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ttip-5Oggi.

L’Europa è da lungo tempo in trattativa con gli USA per l’approvazione del  TTIP. Cos’è il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)?: “Il partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti  (TTIP) è un accordo commerciale che è attualmente in corso di negoziato tra l’unione Europea e gli Stati Uniti. (…) Ha l’obiettivo di rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per facilitare l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti.” Ci sono mille e una ragione per opporsi a questi accordi e non solo per quanto riguarda il settore agroalimentare.

Ma, per forza di cose, dobbiamo fare un salto indietro ed occuparci dei meccanismi di riconoscimento reciproci che legano i trattati internazionali sul libero scambio. Per capire meglio cosa potrebbe accadere nel futuro.

Ieri, l’altro.

In un volume collettaneo del 2006 edito da Franco Angeli[1] alcuni studiosi internazionali analizzano il mercato del vino e le sue tendenze strutturali all’interno delle strategie concorrenti per ogni paese. È bene ricordare che questo studio investe un’Europa in cui la nuova OCM vino è ancora  a venire e di cui si intuiscono alcuni capisaldi e prospettive, ma non il dispiegamento attuale. Dopo una prospettiva del mercato del vino internazionale, vengono analizzati, in  termini monografici, i mercati di singoli paesi europei ed extraeuropei: Francia, Italia, Spagna, California, Cile, Argentina, Australia. Il volume si conclude con l’analisi di alcune problematiche e con lo studio specifico del caso Campania. Il volume in questione, sebbene sia recente, ha la valenze di un documento storico, di una fotografia statistica degli anni novanta sino ai primi del 2000, in cui si mettono in evidenza sostanzialmente due elementi: l’esplosione del mercato internazionale e dei nuovi produttori, ma anche delle nuove possibilità di esportazione dei vini europei ed il fallimento degli accordi multipli[2], a causa della mancanza dei relativi accordi attuativi, secondo i quali gli Stati aderenti avrebbero dovuto costituire ‘un sistema multilaterale di notifica e registrazione delle indicazioni geografiche per i vini ammissibili alla protezione nei membri partecipanti’. La differenziazione tra Europa, Stati Uniti e Cina è rilevante ai fini della comprensione del fallimento degli accordi bilaterali, in merito proprio alla nozione di denominazione di origine come legame tra prodotto e territorio: «Onde valutare la portata delle novità introdotte dall’Accordo UE/USA con riferimento alla tutela delle indicazioni di qualità, è indispensabile esaminare, seppur brevemente, il quadro di riferimento: la disciplina applicabile in materia di denominazioni d’origine prima della conclusione dell’Accordo, nelle relazioni tra USA e Unione Europea; le problematiche all’epoca aperte, originatesi anche da differenti valutazioni e interpretazioni sulla portata degli accordi internazionali applicabili.

Già la convenzione di Parigi del 20 marzo 1883 sulla proprietà industriale, menziona esplicitamente le indicazioni di provenienza, come segno oggetto di tutela, così riconoscendo che anche le denominazioni d’origine potevano costituire l’oggetto di proprietà industriale, in quanto estrinsecazione dell’attività e della creatività dell’uomo, ovvero della collettività, che opera in un determinato territorio. Nello specifico la convenzione  si limitava, però, ad introdurre l’obbligo per i firmatari di sanzionare l’utilizzazione diretta o indiretta di un’indicazione falsa relativa alla provenienza di un prodotto, senza peraltro fornire ulteriori specificazioni in ordine a cosa dovesse intendersi per ‘provenienza’ e, quindi, senza introdurre alcun collegamento tra un prodotto ed uno specifico territorio. Questo primo approccio fu reso, poi, più incisivo per effetto della conclusione dell’Arrangement di Madrid avvenuto il 14 aprile 1891 nonché dei successivi aggiornamenti, tra cui da ultimo quello contenuto nel protocollo di Lisbona del 31 ottobre 1958.

Qui troviamo una specifica definizione delle denominazioni di origine oggetto di tutela, che sono ‘costituite da denominazioni geografiche di uno stato, regione o località e intese a designare un prodotto ivi originario, con qualità e caratteri collegati esclusivamente ed essenzialmente ad un centro geografico (o per particolarità delle relative condizioni naturali, dei relativi metodi di produzione, fabbricazione o per le forme di specializzazione industriale o artigianale, o per l’esistenza nella zona di particolari condizioni’). Rinveniamo anche l’istituzione di un meccanismo di registrazione internazionale delle denominazioni, simile a quello relativo ai marchi. Ai sensi dell’art.1 di detto trattato, infatti, la registrazione di una indicazione geografica in uno dei paesi sottoscrittori determina automaticamente l’estensione della protezione agli altri Stati membri, salvo un meccanismo di opposizione. Quale corollario, l’art.6 stabilisce poi che, se un’indicazione è protetta in uno Stato membro, gli altri paesi non possono considerare quell’indicazione generica, mentre l’art.3 precisa che ciascuno Stato membro debba proibire le imitazioni, con apposite leggi nazionali, vietando anche l’uso di termini quali ‘tipo’ o ‘stile’ ecc..

