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Sheikh-Abd-el-QurnaLe più antiche etichette da vino che la storia tramandi sono egiziane: i logogrammi ed altri segni similari, incisi su sigilli premuti su grandi tappi di argilla, risalgono ad un periodo databile tra il 3100 a. C. ed il 2700 a. C., risalenti alle dinastie I e II del primo periodo dinastico. In questo caso il sigillo rimanda direttamente ad un faraone, a voler significare che la denominazione di origine è legata ad una personalità ben precisa ed al suo regno e non ad un luogo particolare. E’ solamente con la V dinastia (2470 a. C.), secondo Hugh Johnson[1] e con la VI (2200 a. C.), secondo Patrick E. McGovern[2], che si parla di vere e proprie denominazioni territoriali. E’ molto probabile che l’origine si riferisca, e su questo concordano entrambi gli autori, a dei luoghi di produzione, a delle fattorie vinicole, presenti sul delta del Nilo: ‘vino del Nord’, ‘vino abesh’, ‘vino sunu’ (sunu viene inteso come Sile, sul lato nordorientale del delta), ‘vino hamu’, ‘vino Ime’». Alla classificazione territoriale, Tim Unwin aggiunge che «fin dal III millennio sono documentati un certo numero di vini diversi, classificati a seconda del colore e della qualità oltre che per il luogo di provenienza[3].» I riferimenti di Unwin sono gli studi di Lutz nel 1922[4] e di Younger[5] del 1966. Ma è soltanto con il Nuovo Regno[6] che gli Egiziani «anticiparono di migliaia di anni il concetto francese di regione viticola, incluso nel sistema di classificazione dei Bourdeaux del 1855 e nella legge del 1936 sulla appellation controlée. Gli ostraka[7] indicano come principale zona di produzione viticola e vinificazione una regione in particolare, il ‘fiume occidentale’, che comprendeva la regione del delta nordoccidentale lungo il ramo canopico del Nilo. Altre aree erano Per-hebyt (l’odierna Behbet el-Hajar) sul delta centrale, Tjaru (Sile) sul delta nordorientale, Menfi e le oasi desertiche occidentali, probabilmente Kharga e Dakhala. Venivano indicati anche i nomi delle tenute, tra cui quelle di ‘Nebmaatre’ (nome proprio di Amenofi III), ‘Amenofi’, o semplicemente ‘il Faraone’ e ‘la Moglie Regale’. Le etichette con ‘è lo splendore di Aton’ si riferiscono a un’innovazione religiosa del faraone: il nuovo dio Aton (il disco solare), che Ekhnaton, figlio di Amenofi III e suo coreggente negli ultimi anni di regno, aveva introdotto al posto di Ammon. Il vignaiolo capo di solito è menzionato: tra gli altri, produssero vino per il faraone Amenofi, Amennemone, Pa e Ptahmai. L’informazione fornita dagli ostraka era superiore a quella fornita dalle etichette moderne, perché spesso indicava lo scopo e l’occasione per cui era stata offerta l’anfora: ‘vino per offerte’, ‘vino per tasse’ e ‘vino per divertimento’ si spiegano da soli; il ‘vino per un lieto ritorno’ forse veniva servito a una festa di arrivederci o di ultimo addio per un morto che si preparava a partire per la vita eterna. Le due occasioni festive più importanti ricordate dagli ostraka erano il ‘sollevamento dell’anno’, cioè la celebrazione del Capodanno, e soprattutto lo heb-sed[8] o festività sed[9]

Anche nella tomba di Tutankhamon (morto nel 1324 a. C. a soli 19 anni), ritrovata nel 1922 dall’egittologo Howard Carter, si trovano trentasei anfore contenenti vino, di cui ventisei marcate: sette con sigillo delle tenute del re e sedici con il nome della residenza reale di Aten. Ventitré di questi vini appartengono a tre annate, designate con ‘anno 4’, ‘anno 5’ e ‘anno 9’: non si comprende se queste date si riferiscono agli anni di regno oppure se indichino semplicemente gli anni di invecchiamento del vino. Una di queste anfore è marcata con ‘anno 31’ che non si può riferire alla breve durata del regno di Tutankhamon. Come si è già potuto vedere per il regno di Amenofi III, su tutte le anfore, ad eccezione di quelle più vecchie, vi è inciso il nome del capo cantiniere, a dimostrare così l’importanza di colui che produce materialmente il vino. Il fatto che il nome di uno di questi, Kha’y, si trovi nei sigilli sia dei vini della tenuta personale di Tutankhamon, che in quella di Aten fa pensare sia al fatto che questi funzionari dirigessero entrambe le tenute sia che la loro consulenza, al pari di un enologo di fama contemporaneo, fosse importante per la realizzazione di un buon vino.[10]

