Niente meglio del vetro, già nel 1667.

vetro veneziaDopo aver studiato a Roma e a Pisa, Lorenzo Magalotti viene ammesso alla corte medicea nel 1660, anno in cui il cardinale Leopoldo de’ Medici lo nomina segretario dell’Accademia del Cimento, carica che manterrà sino  al suo scioglimento avvenuto nel 1667. Nel medesimo anno Magalotti, senza riportare il nome di alcuno degli accademici, pubblica i “Saggi di naturali esperienze[1]”, bilancio ufficiale dell’attività dell’Accademia. Gli esperimenti hanno per oggetto la pressione dell’aria, gli effetti del vuoto, il congelamento dei liquidi, le proprietà del calore, la propagazione del suono e della luce, i fenomeni magnetici e le attrazioni elettriche. Seguono poi le ricerche di matematica, acustica, termodinamica, idrostatica, meccanica celeste, fisiologia umana e vegetale, ottica. Autore di vivaci e brillanti relazioni le sue opere filosofiche costituiscono una difesa del metodo galileiano e rivelano un’adesione all’atomismo gassendista[2].

Quello che qui  riporto sono “Le esperienze per venir in cognizione se il vetro e ’l cristallo siano penetrabili dagli odori e dall’umido”.

Prima esperienza intorno agli odori.

Olio di cera, quintessenza di zolfo ed estratto d’orina di cavallo, che si tengono per gli odori più acuti e potenti che sieno non traspirano sensibilmente da un ampolletta sigillata a vetro per molto che quelli vi si diguazzino[3] e che questa si riscaldi. Quell’alito ancora di finissimo spirito che sfuma nel tagliar la buccia d’un cedràto acerbo o che dalla stessa buccia premuta sprìzzar minutamente si vede non penetra a dar odore all’acqua che in un vasetto di sfoglia sottilissima di cristallo ermeticamente sia chiusa. Similmente sigillata una Starna in un sottil vaso di vetro e rimpiattata in un angolo d’una stanza da un Bracco fatto rigirare un pezzo in quella vicinanza non vien dato segno di sentirne il sito.  

Seconda esperienza intorno all’umido.

 Una palla di vetro sigillata alla fiamma piena di sale macinato e perfettamente rasciutto dopo essere stata per dieci giorni nel fondo d’una cisterna e per altrettanti in una conserva di ghiaccio, non cresce di peso, e rotta se ne cava il sale asciuttissimo a segno che nel votarsi spolvera. E’ ben accaduto alcuna volta di trovar nell’ampolletta del sale qualche minima parte di esso leggiermente inumidita, ma da ciò non s’arguisce penetrazione; perché quand’ella veramente vi fosse non pare che dovess’esser più in una parte che in un’altra; ma il trovarsi sempre questo poco di bagnamento in un luogo solo è assai apparente cagione di credere, ciò non esser altro che quel poco d’umido che forza del freddo poté spremere dall’aria rimasta nel vaso per via del solito appannamento.


[1] Il testo consultato è Lorenzo Magalotti, Saggi di naturali esperienze, Sellerio Editore, Palermo 2001

[2] L’atomismo, o, più in generale la filosofia corpuscolare, rappresenta il fondamento di gran parte dei trattati di fisica e chimica della seconda metà del XVII secolo. Gli studi intorno alla natura della luce, del magnetismo, quelli relativi all’aria e alle sue proprietà, nonché le reazioni acidi-basi (per non citare che alcune dei temi principali della nuova scienza) saranno tutti basati sulla concezione corpuscolare della materia. Vorrei qui sottolineare che tra atomisti, e più in generale tra i corpuscolaristi, non vi fu uniformità di vedute su questioni fondamentali. Si può descrivere la situazione dicendo che, se tutti gli atomisti furono corpuscolaristi, non però tutti i corpuscolaristi furono atomisti.

L’infinita divisibilità della materia e il vuoto – due temi centrali nella teoria della materia – determineranno la principale demarcazione tra i corpuscolaristi come Descartes e i suoi seguaci da una parte e gli atomisti come Gassendi e Newton dall’altra. Nei capitoli del Syntagma Philosophicum dedicati a questioni di carattere cosmologico Gassendi elimina quegli aspetti della filosofia di Epicuro non conciliabili con la religione cristiana, operando così il pieno inserimento della teoria atomistica della materia in un contesto filosofico di tipo creazionista. In questo modo Gassendi contribuisce a rimuovere uno dei maggiori ostacoli che si frapponevano alla diffusione della teoria atomistica. (…)Le proprietà ultime degli atomi sono dunque di carattere geometrico-meccanico. La fisica e la chimica possono, almeno in teoria, poggiare su fondamenti di tipo quantitativo. Antonio Clericuzio , Gassendi e l’atomismo del XVII secolo, Universitá di Cassino

[3] Agitare, sbattere

La foto è tratta da leoriginidivenezia.it

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2 thoughts on “Niente meglio del vetro, già nel 1667.

