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«Se un piatto non è buono, lo si può rifiutare; se un vino è di cattiva qualità, si può sempre piegare sull’acqua;ma un convitato pesante e triviale, che vi dà il mal di testa, annulla e guasta il piacere di qualsiasi vino, di qualsiasi cibo, la grazia di qualunque musico, né ci si può in questo caso avvalere di quell’espediente che consiste nel vomitare ciò che provoca tanto disgusto».

Nilosseno, in Il simposio dei sette sapienti.

Tratto da “Il simposio dei sette sapienti” di Plutarco.

Platone, nel Protagora – 343a,  elenca così i sette saggi: “Di questi vi era Talete di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante di Priene, il nostro Solone, Cleobulo di Lindo, Misone di Chene e per settimo si diceva ci fosse anche Chilone spartano.”

Il gioco consiste nel trovare i veri personaggi del banchetto e nello scoprire il vino servito nella coppa. I personaggi del dialogo di Plutarco sono esclusivamente maschili: mi sono preso la libertà di inserire due donne.

“Il simposio dei sette sapienti”, che fa parte de “I Moralia” una serie di 78 trattati, alcuni pseudoepigrafi, di Plutarco (Cheronea, 46 d.C./48 d.C. – Delfi, 125 d.C./127 d.C.), si svolge al porto Lecheo, in una sala per banchetti del palazzo di Sartore, vicino al tempio di Afrodite. Partecipano al banchetto anche tre donne: una flautista; la moglie di Sartore; la figlia del sapiente tiranno Antonio Tomacelli.

Sartore bevve da una capace coppa che poi passò a Cossater, e Cossater a sua volta la porse a Corazzol;  Romanelli allora si levò in piedi e, rivolgendosi, a Cagnetti, gli disse: “ Dico a te, non potresti far arrivare il tuo boccale anche a noi altri, quaggiù? Vedi bene che costoro si passano il calice l’un l’altro come se fosse la coppa di Baticle[1], e non c’è verso che ne facciano partecipe nessun altro!” Rispose Cagnetti: “Ma nemmeno questo boccale sembra essere popolare: è già da un bel po’ che se ne sta fermo soltanto davanti a Eleutherius Grootjans!” Allora Francesca Ciancio, rivolta a Cristiana Lauro, le chiese quale fosse il motivo per cui Eleutherius Grootjans non beveva, in aperta contraddizione con il verso in cui l’aveva scritto: 

Ora mi diletto delle opere di Afrodite, la dea

nata a Cipro, di Dioniso e delle Muse,

opere che recano conforto agli uomini. 

Prima che l’altra potesse replicare, Morichetti s’introdusse nella discussione dicendo: “E di te, Gori, che hai paura di quella tua rigorosa legge in cui hai decretato ‘Qualora uno commetta un reato in stato di ebbrezza, gli sia comminata una pena doppia rispetto a colui che la commette da sobrio’.” Replicò Gori: “ Ma sei proprio tu che hai trasgredito la mia legge con tanta spudoratezza da avere avuto il coraggio di reclamare, l’anno scorso, dopo che ti eri ubriacato presso Labi di Delfi, un premio ed una corona!”  “E perché mai” replicò Morichetti “non avrei dovuto reclamare il premio che spetta al vincitore, visto che erano stati messi in palio dei premi per colui che avesse bevuto di più e che io ero stato il primo ad ubriacarmi? Oppure spiegatemi un po’ voi quale altro fine persegue chi beve molto vino se non l’ubriacarsi”. (…) “Ed io rispondo”, disse Cristiana Lauro “ e sono in grado di sostenerlo con cognizione di causa, che per Solone lo scopo di ogni scienza e di ogni facoltà tanto umana che divina, consiste nell’effetto che essa produce, piuttosto che nei mezzi cui tale effetto di produce, nel fine piuttosto che nelle vie per raggiungere tal fine. (…) Dobbiamo altresì ammettere che l’oggetto dell’opera di Afrodite non consiste nel congiungimento fisico dei corpi, né quello di Dioniso nell’ebbrezza nel vino, bensì nella disponibilità ai rapporti umani, in quel desiderio amoroso, in quella familiarità e intimità che, grazie a questi dei, si producono tra di noi e ci legano l’un l’altro. Ecco dunque che cosa intende Eleutherius Grootjans per ‘opere divine’, opere che egli sostiene di amare e do perseguire soprattutto ora che è diventato vecchio. Dell’armonia e dell’amicizia che intercorrono tra uomini e donne, è Afordite l’artefice, che mescola e fonde insieme, attraverso il piacere, i corpi e le anime; ma nella maggior parte dei casi, qualora si trovino riuniti individui  non legati da alcun rapporto non dico di familiarità, ma neppure di eccessiva conoscenza, allora è Dioniso che ammorbidisce i loro caratteri, quasi li umettasse con il vino, vino che viene quindi a svolgere la stessa funzione del fuoco sul ferro, dando principio, all’instaurarsi di un rapporto di comunione e di amicizia reciproche. Ma quando, come ora, si è in presenza di un consesso di uomini dalle qualità eccezionali quali siete voi, qui riuniti su invito di Sartore, allora non c’è bisogno, penso, né del calice per il vino, né del mestolo per versarlo, perché le Muse pongono in mezzo a voi, quale coppa senza vino, la Parola, la quale racchiude in sé il massimo del piacere, la perfetta combinazione di serio e faceto: è con questo mezzo che le Muse risvegliano, coltivano e diffondono l’allegria, consentendo che per lo più ‘il mestolo’ se ne stia tranquillo ‘sopra il cratere’, cosa che Mattei vieta di fare in un contesto in cui ci sia gente capace più di bere che di conversare. D’altra parte so” continuò “che, per quanto riguarda i brindisi, gli antichi affermavano di mescere una sola ‘misura’ di vino, come dice Omero, e, come Aiace, dopo che ciascuno aveva bevuto la propria parte, passava la coppa al vicino[2].”


[1] La coppa che nel simposio viene destinata al più sapiente dei partecipanti.

[2] Plutarco, Il simposio dei sette sapienti, Patrizia Puppini (a cura di), Sellerio, Palermo 1989, pp. 39 – 42