Così come fu per Tutankhamon, circa tre secoli più tardi, al ritrovamento ed allo studio, condotto da Wilhem Spiegelber, del tempio mortuario di Ramses II (1297 – 1213 a. C.), a nord di Tebe, si ritrovano 679 ostraka in cui sono nominati 34 località geografiche e 34 vinificatori. Dei 67 anni di regno circa 30 sono citati nelle etichette, con una netta prevalenza dei primi 11 anni, che coincidono anche con la costruzione del tempio e la conseguente necessità di approvvigionamento vinicolo. L’anno 7 è citato per ben 244 volte, forse ad indicare un’ottima annata. La qualità del vino trova rispondenza sulle etichette di buono (nfr) e ottimo (nfr nfr). La funzione di sommelierie viene gestita da uno scriba che amministra il «dipartimento del vino della Residenza»[11]. Le considerazioni a cui giunge Mcgovern sulla base degli studi di Spiegelberg differiscono, rispetto alle analisi di Hugh Johnson, sull’attribuzione dei numeri delle anfore nei riguardi degli anni di effettivo regno dei Faraoni. A meno che le forme di numerazione non cambino tra il regno di Tutankhamon e quello di Ramses II. Ciò che invece si può affermare con certezza è la rinomanza che acquisisce sotto il dominio di Ramses II il ramo pelusiaco del Nilo, dopo la dominazione degli Hyksos e l’acquisizione del dio Seth a capo del pantheon dei sovrani ramessidi, che diviene la ‘vigna dell’Egitto’ (Kaenkeme).


[1]    Hugh Johnson, Il vino. Storia, tradizioni, cultura, Franco Muzzio Editore, Padova 1991, pag. 37

[2]    Patrick E. McGovern, cit. pag. 98

[3]    Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture, miti., Donzelli Editore, Roma 1993, pag. 69

[4]    H.F. Lutz, Viticulture and Brewing in the Ancient Orient, J.C. Hinirichs’sche Buchhandlung, Leizpig 1922

[5]    W. Younger, Gods, Men and Wine, The Wine and Food Society, London 1966

[6]    Con l’unificazione del paese e la fondazione della XVIII dinastia, ebbe inizio il Nuovo Regno (1580-1085 a.C.) o secondo impero tebano, forse il periodo più fiorente della storia egiziana. Si ristabilirono i confini e le strutture di governo del Medio Regno, riprendendone anche il programma di bonifiche, e venne mantenuta l’ autorità sui governatori locali grazie al controllo dell’esercito. La capitale fu spostata ancora una volta a Tebe, città di cui era originaria la XVII dinastia e dove aveva sede il culto del dio Ammone, destinato a diventare, durante il Nuovo Regno, il più importante di tutto l’Egitto. Tratto da http://www.storiafilosofia.it/egiziani/

[7]    Ostraka è il supporto scrittoio per le iscrizioni in ieratico (la scrittura ieratica è la forma di scrittura dell’Antico Egitto correntemente utilizzata dagli scribi. Sviluppatasi insieme o in seguito alla forma detta geroglifica era maggiormente adatta ad essere tracciata con un pennello sul papiro.) Il riferimento sono gli ostraka della tomba di Amenofi III (1413 – 1377 a. C.) ritrovati negli scavi di Malkata, nella Tebe sud occidentale.

[8]    Con il termine di festa Heb-Sed, o festa ‘giubilare’, o ‘festa del cane’ (verosimilmente perché il re indossava la pelle di tale animale), si suole intendere una cerimonia che veniva celebrata dagli antichi Re egiziani al compimento del loro trentesimo anno di regno.

[9]    Patrick E. McGovern, cit., pagg 130, 131

[10]  Cfr. Hugh Johnson, cit pag 36

[11]  Cfr. Patrick E. McGovern, cit., pp.149

Immagine all’interno della tomba di Sheikh Abd el-Qurna