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SatyriconFellini69

Mario Romagnolo è Trimalcione in Fellini Satyricon da Wikipedia.

La scena è nota: Encolopio e i suoi amici squattrinati, Ascilto e Gitone, vengono invitati a cena dal liberto Trimalcione. “Quid ? vos ’ – inquit -‘nescitis, hodie apud quem fiat? Trimalchio, lautissimus homo… horologium in triclinio et bucinatorem habet subornatum, ut subinde sciat quantum de vita perdiderit.” (“Ma come, non sapete da chi andiamo oggi? Da Trimalchione, un uomo raffinatissimo, che nella sala da pranzo tiene un orologio con tanto di trombettiere per essere consapevole, in ogni momento, quanto della vita ha perduto”) (26.9).  Poco dopo fa il suo ingresso trionfale, grottesco e smisurato Trimalcione, il padrone di casa, che segue un primo ‘antipasto’ fatto di olive nere servite nella bisacca di un asinello di metallo, che, a sua volta, regge piatti pieni di ogni ghiottoneria, tra cui dei pregiatissimi ghiri.  E poi il vino: «Subito furono portate delle anfore di vetro scrupolosamente sigillate con il gesso, sul cui collo erano apposte delle etichette con questa scritta: “Falerno  Opimiano di cent’anni”. Mentre eravamo impegnati a leggere le etichette, Trimalcione batté le mani e: “Ahimè, dunque il vino vive più a lungo di un ometto. Perciò beviamo pure come spugne! Il vino è vita. E questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho offerto di così buono, eppure cenavano persone ben più di riguardo” (34.6).

L’orologio che scandisce il movimento vitale che perde poco a poco dei pezzi si contrappone alla longevità del vino, alla fugacità di un tempo, che, come per Orazio, va colto nell’immediatezza del presente. La morte fa da contrappunto alla vita, in una sorta di parodia che recupera un predente storico, in cui Erodoto (Storie 2,78) narra di come in Egitto, durante i banchetti, si mostrasse un cadavere di legno per mostrare la caducità della vita. E, infatti, anche nel sontuoso banchetto di Trimalcione farà la sua comparsa, di lì a poco, uno scheletro d’argento a rappresentare la morte. Alla fine della cena l’orologio[1] si ripresenta nel monumento funebre, ‘accompagnato’ da anfore per il vino (…amphoras copiosas gypsatas, ne effluant vinum, 71.11) e da rappresentazioni dell’attività commerciale e dell’arricchimento di Trimalcione, che possiede navi per il trasporto di anfore vinarie: plenis velis euntes. Perché il vino è oro a quel tempo. «Il padrone (…)mi lasciò tutta la fortuna eccetto il lascito dovuto all’imperatore e io ho raccolto un patrimonio da senatore. Ma nessuno ne ha mai abbastanza. Mi prese la smania del commercio. Per farla breve, feci costruire cinque navi. Le carico di vino, era  come oro a quel tempo, le spedisco a Roma. Neanche a farlo apposta: tutte le mie navi naufragarono. E’ accaduto non sono storie: in un giorno Nettuno mi ha mangiato 30 milioni di sesterzi. Credete che mi persi di coraggio? Per Ercole, questa perdita non mi colpì più di tanto, come niente fosse. Feci costruire altre navi, più grandi e migliori, più fortunate anche, così che tutti mi chiamavano l’intrepido. Si sa, una nave ha una grande capacità. Vi caricai di nuovo vino, lardo, fave, profumi e schiavi…[2]»

Falerno Opimiano, convenzionalmente longevo, dai cento anni e più per designare una straordinaria costanza all’invecchiamento: «Marco Anneo Lucano ricorda di Giulio Cesare il quale, dopo aver sconfitto Pompeo Magno, invita la regina Cleopatra, avvezza a bere vino Mareotico di Alessandria, a brindare con Falerno dalla spuma sottile. Virgilio nelle Georgiche  ricorda che nelle celle vinarie “…non c’è altro vino a contendergli il primato…”, mentre Orazio afferma che il Falerno più vecchio aveva uno spazio riservato nelle migliori cantine dove “era custodito con grande cura nella loro parte più profonda” [3].» A proposito del Falerno opimiano della cena petroniana, vecchio di 100 anni Plinio racconta che ai suoi tempi, con Caligola imperatore, erano ben custodite, nelle celle vinarie, bottiglie di Falerno Opimiano dell’anno 121 a.C., ovvero l’anno 633 di Roma e che contavano, in quel momento storico, più di 160 anni: «I Romani calcolavano il merito di questo liquore coll’epoche de’ fasti consolari. (Veteris proferte Falernos Consulte Tibull. Eleg. 1 lib II; Bibuli consulis amphoram. Horat Od. 28 lib III; Quaeque annus coxit Opimi Martial. Epigr. 40 lib II;) L’Opimiano vantava un secolo di antichità nella cena sontuosa di Trimalcione, avvegnachè un istorico rispettabile richiami in dubbio l’identità del prodotto del consolato di Opimio, col prodotto che si usurpava il nome di Opimiano (Celeberrimum vini Opimìani nomen, quod jam nullum esse spatio annorum colligi potest; cum ab eo sint ad te; Marce Vinci, consulem anni CLI Patercul. Histor. lib II )[4]» Lo storico Velleio Patercolo, vissuto all’epoca dell’imperatore Tiberio, parla infatti di “vini per i trionfatori” e diversamente da Plinio, riferisce che detta annata sarebbe ricaduta nell’anno 151 a. C., in occasione del consolato di Marco Vinicio. «Questi vini, ricorda Plinio, dopo anni di lungo invecchiamento, assumevano la consistenza e il sapore di miele amaro e per berli era necessario stemperarli con acqua, così come riferisce anche Catullo (Ep.XXVII). Altri, invece, si presentavano completamente solidificati, utilizzati nelle migliori cantine per valorizzare vini di minore pregio[5].»

[1] Cfr. Alberto Borghini, Qualche altra riflessione sul tema dell’orologio nella Cena petroniana Lezione tenuta presso l’Università di Torino, Palazzo Nuovo, Dip. di Filologia, Linguistica e Tradizione Classica “Augusto Rostagni”, 21.12.2011. Articolo pubblicato nel sito web http://www.senecio.it, sezione “Saggi, enigmi, apophoreta” (in collaborazione con VICO ACITILLO- POETRY WAVE). Fondatore: Emilio Piccolo – Direttore: Andrea Piccolo e Lorenzo Fort. Redazione: Sergio Audano, Gianni Caccia, Maria Grazia Caenaro, Claudio Cazzola, Lorenzo Fort, Letizia Lanza

[2] Vita di Trimalcione. Tratto da:///C:/Documents%20and%20Settings/stara/Desktop/paul-veyne-la-societc3a0-romana.pdf

[3] Pasquarella C., D’Auria G., Lauro P., Uve e vini della Campania nella letteratura: dalla civiltà Romana al Gasparrini, Università degli Studi di NapoliFederico II Dipartimento di Arboricoltura, Botanica e Patologia vegetale Facoltà di Agraria – Portici 2013 in pomonacampana.com/wp-content/…/testo_ultimo.pdf

[4] Economisti classici italiani. Scrittori classici italiani di economica politica, Parte moderna Tomo XXVIII, Milano nella Stamperia e Fonderia di G. G. De Stefanis a San Zeno n° 534, 1814

[5] Uve e vini della Campania cit.