entrambi i procedimenti, gusto e giudizio, a una proprietà comune: di costituire entrambi scelte obbligate. Abbiamo esposto altrove come queste si effettuano: l’una per ‘confronto’, l’altra per ‘metaconfronto’. Sono due scelte diverse. Ricordiamo qui soltanto che il confronto è tale tra cose diverse riconosciute tutte dotate più o meno di valore (Méré scriveva: ‘Préférer les excellentes aux médiocres’); ciò che in tal caso si individua è il Kunstwert (valore dell’opera d’arte) e la sua misura. Il metaconfronto invece è un confronto reciproco sulla base di un criterio; può condurre, al limite, a eliminare il confronto stesso, e far luogo semplicemente a un dilemma, di conformità o non conformità a una norma, ossia di classificazione. Ciò che qui si individua è il Kunstsein (essenza, significato dell’arte). Nel primo caso si riconosceva un valore (una preferenza), nel secondo si riconosce un significato implicante un valore. Il che conferma che vi può essere valore, scelta senza ricognizione del criterio di scelta, senza significato del valore; ma che non vi può essere ovviamente il contrario. Vi può essere Kunstwert senza Kunstsein, ma non Kunstsein senza Kunstwert: ‘senso’ senza significato, ma non ‘significato’ senza senso. Il privilegiare un significato è già attribuirgli un senso, un valore[3].» Se il gusto quindi si trasforma in buon gusto assume per forza, e con possibili sbocchi autoritari, un valore normativo: riprendendo Hume[4] si potrebbe dire che descrizione e valutazione sono aspetti di un unico atto intenzionale che è il giudizio di gusto. Per Veronelli la scienza non ha ancora occupato lo spazio, né si intuisce possa farlo, delle infinite metamorfosi del vino dove «vi è qualcosa che sfugge, che si sottrae ad ogni analisi, qualcosa che noi solo conosciamo, con cui sono noi comunichiamo, noi che amiamo il vino: la sua anima. Ti stupisci; non noi. Versiamo il rosso vino – amorosi, con infinite cautele – nel bicchiere panciuto che esige la tiepida carezza della mano; o, con uguali cure, il bianco nel bicchiere alto, aristocratico e nervino, che la mano allontana; ne osserviamo in trasparenza i colori, godiamo già del giuoco allegro e balenante dei tonali riflessi; gli imprimiamo al bicchiere, lieve il gesto, un accenno di rotazione: aumenta la superficie vinosa; si libera, e la aspiriamo, ogni nascosta suggestione, dal bouquet; in un bacio lo sorseggiamo per la lingua, per il palato; ci lasciamo invadere dai ricordi: mille e mille e mille. Ogni vino bevuto ha il suo racconto. Mio proposito: renderne facile l’ascolto e la comprensione a te, lettore che ami il vino – mi leggi -, o sei disposto a riconoscerlo amico[5]


[1] Rudolf Arnheim, Parabole della luce solare, Editori Riuniti, Roma 1992, pp. 124-25, 162, 262

[2] Luigi Veronelli, Il vino giusto, Rizzoli, Milano 1971, pag. 59

[3] Guido Morpurgo-Tagliabue, Il Gusto nell’estetica del Settecento, Centro Internazionale Studi di Estetica, Aesthetica Preprint Supplementa, Palermo, agosto 2002

[4] Cfr. David Hume, La regola del gusto e altri saggi, Abscondita, Milano 2006

[5] Luigi Veronelli, cit., pag. 9

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