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Ci risiamo. Pochi mesi tra basso profilo, disattenzione e carsismo, dopodiché la medesima questione di principio, un principio non secondario, anzi, insindacabile almeno per il sottoscritto, riemerge dal sottosuolo culturale: una condicio sine qua non, condizione senza la quale abdico volentieri alla facoltà di giudizio estetico sul vino. Eppure, dal sottosuolo che si vorrebbe cimiteriale, dove cioè la si auspicherebbe inumata, la questione del fascismo culturale riemerge: e asperge il vino e i suoi tanti sepolcri imbiancati di una tinta spregevole. Il fascismo culturale non è uno zombie: è vivo ed è anche vino. Il perché viva e periodicamente si riaffacci, lo spiegava già un’ottantina d’anni fa Carlo Rosselli, in un passo al quale ricorro sempre volentieri per chiarire da quale parte io stia e felicemente. E credo d’averla già ripresa in altra occasione su Intravino:

«Il fascismo si radica nel sottosuolo italiano, esprime i vizi profondi, le debolezze latenti, le miserie del nostro popolo, del nostro intero popolo. Non bisogna credere che Mussolini abbia trionfato solo per forza bruta. Se egli ha trionfato è anche perché ha saputo toccare sapientemente certi tasti, ai quali la psicologia media degli italiani era straordinariamente sensibile. In una certa misura il fascismo è stato l’autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto della unanimità, che fugge l’eresia, che sogna il trionfo del facile, della fiducia, dell’entusiasmo. Lottare contro il fascismo non significa dunque lottare solo contro una reazione di classe feroce e cieca, ma anche contro una certa mentalità, una sensibilità, contro delle tradizioni che sono patrimonio, purtroppo inconsapevole, di larghe correnti popolari.».

Il fascismo folkloristico, quello ultraottuagenario e bracardianamente grifagno, fitto di busti e labari e gagliardetti e altri paraphernalia, mi causa ilarità. Quello riattato per la temperie moderna con i suoi nuovi protagonisti e bersagli, la sua nuova e già vecchia teoresi, la nuova feccia e i nuovi meticci, la sua nuova e sempreverde prassi di iattanza militante (o iattante militanza, fate voi), la xenofobia dichiarata fino alla soglia dell’ufficio del personale e miracolosamente sospesa oltre quella soglia, perché più ancora che per pelle il “negro” è nero soprattutto in rapporto a INPS, INAIL e Agenzia delle Entrate; ebbene, questo fascismo da Repubblica Social-Network Italiana mi preoccupa e reclama riflessioni. Se a manifestarlo su Facebook è un vitivinicoltore, la prima tra le riflessioni verte sulla questione di principio sopra invocata: è ammissibile giudicare, acquistare e degustare il prodotto di chi prima si palesa per razzista, poi derubrica a goliardia l’odio razziale?

È ammissibile. Se non si è coinvolti oltre il limite della blanda suggestione indotta dalla piacevolezza. Lo è anche per chi si astiene dal giudicare oltre il grado edonistico di giudizio. Lo è, ancora, se si è avvezzi alle callistenie formalistiche del giudizio tecnico-analitico e da queste pienamente satollati: sotto il profilo analitico-sensoriale, gli argomenti pro-bontate sono astrattamente condivisibili e facilmente reperibili su tutte le guide e tutti i blog da molti anni a questa parte. Lo è, infine, se si è simpatizzanti.

Non è ammissibile se, nel giudizio complessivo sul vino, non si ritiene possibile astrarre, ridurre l’informazione su chi lo ha prodotto a incidente o alla posizione residuale. A titolo personale, riportando il mio intervento di poco fa in un’altra discussione sulla medesima vicenda: “Per me è essenziale, quando mi è concesso, sapere chi vive dietro un artefatto di buon gusto. Il nesso che lo lega al suo artefice evapora, e con esso tutto il gusto, nell’istante medesimo in cui l’artefice si esplicita nella propria doppiezza costituzionale: buona pratica nell’esercizio della competenza, pessima pratica nell’esercizio dell’incompetenza. La questione estetica decade non appena l’artefice presume di sé a tal punto da credersi immune all’etica e da tenerla in spregio. Affrontare ancora il vino in questione sarebbe la più cieca delle degustazioni. Si è giudicato da solo, non lo voglio più.” In breve, il mio giudizio estetico sul vino non può prescindere dalla figura del produttore quale si manifesta, ad esempio, per coscienza civile, senso di responsabilità, umanità, posizione rispetto a una data temperie politica e culturale.