Tag

, ,

zolfoNicolas Joly, produttore di uno dei vini bianchi più famosi al mondo, il Coulée de Serrant, e ‘portavoce mondiale’ della viticoltura e dell’enologia biodinamica, nella sua oramai famosa edizione del “Il vino tra cielo e terra[1]” parla di zolfo, ovvero di quella sostanza che, a quanto pare, bisognerebbe liberarcene, o che dovremmo ridurre drasticamente, per realizzare, insieme ad altre azioni virtuose, un vino finalmente ‘libero[2]’!!?!! Fautori, sempre secondo un immaginario pubblico consolidato, della negazione di qualsivoglia aggiunta della sostanza incriminata, sarebbero i vignaioli biodinamici di osservanza ortodossa. Forse, ancora una volta, le cose sono un po’ più complicate e lo zolfo è qualcosa che, per l’agricoltura biodinamica, ha una valenza superiore a quella che, comunemente, ci è data da pensare. Ma proseguiamo con Joly: “Dopo il pericolo di una moda ‘biologica’, preoccupata più dell’apparenza che della sostanza e delle leggi vitali, la nuova tendenza è il vino senza zolfo. Che cos’è lo zolfo se non un processo di luce e di calore, che presiede all’apparizione della vita? (…) Nelle vigne lo ‘zolfo fiore’ in polvere è molto benefico al momento della fioritura. Che cosa ne è in cantina? In passato, lo zolfo era introdotto attraverso combustione, accendendo una miccia, gli effetti di tale combustione sono lontani dall’essere insignificanti e differiscono da uno zolfo apportato, ad esempio, sotto forma acquosa. Rudolf Steiner ha parlato, riferendosi all’agricoltura, degli effetti dell’achillea millefoglie per via della struttura molto particolare del suo zolfo. Lo zolfo permette una genesi di vita. (…) Il ‘senza zolfo’ non può essere innalzato a regola assoluta. Tutto è questione di proporzioni nella vita: solo l’eccesso è nocivo, che si tratti di ossigeno, di azoto o di idrogeno. Il dibattito sul vino senza zolfo è un modo di nascondersi dietro a un dito. I veri problemi sono altrove. E’ preferibile battersi per un’agricoltura veramente organica. Detto questo è possibile fare un vino eccellente senza zolfo lasciando il vino sulle proprie fecce un po’ di tempo, quindi in un ambiente ridotto.[3]” Nella sua Terza conferenza sull’agricoltura, tenuta a Koberwitz l’11 giugno 1924, Rudolf Steiner affronta la questione dell’azoto e dei suoi quattro fratelli, ai quali esso è unito per costruire le proteine animali e vegetali: carbonio, ossigeno, idrogeno e zolfo. Quest’ultimo è per Steiner il vero portato dello spirito nella natura, è il mezzo di unione tra il tra le forze plasmatrici dello spirituale e il mondo fisico: “Il suo nome antico è sulphur, imparentato con phosphor (portatore di luce in greco), e deriva che in tempi antichi si vedeva nella luce, nella luce solare che si diffonde, l’elemento spirituale in espansione; di conseguenza le sostanze che avevano da fare con l’azione della luce in seno alla materia, come per esempio lo zolfo e il fosforo, venivano chiamate portatrici di luce[4].” L’idea che lo zolfo sia una forza plasmatrice oltre che composto base, assieme al mercurio e al sale, di tutti i metalli proviene dalle antiche pratiche alchemiche, in cui i tre ‘principi’ hanno soltanto una parziale parentela con gli elementi chimici omonimi: “Lo Zolfo è il principio originario maschile che agisce fecondando il passivo e femminile Mercurio. Gli alchimisti abbinarono allo Zolfo il Fuoco, il calore vitale, lo Spirito, la Luce celeste dalla quale e per la quale ogni forma vivente nasce e si sviluppa. Nell’illustrazione, sopra la collina, l’immagine del Fuoco nascente da una spaccatura della Terra, è l’affermazione di quanto gli alchimisti affidavano allo Zolfo che stava nel Microcosmo come il Sole dimorava nel Macrocosmo. Al Fuoco veniva contrapposta l’Acqua, simbolo della femminilità e infatti in posizione diametralmente opposta, è riprodotta una