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Francesco Redi compone il famoso ditirambo[1] ‘Bacco in Toscana’, concependolo come un’azione scenica e facendolo somigliare, da questo punto di vista, al Trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo de’ Medici. Dopo alcuni versi introduttivi parla Bacco che, rivolgendosi ad Arianna, tesse alla presenza di Satiri e Baccanti un lungo e tripudiante elogio del vino. L’opera, pur sotto la trama giocosa, è ricchissima di erudizione. Una grande libertà metrica favorisce procedimenti ritmici che sono molto simili a quelli della tecnica musicale. Il testo concepito nel 1666, ed elaborato nel 1673[2] ( si stima che avesse circa 400 versi), viene dato alle stampe soltanto nel 1685 dopo una stesura definitiva di 980 versi[3]: « Bacco passa in rassegna i vini della Toscana, in particolare del contado fiorentino, insieme ad alcuni non toscani, che egli conosceva per esperienza personale o semplicemente letteraria, in tutto 57, eleggendo infine il migliore di tutti i vini, il Montepulciano, e facendo l’elogio di alcuni degli uomini migliori dell’epoca, con in testa il Mecenate Granduca Cosimo III. Proprio sul vino di Montepulciano, elogiandone le grandiose qualità, scrisse un’ode (la 8) al Conte Federico Veterani in quegli anni, per ringraziarlo di alcuni assaggi di vino che gli aveva mandato [4] :

In quel vetro, che chiamasi il tonfano

scherzan le Grazie, e vi trionfano;

ognun colmilo, ognun votilo,

ma di che si colmerà?

Bella Arianna con bianca mano

versa la manna di Montepulciano;

colmane il tonfano, e porgilo a me.

Questo liquore, che sdrucciola al core

o come l’ugola e baciami, e mordemi!

O come in lacrime gli occhi disciogliemi!

Me ne strasecolo, me ne strabilio,

e fatto estatico vo in visibilio.

Onde ognun, che di Lieo

riverente il nome adora,

ascolti questo altissimo decreto,

che Bassareo pronunzia, e gli dia fe,

Montepulciano d’ogni vino è il re.

A così  lieti accenti

d’edere e di corimbi il crine adorne

alternavano i canti,

le festose Baccanti;

ma i Satiri, che avean bevuto a isonne,

si sdraiaron sull’erbetta

tutti cotti come monne[5]

Nei versetti 1 – 94 il vino viene definito come sangue amabile che rinnova le arterie, che viene creato dai raggi del sole che tutto vivifica. Bacco loda i buoni vini, a cominciare da quelli di Avignone e di Artimino e, passando per i vini da scartare come quelli di Lecore, finisce col Moscadelletto di Montalcino, degno di essere custodito dalle Vestali; dal 95 al 139 alcuni vini non buoni, come il Pisciarello per la mancanza di forza, e l’Asprino perché troppo forte e acre; tirata contro coloro che, come Ciccio d’Andrea e Fasano, superbi, credono di intendersi di vino come Bacco, brandendogli contro il tirso, ma farebbero meglio a bere il Greco di Posillipo e di Ischia; dal 140 al 203 elogio di ottimi vini, come il Trebbiano, il Buriano e il Colombano, insieme alla Barbarossa, al Corso e all’Ispano, che affinano il cervello, come al buon Rucellai che può in questo modo sviluppare i suoi studi scientifici; come contrapposizione abbiamo la condanna di bevande barbare come il cioccolato, il the e il caffè; dal 204 al 290 elogio dei buoni vini del contado fiorentino (Malvagia, Sansavino, Vaiano o Albano) e l’ottimo Topazio di Lamporecchio con disprezzo per i bevitori di birra sul territorio europeo; dal 291 al 357 dà consigli sul modo migliore di bere il vino, cioè freddo e sui contenitori adatto a mantenerlo fresco come le cantinette, le cantimplore o bombolette; si torna a raccontare dei vini dai vv. 445-530 quando trova dei vini eccezionale che beve centellinando goccia a goccia come quelli di Fiesole, di Val di Marina, di val di Botte e la Vernaccia, allontanando tutti coloro che bevono il debole vino delle Cinque Terre; dopo aver attaccato le nuove mode dei profumi d’ambra e di muschio o di quelli fatti giungere dal Perù e da Tolù, stende l’elogio del vero profumo del vino e finisce con l’elogio del Canaiuolo, dell’Ambra e del cavalier dell’Ambra vv. 531 – 585; se nei vv. 586 – 645 presenta i benefici effetti del vino, nei successivi 646 – 731 il vino e l’amore iniziano a produrre i loro effetti e si prosegue sia con l’elogio dei vini come il Falerno, Tolfa, verdea, Lacrima di Vesuvio, sia con i tipi di fabbricazione del vino (mezzograppolo, alla franzese, granella, ecc.) e finisce con l’elogio del Chianti e del Carmignano e intanto avanza l’ebbrezza; seguono poi versetti d’internezzo (732 – 806) contro tutte le bevande che non siano vino e che vengono proposte da alcuni mediconzoli, come la cedrata, il limoncello o l’aloscia; i vv. 807 – 880 forse tra i più famosi, dove Bacco, già ebbro naviga verso Brindisi in un comico alternarsi tra la città ed il brindisi vinoso; gli ultimi versetti 881 – 960 rappresentano la scena finale in cui la tempesta marina segue la tempesta nel corpo di Bacco, entrambi costretti ad espellere per potersi così alleggerire: per la nave i barili di vino e per il corpo il liquido assunto. Passata la tempeta ed il pericolo bisogna festeggiare con una nuova bevuta, per la quale si invitano i Satiri a versare il vino in enormi calici grandi come un tofano[6].


[1]     Il ditirambo (in greco διθύραμβος) era, nell’antica Grecia, un inno cantato e danzato in onore del dio Dioniso (presso i romani Bacco).

[2]       Cfr. Gabriele Bucchi, Per un’edizione critica del ‘Bacco in Toscana’ di Francesco Redi, in    Accademia della Crusca, Centro di Studi di Filologia Italiana, «Studi di Filologia Italiana», Volume LXI, Le Lettere, Firenze 2004

[3]       Cfr. Francesco Redi, Bacco in Toscana con una scelta delle annotazioni, a cura di Gabriele Bucchi, Editrice Anteriore, Roma- Padova MMV, 2005

[4]     Giuseppe Bonghi, Introduzione al Bacco in Toscana di Francesco Redi, in http://www.classiciitaliani.it

[5]     Bacco in Toscana , Ditirambo di  Francesco Redi Academico della Crusca in http://www.classicitaliani.it/seicento/Redi_Bacco_in_Toscana.htm

[6]       Cfr.Giuseppe Bonghi, Introduzione al Bacco in Toscana di Francesco Redi, cit.