Immagini, signor Mantellini. Malgrado tutto.

campoIl cronista che racconta gli avvenimenti, senza distinguere tra grandi e piccoli, tiene conto delle verità che per la storia nulla di ciò che è avvenuto dev’essere mai dato per perso. Certo, solo a una umanità redenta tocca in eredità piena il suo passato. Il che vuol dire: solo a un’umanità redenta il passato è divenuto citabile in ciascuno dei suoi momenti”. (W. Benjamin, Sul concetto di storia)

C’è un libro di Georges Didi-Uberman che parte dall’analisi di quattro foto, strappate all’inferno di Auschwitz nell’estate del 1944 dal Sonderkommando, per aprire delle riflessioni sulle immagini indicibili. Le consiglio di leggerlo: s’intitola “Immagini malgrado tutto” (Raffaello Cortina 2005).

Le foto ritraggono frammenti del crematorio V: “C’era da vedere eccome. C’era da vedere, da sentire, da capire, da dedurre da quanto si vede e da quanto non si vede (i treni che arrivavano pieni e che ripartivano vuoti, senza interruzione). Il che però, per lungo tempo, è rimasto curiosamene escluso dalla sfera del sapere. Si vedevano, malgrado ogni censura, dei segmenti della Soluzione finale: ma non lo si voleva sapere…. Inimmaginabile è una parola tragica: concerne il dolore intrinseco dell’evento e la difficoltà concomitante di trasmetterlo.” Ma inimmaginabile non ha nessuna attinenza con il non immaginare nulla, ovvero con la rimozione. O peggio con la non narrazione parziale : “Robert Antelme avvertiva all’inizio del suo libro: Appena cominciavamo a raccontare, già soffocavamo. Quanto avevamo da dire cominciava a sembrare inimmaginabile a noi stessi. Questa sproporzione tra l’esperienza che avevamo vissuto e il racconto che era possibile farne non fece che confermarsi in seguito. Avevamo davvero a che fare con una di quelle realtà di cui si dice che vanno oltre l’immaginazione. Ed era chiaro ormai che soltanto per scelta, cioè sempre con l’immaginazione, potevamo provare a dirne qualcosa.‘”

Immagini malgrado tutto.

Lei, signor Mantellini, così scrive: “no, la celebre foto della bimba nuda che fugge dal napalm nel Vietnam degli anni 60 non serve alla causa. E nemmeno le foto delle pile di cadaveri nei campi di sterminio scattate a guerra finita in Germania. Sono mondi diversissimi, un rubinetto informativo da una parte, un oceano d’acqua che riempie tutto dall’altra.” A torto non parziale, ma pieno: serve, anche fosse per una sola vita.

Altro è l’ingordigia famelica dell’orrore e del tragico dei palinsesti televisivi alla ricerca del mandante, del particolare, dell’efferatezza. Ma non è di quella foto: lei ammutolisce. Non vuole racconti dopo di sé: ha già detto molto, se non tutto. Fa male, malissimo. Silenzio e pianto. Ma non è la dose da cavallo, a cui lei fa riferimento: è ciò che quella foto racconta a tutti noi, non l’effetto dopante che essa produce e che svanisce in un tempo sufficiente a che una sciacquatura moralista basti a ripulire delle immagini oscene.

E ancora: “quella foto indica un punto di debolezza delle comunità digitali già noto ma mai abbastanza ripetuto. Queste, sia quando riuniscono buoni sentimenti sia quando traboccano d’odio, hanno una caratteristica dominante. Quei buoni sentimenti e quell’odio in genere restano confinati dove sono stati generati. La vicinanza digitale da sola non uccide e non salva vite. In cambio però trasmette una piccola anestesia liberatoria.”

Lei continua a parlare della foto, non ciò di cui quella foto narra: parla di mezzi, degli effetti della produzione di questi strumenti e delle conseguenze su di un’improbabile comunità fisica e digitale. Di anestetico, poi, non ci vedo proprio nulla. Di liberatorio ancora meno.

E l’inizio: “Chiunque abbia pubblicato, condiviso, twittato quella foto per interesse (per una ragione o per un’altra) è un figlio di puttana.”

A volte occorre sciacquarsi la bocca, e la penna, prima di insultare.

Neppure io faccio un processo alle intenzioni: so che quelli de “il manifesto” stanno dalla parte di quel bambino, della sua famiglia, delle migliaia di profughi, delle vittime di guerre, dello sfruttamento e delle distruzioni perpetrati nel nome di umanità discutibili. Prima di quella foto. Molto prima. E forse altri come loro che l’hanno riproposta. L’unica cosa che non potevano permettersi era quella di giocare con il titolo. Quell’immagine non accetta didascalie.

L’articolo a cui faccio riferimento è: http://www.mantellini.it/2015/09/03/la-foto-del-bambino-sulla-spiaggia/

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