Si può essere contrari alla parola “naturale”?

Riproposta, con lievi modifiche.

Il dibattito è curioso: ci si incaponisce sulla legittimità di un termine quasi questi avesse una sola modalità di essere inteso. Come se tutte le parole che usiamo avessero la stessa capacità esplicativa, mentre, a volte, e a volte spesso, ciò che domina è l’equivoco: possiamo discutere se il termine ‘naturale[1]’ sia il più appropriato per la descrizione di un vino, ma non possiamo certo dubitare sulla sua molteplicità interpretativa: “che riguarda la natura”; oppure “che deriva da essa”; ma anche che “è conforme ai suoi principi”; e perché no! “ovvio”, “normale” e poi, oltre, “non artificiale”, “genuino”, “non alterato”. Dal momento che non è un termine contemplato nella legislazione vitivinicola, il termine ‘naturale’ è significante e nello stesso tempo significato per chi lo usa. Ma l’autore, lo scrittore avrebbe detto Barthes, fa parte di un discorso più ampio, in cui le parole emergono oltre l’intenzionalità esplicita di chi le utilizza: quante cose oggidì sono naturalmente ‘naturali’. Discutibile? Come tutto! Inutilizzabile? E perché mai? “Un’ermeneutica che si ripiega su una semiologia crede all’assoluta esistenza dei segni: abbandona la violenza, l’incompiuto, l’infinità delle interpretazioni per far regnare il terrore dell’indice, e sospettare il linguaggio[2].”

Potremmo quindi concludere che ‘naturale’ è un aggettivo illegalmente (non previsto da legge) legittimo (la legittimità viene attribuita da chi lo utilizza).


[2] Michel Foucault, Nietzsche, Freud e Marx (1967), in Archivio Foucault  1. (1961-1970), Follia, Scrittura, Discorso, a cura di Judith Revel, Feltrinelli, Milano 1996, pag. 146

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16 thoughts on “Si può essere contrari alla parola “naturale”?

  1. Vini di Vignaioli a Milano … leggo che … “Si terrà inoltre l’incontro con lo scrittore Pietro Stara, autore del libro “Il discorso del vino”. Davvero? Sabato o Domenica? A che ora?

    1. Ciao Filippo, non vedo sul blog quello che mi hai scritto in privato. Perché non lo inserisci tutto? vale la pena perché la tua replica è molto interessante

  2. Perché era un po’ lunghetta: comunque, ecco qui, salvo l’immagine allegata, che mi piaceva assai.

    Numquam natura est: credimi, Pietro, almeno su questo la volpe c’ha ragione.
    Non ho gran dimestichezza con la filosofia, l’ermeneutica e la semiologia, ma masticare le parole come chewing-gum non mi sconfinfera.
    Che l’uso del termine sia ormai affermato, è un fatto. Amen.
    Che sia una (buona) trovata di marketing, va da sé, è anche accettabile, non sono di sicuro uno jihadista.
    Che sia legittima, quasi: è una bolla linguistica, torniamo al masticare bubble: ma (restando alla metafora) stimola i succhi gastrici, però non sfama.
    Che sia giusta e che non lasci adito a equivoci sgradevoli e a peggio, questo proprio mi riesce impossibile passarlo.
    Per dire: un ogm non deriva dalla natura? Quanti son pronti a corbellinare che anzi, sono così conformi ai suoi principi che il bio ne avrebbe tutto da guadagnare?
    E che facciamo, allora? Diciamo di non esagerare? Che s’è frainteso il senso? Soffiando un palloncino, poi capita che il caucciù impaciuga in faccia…
    Hai presente Farinetti, il suo vino ‘libero’? Bella furbata. Credo che sia anche un marchio registrato. E se non l’ha chiamato ‘libero e naturale’ è solo perché è troppo lungo. Ma il concetto è uguale.
    Ma anche d’un vignaiolo ‘naturalmente’ onesto, un bio di dentro e di fuori, di forma e di sostanza, ti chiedo: perché non ripristina piantata o alberata? Arbustum gallicum o italicum che voglia? O, meglio, la virgiliana labrusca, magari addirittura in primigenia versione tirrenico-ligustica? Non sarebbe più direttamente derivante da natura? Più strettamente conforme ai principi della gran madre?
    Io dico: occhei: chiamiamoli ‘vini naturali’, ormai è andata: ma non facciamone una questione di principio, non sosteniamo che in sé il termine vale, e se ne venisse a galla uno meglio, se s’affermasse senza troppo battagliare uno meno plastico e gommoso, prendiamone atto, che sul vino. detto alla romana, vòi o non vòi, la volpe c’ha raggione: numquam natura, eddai!

    1. Il tuo commento richiederebbe un buon approfondimento. In parte penso di averti riposto, anche se indirettamente, in altri miei articoli sul “naturale”. Ma preferirei dirti che non ho intenzione di difendere una parola in quanto tale, ma neppure di attacarla per la stessa ragione. Mi sembra importante, invece, capire il senso soggettivamente inteso, secondo una classica definizione di Max Weber, delle parole che usiamo e che si usano. Ciò significa sottrarle, innazitutto, da una pretesa valenza morale e ridare loro un senso politico e sociale: «il costrutto di un ‘senso soggettivamente intenzionato’ sale verso ‘connessioni di senso’ trasmesse socialmente. In queste risiedono tutti i conferimenti di senso e di valore di una società, intersoggettivamente vincolanti, a cui si orientano singoli agenti e gruppi sociali. In altre parole, anche il presunto senso soggettivo è un senso sociale .» (Dirk Kaesler, Max Weber, Il Mulino, Bologna 2004, pag 235) La reinvenzione della parola, nelle declinazione sociali dei suoi attributi, fa parte di una battaglia più ampia che vede coinvolti soggetti politici portatori di istanze a volta contrapposte. Ed è in questo senso che mi preme difendere la sua possibilità d’uso. Chi l’attacca non lo fa certamente per ragioni etiche superiori: numquam natura, evviva!

    1. Ciao Luna, grazie per i complimenti. Poi, sì, lo credo anch’io ed è, in fondo, quello che sostengo nell’articolo: la legittimità di chi lo usa in termini soggettivi, ovvero attribuendo alla parola ‘naturale’ (ma vale per molte altre) un significato ‘personale’.

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