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Dal mio libro.

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La Geographica di Strabone (64 a. C. – 19 d. C.), indicata sino al V secolo anche con Geographoùmena, consta di 17 libri, di cui i primi due (I Prolegomena) costituiscono un’introduzione generale in cui l’autore tratta alcuni problemi di geografia generale e gli scopi, i limiti, i destinatari della geografia in generale e della sua opera in particolare: «La geografia si rivolge in buona parte ai bisogni della vita politica. La terra e il mare che abitiamo costituiscono infatti lo spazio delle azioni umane; piccole imprese si compiono in piccoli spazi, grandi imprese in grandi spazi; ma è lo spazio abitato nella sua totalità, ciò che propriamente definiamo ecumene, che costituisce lo spazio delle azioni più grandi. I più grandi generali sono perciò quelli che possono comandare in terra e in mare, unendo popoli e città in un solo impero e sotto una medesima direzione politica. È chiaro dunque che tutta la geografia si rivolge interamente all’esercizio del potere[1].»

Gran parte delle fonti utilizzate da Strabone sono scritte, e per la stragrande maggioranza riguardano autori greci: Omero, Anassimandro di Mileto, Ecateo, Democrito, Eudosso, Dicearco… Ipparco,  Apollodoro ecc. Pochissime sono invece le fonti personali, le notizie autoptiche, benché egli affermi di aver viaggiato moltissimo. Come affrontare la lettura di Geographica, ed in particolare per quanto riguarda la conoscenza della viticoltura e dei vini? Credo che valga la pena riportare il suggerimento di Roberto Nicolai e Giusto Traina: «Syme[2] riprende in modo più raffinato  le tesi di fondo di un lavoro di Ettore Pais[3], dove Strabone era stato sistematicamente accusato di ignorare, pur essendone necessariamente a conoscenza, i più recenti sviluppi dell’amministrazione romana. In base a questo disinteresse di Strabone, Pais concludeva che la dichiarazione del libro I, sugli usi politici e strategici della geografica, altro non era che la ripresa libresca di assiomi, pronunciati dai suoi predecessori e modelli, come Polibio e Posidonio. Pais, a sua volta, si colloca in quel fortunato filone di ricerca che , partendo dal lavoro erudito dei secolo XVII e XVIII, ha avuto il suo massimo sviluppo a cavallo tra Otto e Novecento, nel periodo aureo della critica positivista. I filologi e gli storici di allora hanno trattato Strabone come mero contenitore di ben più precise e interessanti informazioni, derivate da testi frammentari. Di conseguenza, queste informazioni andavano recuperate attraverso un delicato lavoro di rimozione delle incrostazioni determinate dall’intervento, considerato quasi sempre come maldestro e comunque inopportuno, del ‘compilatore’ di turno. (…) Gli storici lo accusano di non capire le sue fonti, i filologi di giustapporle senza criterio: ma è corretto interpretare Strabone in questa chiave, presupponendo che il suo contributo personale sia solo di segno negativo, e facendogli carico solo di sviste e contraddizioni? La risposta non può essere affermativa (…) Strabone si sforza di formare un tutto organico, fondendo insieme le indagini di geografia fisica, proprie della tradizione scientifico-matematica, con le notizie che erano patrimonio della geografia descrittiva (VIII, I, 1). Questo sforzo di organicità lo ha portato ad interagire con due tendenze diverse: da una parte gli studi sulla forma della Terra, praticati dai filosofi, dall’altra le descrizioni di regioni, popoli, città redatte con un taglio che poteva privilegiare le notizie storiche o quelle etnografiche o anche dare spazio ai mirabilia. Insomma, Strabone va studiato come ‘monumento’ e non più soltanto come ‘documento’[4].» Facendo mia questa considerazione, anche a proposito delle dovute attenzioni e non solo a proposito del testo preso ora in esame, riporto una breve carrellata delle considerazioni di Strabone sul vino e sulla viticoltura. Egli, nella sua vasta opera geografica, inserisce il discorso del vino all’interno delle descrizioni dei territori o delle popolazioni che si accinge a raccontare: «Così per esempio ci dice che i vini Monarite della Cappadocia rivaleggiano con quelli greci (XII, II, 1), che le terre di Priapo, i Pariani e i Lampasceni erano ricchi di viti (XIII, 1, 12) e che il vino catacecaumenite[5] non era inferiore a nessuno dei vini più pregiati (XIII, IV, 11). I vini dell’Egeo, in particolare quelli di Cos, Chio e Lesbo vengono lodati in particolar modo (XIV, XII, 19), anche se a suo parere quelli Samo (XIV, 1, 15) non erano un granché. Più ad est ci dice che le viti dell’Ircania, a sud-est del Mar Caspio, erano molto rigogliose e produttive (XI, VII, 2)[6]» e che in Aria «la terra produce buon vino in quantità, che si mantiene tre generazioni in vasi non impeciati[7].»

Per quanto riguarda l’Italia nord-occidentale, «Strabone riferisce che solo i Liguri producevano quantità di vino non eccellente, in genere miscelato con la pece, anche se il vino retico era ritenuto buono come la maggior parte dei vini italiani (IV, VI, 8) All’interno dell’Italia peninsulare i vini migliori erano quelli del Lazio e della Campania. A detta di Strabone i tre migliori vini erano il Falerno, lo Statanio e il Calenio (V, IV,3), anche se vicino a quelli c’era il vino di Sorrento (V, IV,3) e quelli di Caecuba, di Fondi, di Sezze e di Albano che pure godevano di buona fama (V, III, 6)[8].»

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[1]       Gneo Pompeo Strabone, I 1 16, citato in Anna Maria Braschi, Introduzione a Strabone, Geografia, Il Peloponneso (Libro VIII), Rizzoli, Milano 1992,pag. 13

[2]       R. Syme, Anatolica, Studies in Strabo, A. Birley, Oxford 1995

[3]       E. Pais, Straboniana, Contributo allo studio delle fonti della storia e dell’amministrazione romana, rivista di Filologia, n. 15, pp. 97 – 246, (ristampa anastatica Bologna 1977)

[4]       Roberto Nicolai e Giusto Traina, Introduzione a Strabone, Geografia, Il Caucaso e L’Asia Minore (Libri XI e XII), RCS Libri, Milano 2000, pagg. 6 -8

[5]       Da Catacecaumene, regione d’Efeso aridissima (etimo di cata: bruciata)

[6]       Tim Unwin, cit. pag. 109

[7]       Strabone, Geographica, cit. Libro XI, X, 1, pag. 145

[8]       Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture, miti, Donzelli Editore, Roma 1993,. pag. 110

Le foto sono tratte da Wikipedia