Sennonché, mentre l’accordo di Parigi fu, a suo tempo, sottoscritto dagli USA, questi ultimi non hanno mai aderito né all’accordo di Madrid, né a quello di Lisbona, ritenuti troppo poco flessibili e sbilanciati a favore di una disciplina forgiata principalmente sull’impostazione europea al tema della tutela delle denominazioni d’origine, piuttosto che su quella accolta nei paesi extra europei, guidati dagli Stati Uniti. Prima di introdurre la disciplina di un successivo accordo internazionale, quello dei TRIPS, cui invece gli Stati Uniti hanno aderito, è allora opportuno sin d’ora dar conto della profonda differenza di impostazione sul tema che – da sempre – si è potuta registrare tra i due citati gruppi di paesi. Circostanza che costantemente ha provocato difficoltà nel trovare un metodo effettivamente condiviso da tutti gli Stati per tutelare le denominazioni di origine in modo efficace a livello internazionale. In campo vinicolo, nei paesi europei per denominazioni di origine dei vini si intende il nome geografico di una zona viticola particolarmente vocata, utilizzata per designare un prodotto di qualità e rinomato, le cui caratteristiche sono connesse all’ambiente naturale ed ai fattori umani. Nella nozione si valorizza dunque il  collegamento tra territorio, prodotto e attività dell’uomo. Elementi strettamente legati tra loro, in modo tale che ad un determinato prodotto vengono abbinate non solo le sue qualità intrinseche, ma anche quelle connesse al fatto che esso proviene da una certa zona, nella quale si sono sviluppati con il tempo fattori umani tali da legittimare il riconoscimento di un’attività creativa in relazione alla fase di produzione, la quale finisce per incidere sulla qualità stessa del bene finale. Dal canto loro, gli USA hanno invece sempre respinto l’idea del riconoscimento del binomio prodotto/territorio, ritenendo invece più giusto che fosse valorizzato l’elemento della reputazione – e cioè la percezione – da parte del pubblico dei consumatori, di ciò che un certo prodotto è. Secondo siffatta antitetica impostazione, pertanto, è rilevante non il nome geografico, ma la percezione che ne hanno i consumatori. Di conseguenza, se i consumatori non abbinano ad un determinato nome geografico né un territorio, né una tipologia di prodotto, viene meno la ragione stessa della protezione della sua provenienza, proprio perché quest’ultima risulta di per sé irrilevante nella scelta dell’acquirente.

Tale concezione si giustifica anche sul piano politico. Negli USA, infatti, tradizioni, metodi di lavorazione e cultura del territorio di provenienza sono stati trasferiti ed importati dagli emigranti, i quali per decenni hanno utilizzato tecniche e nomi originariamente indicanti i luoghi geografici di loro provenienza, quando i prodotti europei originali non erano neppure venduti negli USA. nobadtrip_cover

Da un punto di vista americano, questa situazione avrebbe determinato – con riferimento a taluni prodotti – la ‘generalizzazione’ delle relative indicazioni geografiche: esse avrebbero cioè perso il loro originario significato e starebbero ad indicare il prodotto in quanto tale. Ad esempio, le parole ‘Champagne’ e ‘Chianti’ non starebbero ad indicare solamente vini rispettivamente provenienti dal noto territorio francese ed italiano, ma anche una determinata tipologia di prodotto indipendentemente dal loro luogo di origine. Dal punto di vista americano, pertanto, anche le indicazioni geografiche di provenienza e la loro relativa tutela dovrebbe essere soggette ai principi della legislazione in materia di marchi. Ciò implica il preventivo riconoscimento che un determinato segno gode dei requisiti necessari per pervenire alla sua registrazione, ivi inclusi, in primo luogo, quelli inerenti la sua originalità e il suo carattere distintivo. Si aggiungano, nel contesto sin qui tratteggiato, le problematiche di tipo economico. Un sistema basato sulle denominazioni d’origine, che dia accesso alla loro protezione semplicemente tramite il loro riconoscimento e dunque compiuto una volta per tutte secondo procedure concordate tra Stati, raggiunge il risultato che di quella tutela possano fruire – senza spese e senza necessità di adempimenti burocratici – tutti i produttori attivi nel territorio di provenienza e rispettosi delle modalità di produzione sancite per quel determinato prodotto.

