Parlare del mondo vitivinicolo: problemi di comprensione e di traduzione.

traduzione

Groucho: Non so granché di cucina francese. Supponiamo che io venga a cena nel suo ristorante: che cosa dovrei ordinare?

Uomo: basta che chieda di me.

Groucho: Ah, lei è sul menù?

 

Sono due gli aspetti che ritengo vadano considerati come oggetti d’analisi del mondo vitivinicolo: il ‘culturalismo’ e la ‘reificazione’. Con il primo termine si intende quello che Boon[1] definisce come ‘senso dell’antitesi’, cioè come effetto di contrapposizione fra culture, nella quale una si definisce in relazione, ma anche in contrapposizione alle altre. Nel mio caso ho a che fare con dei ‘nativi’ particolari, che appartengono generalmente alla mia stessa matrice culturale (italiana, occidentale…che poi differisce in migliaia di rivoli che, a loro volta, si diversificano anche in maniera significativa) e con i quali condivido, in parte, delle culture del vino. Questa appartenenza simultanea a due campi (vinicolo e territoriale) non mi manleva né dal ruolo di studioso di uno specifico argomento (la distanza), né dal fatto che io sia in generale che nello specifico portatore di quelle che sono state definite appunto pre-comprensioni, sia letterarie che ideologiche.

La ‘reificazione’ riguarda invece sia processi esterni che interni alle culture studiate. Il primo aspetto tocca il conferimento, attraverso l’estremizzazione dei caratteri, di una coerenza interna alla cultura studiata, negandone così le differenziazioni e contrapposizioni più o meno evidenti. Mentre il secondo aspettoo fa parte di un processo interno al gruppo studiato, dove esso enfatizza la dimensione culturale come elemento di distinzione in campo ideologico allo scopo di auto-valorizzarsi, oppure al fine di ribadire delle differenze nei confronti di coloro con i quali si vuole polemizzare o dai quali ci si vuole distinguere.[2]

Queste condizioni dello scrivente rimandano sia alle forme incerte della stesura che agli elementi di analisi delle costruzioni simboliche, fortemente coesive, interne ad ogni gruppo appartenente al campo vitivinicolo. E qui si apre un’altra questione, ovvero quella della traduzione dei linguaggi. Partendo dal fatto che la lingua base utilizzata dal mondo vinicolo è la stessa dello scrivente è anche vero che esistono tre ulteriori livelli nella quale essa si esprime. Un primo livello linguistico, di tipo tecnico, viene conferito da alcune discipline scientifiche che sono alla base dei processi di vinificazione e di produzione del vino: mi sto riferendo all’agronomia, all’enologia, alla viticoltura, alla chimica, ecc. Un secondo livello viene fornito da altre discipline, che strutturano elementi di produzione, di commercializzazione, di pubblicizzazione, come l’economia, il diritto, la medicina ecc. Infine un terzo livello, che gioca più su di un piano simbolico, attraverso l’uso di metafore, metonimine e sinestesie è quello legato alla comunicazione del vino e fa già riferimento ad un processo di traduzione interna allo stesso mondo vitivinicolo. Pensiamo ad esempio all’uso di alcuni termini nella degustazione di un vino: fa sorridere sentire un sommelier che si esprime, nell’esame olfattivo, sul bouquet del vino parlando dei sentori floreali, di quelli fruttati, di quelli minerali e via dicendo. Spesso i più non sanno che questo linguaggio è già una traduzione sia di termini chimici che di processi fermentativi: «I profumi e/o aromi sono sprigionati da sostanze ‘volatili’, cioè in grado di evaporare dalla parte liquida. Le caratteristiche del vitigno, le fasi di lavorazione, la maturazione del vino sono i fattori che attribuiscono circa 200-220 composti odorosi appartenenti a diversi gruppi quali: ALCOLI, ACIDI, GRASSI, ALDEIDI, CHETONI, ESTERI, ETERI, TERPENI e altri ancora… (si possono rilevare mediante analisi come la gascromatografia)…[3].» Ed è per questo che credo che esista un problema di traduzione del linguaggio inteso nel senso a cui rinvia Gadamer: «Comprendere ciò che qualcuno dice, non vuol dire ‘trasferirsi in lui e ripetere in sé i suoi Erlebnisse (vissuti). Significa piuttosto intendersi sulla ‘cosa’. Bisogna che ci sia un consenso’. Il processo di comprensione è sempre un fatto di linguaggio. Ciò che il traduttore si prefigge è infatti trasporre il significato del discorso nel contesto in cui vive colui al quale è rivolta la traduzione. Ma trasporre non vuol dire alterare il senso del discorso. Il senso anzi deve essere mantenuto ma, ‘dovendo essere compreso in un diverso mondo linguistico, va come ricostruito in un modo nuovo’. Qualunque ‘traduzione è pertanto un’interpretazione’: si può dire che la traduzione è il compimento dell’interpretazione che un traduttore ha fornito della parola a cui egli si è trovato di fronte[4].» Si potrebbe dire, in altre parole, che «benché le parole improvvisate siano le più dense di significato e lascino ampio spazio all’interpretazione personale, è anche vero però che in alcune di queste professioni (sommelier, enologi, profumieri) gli odori sono oggetto di un lessico stabilito convenzionalmente, di una terminologia negoziata e codificata ai fini della comprensione reciproca degli esperti. Non è un caso che molti sforzi siano stati orientati a stabilizzare i linguaggi professionali, con l’intento di formalizzare un sapere. E tuttavia la condivisione e la trasmissione di un odore restano incerte e parziali, perché – fermo restando che il livello della condivisione dipende anche dalla natura dell’apprendistato – ciascun professionista non può del tutto astrarsi dalle proprie idiosincrasie percettive, influenzate anche dai ricordi infantili (i più radicati). ‘Il paradosso della degustazione – osserva Emile Peynaud,  uno dei maestri dell’enologia mondiale – è che essa tende ad essere un metodo oggettivo, impiegando mezzi soggettivi: il vino è l’oggetto, l’assaggiatore il soggetto. Nella degustazione i sensi umani vengono utilizzati come strumenti di misura’[5]» Lo sforzo di comprensione di un linguaggio vuol dire fare uno sforzo nella direzione della comprensione degli attori sociali studiati: questo non significa di poter trasporre uno (il linguaggio) sull’altra (la società) perché «i concetti possono sia mascherare la realtà che rivelarla, e mascherarla un po’ può forse essere parte della loro funzione[6]


[1]     Ugo Fabietti, Antropologia culturale. L’esperienza e l’interpretazione, Laterza, Bari – Roma 2008 pp. 146, 147

[2]  Cfr Ulf Hannerz, La complessità culturale. L’organizzazione sociale del significato. Il Mulino,  Bologna 1998.

[4]     Hans Georg Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 1983 citato in Ugo Fabietti, cit. pag 235

[5]     Citato in Rosalia Cavalieri, Il naso intelligente. Che cosa ci dicono gli odori, Editori Laterza, Bari -Roma 2009, pag. 184

[6]     Ernest Gellner, Causa e significato nelle scienze sociali,  Mursia, Milano 1992 (ed. orig. 1973), pag. 30, nota 1

Foto tratta da best5.it

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