  1. NIENTE MEGLIO DEL VETRO, MILLE E CENT’ANNI PRIMA DEL 1667
    Ho letto il tuo post, Pietro, https://vinoestoria.wordpress.com/2013/07/08/niente-meglio-del-vetro-gia-nel-1667/: al solito, l’ho bevuto d’un fiato.
    Dunque, niente meglio del vetro? Lorenzo Malagotti si cimentò in esperienze semplici (a proposito, trovo un eccitante spasso leggere questo ed altri passi sul pdf che scansiona l’originale: http://books.google.it/books?id=bo0PAAAAQAAJ&dq=Lorenzo%20Magalotti%2C%20Saggi%20di%20naturali%20esperienze%2C%20Sellerio%20Editore&hl=it&source=gbs_similarbooks), ma al tempo suo e di Leopoldo il vino si beveva in coppe e calici d’argento e d’oro e d’alabastro e sì, anche di vetro o cristallo, ma graziosamente pigmentati e riccamente ornati di fregi in materiali rari e preziosi.

    Dunque, avresti torto? Le silicee trasparenze eran riservate all’esperienze cognitive, non ai piaceri del bere bene? Il vetro diafano, limpido e terso non s’addice al vino? La cristalleria bormiolese, codificata dalla sommelierie più esigente, stride contro le esigenze del buon gusto?

    Nicola Finotto, http://www.iamwine.it, qualche settimana fa mi ha raccontato dei suoi viaggi in Georgia, lì dove tutto è cominciato. Dove da sempre il mosto fermenta nei ქვევრი (k’vevri), orci interrati, per diventar vino. E dove, pure al tempo nostro, il vino si beve dai ყანწი (qantsi), corni potori ricavati dagli ornamenti ossei strappati ad arieti, becchi o tori, oppure da coppe d’argilla.

    Nicola sostiene che rispetto ai nostri calici di cristallo, bere vino in quei gotti primordiali è tutt’altra cosa. Procura una soddisfazione tattile che ha parte e non irrilevante, nel piacere del bere.
    È gustarlo, il vino, insomma: non degustarlo, ch’è un’altra cosa.

    Non stento a capire: qualcosa del genere si prova bevendo birra in boccali di ceramica, cioccolata calda o tè in eleganti servizi by Ginori, acqua dalle mani…
    Prendi il caffè, del resto: sempre in tazzine di porcellana, mai al vetro! Però, quello valdostano, lo gusti in combriccola, sorseggiando la tua porzione dai beccucci delle coppe scavate in legno d’acero o di noce.

    Nicola non ha torto, Pietro.
    Però, il vetro, per il vino, ha le sue ragioni: ti do ragione.
    E che non sia una tendenza del momento stanno lì a dirlo certi strepitosi corni potori esposti nel Museo dell’Alto Medioevo, all’Eur, qui a Roma (http://static.zoonar.com/img/www_repository4/56/25/ef/10_d9bc95a8f67b8812da73ae76169d859b.jpg), e altrove: http://www.sistemonet.it/sistemonet/imageArchaeology-action.do?id=1238 è il link di quello che ho veduto presso il Museo della necropoli di Spilamberto (Mo).

    Non sono stupendi? Io li trovo meravigliosi.

    Ma, soprattutto, vedendo tali squisitissimi oggetti, sicuramente di mano longobarda, mi chiedo: che mai ci han bevuto, lì dentro? Com’era la qualità dei vini barbari? Avrebbero deluso e disgustato il nostro delicatissimo palato di bevitori postmoderni, urtandolo con sapori asprigni, agri, bruschi, dozzinali? O, invece, l’avrebbero sorpreso? Sorpreso e magari pure incantato? Non dico fino a umiliare l’eccellenza dei cru d’oggi, ma abbastanza per farci intuire perché re Alboino, coi suoi duchi, se ne venne in Italia e se la prese tutta (o quasi) fondando un regno che unì l’Italia per due secoli: mezzo di più di quanto abbiamo celebrato due anni fa l’unità savoiardo-garibaldina. Soprattutto, s’impadronì delle vigne migliori, dov’eran eccellenti le uve e dove sapevan fare ottimamente il vino.

    Questo a me sembrano suggerire quei corni potori raffinati, d’avorio, oro e vetro.

    Vetro, Pietro! Proprio vetro!
    Sottile un’ostia.
    Dai colori talmente tenui e così incantevoli che al Museo Archeologico di Adria (Ro) hanno realizzato un allestimento illuminotecnico sperimentale a controllo cromatico digitale: insomma, una vetrina stile simil Memphis, con luci soffuse che variano ed esaltano i toni pastello dei vetri, in realtà non longobardi ma ancora pienamente latini, compresi due delicatissimi corni potori celtico-romani.
    Essi, senza alcun dubbio, sono più eleganti, preziosi, di gran lunga più leggiadri che non i più bei flut dei tempi nostri.

    Cosa non darei per farmi una raffinata e barbara bevuta longobarda! Li colmerei di recioto bianco di Soave, o di quello amaro della Valpolicella, tanto per essere filologici.
    E volentieri brinderei con te e con Nicola.
    In alto i vetri! Alla nostra, Pietro! Prosit!

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