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Una breve scritta bianca emerge dall’etichetta multicolore della bottiglia. Caratteri greci, antichi, provenienti da Efeso, la più grande città ionica dell’Anatolia: φύσις κρύπτεσθαι φιλει. Sotto, una possibile traduzione: “La natura ama nascondersi.” Eraclito l’Oscuro (Efeso, 535 a.C. – Efeso, 475 a.C.) Il vino: la barbera dell’Azienda Agricola Maria Bortolotti[1].

L’antico frammento. Fr.116

Non vi è, ancora oggi, concordanza sulla traduzione del testo e soprattutto sulla sostanza del primo termine, φύσις, che a noi è stato reso, a partire dal Rinascimento, con il termine “natura”. Κρύπτεσθαι, poi, indicherebbe più una propensione, un “tendere a”, piuttosto che una volontà ben precisa. Le differenti letture dell’aforisma eracliteo rimandano a esegesi discordanti della filosofia di Eraclito: vi è una tradizione, che giunge a noi da Giorgio Colli e che trova compimento nell’ultima traduzione di Angelo Tonelli, secondo cui il termine φύσις viene reso come ‘nascimento’ per il primo autore, e come ‘origine’ per il secondo. Da cui “il nascimento (o l’origine) ama nascondersi[2]”. In questa versione ciò che origina “si cela, come mistero, dietro l’apparenza delle cose che origina, pur manifestandosi anche attraverso di esse. Ogni manifestazione del Principio è anche un suo nascondimento: tale l’ambiguità del cosmo in cui viviamo, e di tale ambiguità il sapiente reca consapevolezza.” La physis avrebbe il compito di far risplendere l’apparenza, che, per sua natura, è ambigua: da una parte come unica realtà possibile e visibile, dall’altra come un sussulto di una realtà abissale[3]. Soltanto ai sapienti è dato conoscere questo sapere iniziatico. La natura è, in questa versione, natura trascendente.

Un’altra variante del termine φύσις è quella che ci giunge da G. S. Kirk[4], che lo traduce come “la reale costituzione di ogni cosa”, la natura in quanto essenza, che “ha l’abitudine di nascondersi”. Estensione ultima di questa interpretazione è quella[5]  che parla di natura come forza produttrice, un natura artista che, mentre  genera gli enti attraverso il gioco delle opposizioni, nasconde la dinamica della creazione.

In Hannah Arendt[6]  vi è poi una concezione che, se da una parte accomuna la logica della natura ad atto creativo al pari dalla forza generativa supposta da Colli e Tonelli, supporta, dall’altra, l’idea che la sua funzione generatrice parta ed arrivi a sé medesima: “ la totalità delle cose non fatte dall’uomo né create da un fattore divino, ma venute all’essere da sé medesimo: ed Eraclito affermava di questa physis che ‘essa ama nascondersi’, celarsi cioè dietro le apparenze[7].” Il logos arendtiano, lungi dall’essere un sistema di connessione tra realtà nascoste, diviene quindi lo stupore che si fa parola, il dono dell’argomentazione razionale che permette a i Greci di distinguersi dai barbari.

Pierre Hadot[8], infine, prova a sintetizzare cinque possibili traduzioni del frammento eracliteo:

  1. La costituzione di ogni cosa tende a nascondersi (è difficile da conoscere).
  2. La costituzione di ogni cosa vuole essere nascosta (non vuole essere rivelata).
  3. L’origine tende a nascondersi (l’origine delle cose è difficile da conoscere).
  4. Ciò che fa apparire tende a fare scomparire (ciò che fa nascere tende a fare morire).
  5. La forma (apparenza)tende a scomparire (ciò che è nato vuole morire).

Ciò che fa Pierre Hadot, nelle due ultime proposizioni, è quello di rimandarci ad una ulteriore quanto assai probabile traduzione del frammento di Eraclito: ogni processo di creazione è indissolubilmente legato ad un processo di distruzione, così come ogni movimento vitale è nello stesso tempo un movimento di morte, per cui ogni apparizione ha già inscritta la sua scomparsa. Così nella logica contemporanea del vivente: “Nulla obbligava un batterio all’esercizio della sessualità per moltiplicarsi. Non appena la sessualità diventa obbligatoria, ogni programma genetico è formato non più per copia esatta di un solo programma, ma per nuovo assortimento di programmi differenti. L’altra condizione necessaria alla possibilità stessa di un’evoluzione è la morte. Non la morte che viene dal di fuori come conseguenza di qualche accidente, bensì la morte che viene dal di dentro come una necessità prescritta, già nell’uovo, dal programma genetico[9].”

Il vino, dunque, ama nascondersi: vuole giocare con noi. A volte si rivela, piano piano, ma mai tutto e mai nello stesso tempo. Il vino fa apparire ciò che tende a far scomparire e ciò che svela è pure ciò che vela: “Sì, il Tempo vasto, impossibile da misurare fa apparire (phyei) le cose che non erano apparenti e fa sparire (kryptetai) le cose che sono apparse[10]”.

Nello stesso fiume. Fr. 30

“Nello stesso fiume non è possibile entrare due volte[11]”, dice Eraclito.

“Nel medesimo calice non è possibile bere lo stesso vino due volte”, diciamo noi. Lo stesso vino è sempre diverso.

[2] Eraclito, Dell’Origine. Traduzione a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli, Milano 2009, pag. 78

[3] Giorgio Colli, La sapienza greca, III, Eraclito, Adelphi, Milano 1993

[4] G. S. KIRK , Heraclitus. The Cosmic fragments, Cambridge 1962

[5] Valeria Andò, «La physis ama nascondersi»: la lettura arendtiana di Eraclito in http://www.liceomanara.it/sites/default/files/allegati2/Lezione%201.5.pdf Riferimento a M. Conche, Héraclite. Fragments, Paris 1986

[6] Ne parla ampiamente in Vita della mente, Mulino, Bologna 1987

[7] Ibidem.

[8] Pierre Hadot, Il velo di Iside. Storia dell’idea di natura. Einaudi, Torino 2006

[9] Ivi pp. 10,11

[10] Sofocle, Aiace, vv 646 sgg.

[11] Eraclito, Dell’Origine cit. pag. 78