Un sistema siffatto, dunque, ben si adatta anche alle dimensioni delle imprese dei produttori europei, che sono generalmente imprenditori agricoli di piccole o medie dimensioni, e come tali non dotate di un’organizzazione commerciale e amministrativa, più diffusa invece in altri tipi di imprese di maggiori dimensioni. Non così per gli  imprenditori americani del settore (ma anche di altri paesi extra europei), titolari di aziende le cui dimensioni sono solitamente notevoli e per i quali comunque, la gestione nazionale ed internazionale dei propri marchi, con i  relativi costi e adempimenti, costituisce semplicemente l’esplicazione di uno dei momenti della loro organizzazione imprenditoriale[3].» Attualmente gli accordi TRIPS sono sì in vigore ed applicabili a tutti i paesi che aderiscono all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), ma il sistema multilaterale di notifica e registrazione delle indicazioni geografiche non è mai stato attivato. Pertanto nei vari paesi l’applicazione del trattato ai casi concreti avviene attraverso l’interpretazione data dai giudici nazionali, facendo riferimento al contesto normativo specifico del loro paese. La tutela scatta cioè sussistendo due condizioni: se il consumatore medio americano abbina effettivamente il nome geografico, che contraddistingue un determinato prodotto, al territorio geografico richiamato dal nome stesso; se la sua scelta d’acquisto risulta effettivamente influenzata dall’effettiva provenienza di quel determinato prodotto: «Tuttavia, non funzionando il sistema multilaterale di registrazione delle indicazioni geografiche (perché mai entrato in vigore, come spiegato), il punto diviene come stabilire se una data indicazione geografica, di cui si chiede protezione, abbia veramente le caratteristiche di cui all’art.22 dell’accordo TRIPS interpretato nei termini sopra indicati. In ultima analisi, la decisione spetta all’autorità giudiziaria americana competente a dirimere la controversia che vedesse opposto, da un canto, chi intende ottenere tutela sulla base del trattato TRIPS in ordine ad un uso illegittimo di un’indicazione geografica e,  dall’altro, chi invece utilizza tale indicazione negli USA. Il fulcro di una simile lite risiede allora nel dimostrare l’esistenza del presupposto lì richiesto per la tutela, e cioè che il pubblico dei consumatori attribuisce la qualità del vino oggetto di controversia essenzialmente alla sua origine geografica… Il caso Institute National des Appelations d’Origine (da ora: Institute) v. Vintner International and Co aveva per oggetto il ricorso contro il rilascio di un marchio nominato ‘Chably with twist’ in favore di detta impresa americana. Il reclamo era intentato dall’Istitute perché tale marchio conteneva la parola ‘Chably’ corrispondente alla denominazione d’origine ‘Chably’, noto vino francese. In un contesto processuale in cui non vi era stata raggiunta la prova circa la sussistenza di abbinamento tra quel nome geografico e il prodotto, la Corte respinse le domande, ritenendo che non costituisse un ostacolo alla registrazione la circostanza che il marchio controverso contenesse un’indicazione geografica ‘minore, oscura, remota e non connessa con i beni’, comunque non conosciuta dal consumatore medio americano.

Come si vede, dunque, il fulcro della motivazione risiede nella circostanza che il termine ‘Chably’, pur costituendo un’indicazione geografica, non poteva trarre in inganno il pubblico sull’origine geografica del prodotto.

Ciò proprio perché la parola ‘Chably’ non era identificata dal consumatore americano come indicazione geografica e tanto meno il relativo prodotto risultava abbinato a quel territorio[4]

[1]   Gian Paolo Cesaretti, Raùl Green, Angela Mariani, Eugenio Pomarici (a cura di), Il mercato del vino. Tendenze strutturali e strategie dei concorrenti, Franco Angeli, Milano 2006.

[2]     Gli accordi TRIPS (Trade – Related Aspects of Intellectual Property Rights), che hanno la stessa valenza della tutela del marchio intellettuale a livello internazionale.

[3]     Benedetta Ubertazzi, Esther Muñiz Espada, Le indicazioni di qualità degli alimenti. Diritto internazionale ed europeo, Giuffrè Editore, Torino 2009, pp. 371 – 373

[4]     Ivi, pag. 377

La foto è tratta da Prima Pagina Di YVS

La seconda foto da Funky16Corners