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Lo dico subito e spiego anche il perché: la guida sul vino critico, organizzata, redatta e stilata da ‘Officina Enoica’ di Milano e stampata per i tipi di Altreconomia mi piace. L’ho acquistata già sapendo che mi piaceva, che ne condividevo, nella sostanza, l’impostazione e  poi, una volta presa in mano, dopo averne letto le introduzioni, una buona parte delle recensioni aziendali, confermo a pieno titolo il pre-giudizio iniziale.

Questa guida non si pone in competizione con altre guide che per ampiezza e capacità descrittiva hanno, a mio parere, ben pochi concorrenti: penso ad esempio all’ottima guida de l’Espresso. Questa guida si pone subito ed immediatamente dal punto di vista politico, dove per critico, aggettivazione inusuale attribuita al vino (ma non siamo forse abituati ad aggettivazioni inusuali?), s’intende metter in evidenza una produzione attenta ad alcuni parametri:

  1. Non si produce per il profitto, o, sarebbe meglio dire, non per la sua massimizzazione;
  2. Le produzioni sono limitate;
  3. Rispetto per il lavoro (tempi di vita e relazioni contrattuali);
  4. Poca/nulla ingerenza (in specie chimica) negli interventi produttivi viticoli ed in cantina;
  5. Attenzione ai mercati paralleli come quelli rappresentati dai gruppi d’acquisto.

Ed è per questo che lui, il vino, a volte scompare nel racconto che parla di vigne, di pratiche, di storie personali, di atteggiamenti e di visioni del mondo.

E forse questo è uno dei pochi modi per comprenderlo prima di assaggiarlo.