La grammatica generativa al cospetto dei vini naturali.

grammaticaPonete di trovarvi di fronte ad un oggetto, un qualsiasi oggetto(1). Ora definite le proprietà che gli sono pertinenti, ovvero che lo ordinano: composizione fisica e funzioni. Provate, poi, a costruire un catalogo di oggetti che abbiano la stessa struttura e mansioni, ma foggia, materiali… diversi. Una bottiglia, un tavolo, un bicchiere; quindi delle bottiglie, dei tavoli, dei bicchieri. Bene. Ora prendiamo le prime: ve ne saranno di vetro trasparente o colorato, di plastica, di terracotta… Avranno capacità diverse: da 0,75 l., da litro, da 1,5 litri e di questo passo. Saranno dotate di chiusure appropriate anch’esse diversificate per uso, stile, importanza, costo e così via. Avranno infine una foggia diversa (bordolese, alsaziana, albeisa, fiasco, ….) Siamo di fronte a delle diversità come a delle importanti similitudini. Supponiamo ora di avere dieci bottiglie. Se siamo fortunati con quattro descrittori (a noi interessano quelle da vino) abbiamo la possibilità di definirle tutte: A,B,C,D e con +A il caso che la bottiglia abbia quella proprietà (ad. esempio sia di vetro) e con –A che non l’abbia. Siamo ora in grado di costruire diverse combinazioni sino ad esaurire tutte le proprietà.
Da questo ne consegue:
1) Abbiamo fatto una scelta ponderata sulle proprietà del nostro oggetto;
2) Se abbiamo soltanto dieci bottiglie, allora ve ne saranno altre (dati combinatori) che non esistono nel nostro gruppo e alle quali sarebbe bene dare un’occhiata;
3) In questa costruzione differenziale a noi non interessano tutte le proprietà di un elemento (bottiglia in questo caso), ma come questo elemento si caratterizzi rispetto alle proprietà scelte.
Questo significa che se una bottiglia si definisce in un dato modo rispetto a quelle proprietà, allora ogni elemento che si componga alla stessa maniera, sempre nei confronti delle proprietà, sarà commutabile con la prima. Se ciò è vero e dunque possibile, ci troviamo di fronte ad una delle prospettive più geniali dello scorso scorcio di secolo: quello che Noam Chomsky(2) spiegò come grammatica generativa, ovvero la possibilità di costruire, tramite un repertorio limitato di parole, infinite frasi.
Arriviamo così ad un dunque: se ogni proprietà di un elemento viene definita per tutti gli altri, allora ogni elemento si caratterizzerà solamente per le differenze rispetto agli altri.
Ora al punto: i vini naturali. Essi appartengo alla macro-categoria dei vini, la quale potrebbe appartenere ad altre categorie classificatorie, che tralascio volentieri. Alcune associazioni di produttori di e alcuni produttori hanno tentato di circoscrivere le proprietà che definiscono l’elemento vino naturale: particolarità fisiche del terreno e interventi su di esso (distribuzione di letame o compost vegetale e la consociazione di più colture), lieviti indigeni, abolizione dei pesticidi, uso dello zolfo in vigna e tentativo di abolizione rame, parametri stretti sull’uso della solforosa in cantina e via dicendo. Sappiamo che non tutte le proprietà citate vengono valutate. Associazioni stringenti come Vinnatur, ad esempio, ne utilizzano tre in maniera vincolante:
– analisi residuale dei pesticidi (ricercando oltre 83 principi attivi di fitofarmaci)
– analisi dell’anidride solforosa totale
– analisi del rame metallo residuo.
Sappiamo anche, per il discorso ‘generativo’ portato in precedenza, che diverse delle proprietà citate sono proprie di alcuni autori di vini che non si definiscono naturali. Possiamo affermare, dunque, che la naturalità di un vino prova lentamente ad erigersi per ipotesi differenziali.
Paul Ricoeur, un giorno, scrisse che “la questione dell’identità costituisce un luogo privilegiato di aporie” (Sé come un altro, Jaca Book, Milano 1993, p. 225.) Maggiore è la commutabilità di un proprietà e la possibilità che essa contribuisca a definire un soggetto o un oggetto, maggiori saranno le problematiche legate alla determinazione di sé. Il problema è vecchio come il mondo e ci obbliga a guardarlo da rovescio: ciò che esiste sono i vini naturali o le proprietà astratte che, combinate tra di loro, li generano?
Insomma, la sommatoria delle particolarità singole (pratiche agronomiche, di cantina…) può determinare il tutto? Oppure solo una filosofia dal postulato forte e necessariamente deduttivo, come la biodinamica, è in grado di garantire dissomiglianze sufficientemente ampie?

1) Questo articolo è stato concepito in una calda giornata della tarda primavera dalla proficua lettura di Andrea Moro, Parlo dunque sono, Adelphi 2012, pp. 52 – 55
2) Noam Chomsky, Linguaggio e problemi della conoscenza, il Mulino 1998 (ed. orig. Language and Knowledge, 1988).

Foto tratta da Treccani.it

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