sorgente d’acqua pura. Lo Zolfo ‘Fixum’ è per gli alchimisti il Fuoco interiore di ogni fissità individuale quindi parte di quella ‘pioggia di zolfo di Sodoma’ similitudine dell’attività dello Spirito creatore e particella di quella Luce creatrice Una e Trina. Nelle descrizioni alchemiche lo Zolfo fu collocato al secondo posto fra i tre principî per la preparazione della Pietra Filosofale. Esso partecipava, in miscela con Sale e Mercurio, alla costituzione di tutti i corpi e la sua separazione impose un difficile lavoro agli alchimisti. Distillazioni, calcinazioni, sublimazioni, liquefazioni, fusioni e cristallizzazioni furono le operazioni mediante le quali gli addetti alla Grande Opera, per anni e anni, cercarono di separare lo zolfo dagli altri due principi. La ricerca sperimentale fruttò loro diverse scoperte precorritrici della chimica moderna[5].” Un ulteriore impulso alla dottrina alchemica dei principi costitutivi del mondo viene dato da Paracelso, che divide gli elementi (terra, acqua, fuoco, aria) dai tre principi di cui sono composti tutti i corpi (zolfo, sale e mercurio).  Paracelso non fa soltanto una riformulazione dell’antica dottrina degli elementi, ma sostiene che sia gli elementi che i principi, così come vengono trovati in natura, sono essi stessi dei composti. Gli elementi sono anche degli uteri o matrices in cui gli oggetti sono generati e da cui ricevono la lo segnatura o ultima destinazione:  in ciascun corpo uno degli elementi acquista un potere superiore a quello degli altri fungendo così da elemento caratterizzante o prevalente (elemento predestinato o quinta essentia). Le sostanze che noi tocchiamo e maneggiamo sono, per Paracelso, dei grezzi rivestimenti che coprono un complesso di forze spirituali: “per essere un corpo, un oggetto deve presentare in ogni caso certe proprietà quali l’umidità, l’aridità, il calore, il freddo, nonché struttura, solidità e funzione. Nell’acqua ordinaria, per esempio, è dominante in misura massima l’umidità, nello zolfo (quale si trova ordinariamente in natura) la struttura regolare, nel cloruro di sodio (sale) la solidità, nell’argento vivo (mercurio) l’elemento funzionale come espresso dalla fluidità e dall’elasticità[6].” Questo principio ‘ilozoista’ (ὕλη ‘materia’ e ζωή ‘vita’), secondo cui il principio vitale è originariamente intrinseco alla materia, viene ripreso da Paracelso dall’alchimia ellenistica e medievale in cui l’origine dei metalli viene spiegata in termini di ‘semi’: “Così la nostra conoscenza e comprensione acquistano una solida base, in quanto tutte le cose hanno un seme e ognuna è racchiusa nel suo seme; e la natura è il costruttore della figura e della forma, la quale è essa stessa l’essenza, ed è la forma che indica l’essenza[7].” I semina, invisibili, sono per Paracelso le cellule germinali di ogni sostanza esistente in natura: di qui inizia la spiegazione moderna dei fenomeni biologici in termini chimici.

[1] Nicola Joly, Il vino tra cielo e terra, Porthos Edizioni, Roma 2004; edizione originale: le Vin du ciel à la terre, Sang de la terre, Paris 2003

[2] Il riferimento è, ça va sans dire, ad Oscar Farinetti, ma anche ad un dibattito un po’ ingessato.

[3] Nicolas Joly, cit., pp. 127 – 129

[4] Rudolf Steiner, Impulsi scientifico – spirituali per il progresso dell’agricoltura. Corso sull’agricoltura – Otto conferenze e un’allocuzione tenute a Koberwitz presso Breslavia dal 7 al 16 giugno 1924 con diverse risposte a domande e una conferenza tenuta a Dornach  il 20 giugno 1924, Editrice Antroposofica, Milano 1979, pag. 64

[5] Marcello Fumagalli- quinta parte, Macrocosmo e microcosmo in http://www.duepassinelmistero.com/

[6] Walter Pagel, Paracelso. Un’introduzione alla medicina filosofica nell’età del Rinascimento, Il Saggiatore, Milano 1989, pag.73

[7] Ibidem, pag. 74

Foto tratta da Wikipedia