Quando il Lambrusco faceva l’occhiolino alla Francia…

In uno scritto del 1892, “Di una denominazione di pubblico spazio mercatorio o nundinario[1] in Modena nel secolo XVI” , edito in proprio e stampato per la Tipografia del Commercio, Luigi Francesco Valdrighi fa riferimento per la produzione del lambrusco grazie ad un’ uva d’oro, trapiantata dalla Francia, più precisamente dalla Borgogna e ancor più esattamente dalla Côte d’or, da cui il nome: “sino dal XVI sec. l’uva d’oro tanto utile pel nostro famoso vino da famiglia e che vuole tradizione fosse prodotta da vitigni francesi della Côte d’or qui fatti acclimatare da non so quale Duca o Marchese di Ferrara, era in piena produzione.” Questo breve commento dà alcune preziose indicazioni: la prima è che probabilmente il Lambrusco veniva prodotto con uve diverse, forse anche a bacca bianca, o che con lo sesso nome, uve Lambrusche, secondo le indicazioni di Andrea Bacci[2] venivano chiamate uve diverse sia a bacca bianca che “rossiccia” e in secondo luogo che queste uve sono presenti nei territori emiliano romagnoli già da diverso tempo. In realtà “una testimonianza certa, invece della produzione di un vino chiamato “Uva d’oro” ci viene offerta solo all’inizio del 1600 dal georgico ravennate Marco Bussato, il quale nel suo trattato “Giardino d’Agricoltura”, pubblicato nel 1612, ci racconta testualmente: “Alcune persone dice al suo gusto del mangiar dell’uva e bevere del vino, che è meglio massimamente l’Uva d’oro ben matura”.

Tale fonte è sicuramente attendibile in quanto il Bussato proviene da una famiglia di origine ferrarese, che servì il serenissimo Duca Ercole I, ed ha svolto la sua attività lavorativa, quale innestatore, nell’area litoranea tra Classe e Mesola. Bisognerà, però, arrivare al 1700 per avere notizie più dirette e precise intorno alla coltivazione di un vitigno “Uva d’oro” nel ferrarese. Sarà infatti lo storico comacchiese Gian Francesco Bonaveri, nella sua “Storia della Città di Comacchio” (1720), a riferirci che i vini che d’ordinario si bevono in Comacchio sono ottimi al gusto e universalmente salubri…Questi vini sono detti d’Uva detta d’oro….

Il discorso sulla coltivazione dell’Uva d’oro sarà poi ripreso in modo ampio è approfondito da Domenico Vincenzo Chendi nel suo “L’agricoltor Ferrarese in dodeci mesi”, edito a Ferrara nel 1775. (…)Non esiste alcun riferimento storico attendibile che affermi che Renata di Francia, figlia di Luigi XII, venendo sposa al duca Ercole II d’Este, abbia importato a Ferrara il vitigno “Uva d’oro” o “Fortana”.

Infatti, il più noto storico ferrarese, Antonio Frizzi, nelle sue “Memorie per la storia di Ferrara”, dice testualmente: “E’ fama che Alfonso II facesse trasportare dalla Costa d’oro della Borgogna quelle viti che al presente [1796] riempiono le nostre possessioni e producono il vino universalmente usato ed appellato d’Uva d’oro”. Alfonso II, quindi, non Renata di Francia!

Il nome di quest’ultima, riferito all’ “Uva d’oro”, apparirà per la prima volta solo all’inizio del ‘900, quando Vittorio Peglion nel suo libro “La Bonifiche ferraresi” (1910), nel riprendere la notizia del Frizzi la arricchisce di un grossolano errore: “Dalle cronache di Mesola si rileva che là debba forse ricercarsi la prima importazione di viti dalla Borgogna, dovuta a Renata di Francia, consorte (?) di Alfonso II d’Este…”. (Ricordiamo per inciso che Renata fu sposa al padre di Alfonso, Ercole II, dal 1528 al 1559, e quindi madre di Alfonso).[3]

Escludendo la presenza di uve provenienti dalla Borgogna, che condizionerà diversi studi successivi sino al libro di Giorgio Giusti, “Rosso rubino, profumo di viola. Appunti per una ricerca sul lambrusco.” (Modena 1976, pag. 18), sappiamo però che il Lambrusco veniva prodotto anche con “l’uva nera forte proveniente” dalla zone di  Sorbara, secondo la documentazione della Cantina Ducale del 1748 (ivi, pag. 17). Uve nere forti o uve d’oro (così chiamata per la serbevolezza e perché molto produttiva) sono le uve che contribuiscono assieme alla Lambrusche a produrre il famoso vino Lambrusco e ancora oggi, a livello popolare, tanto forte è la novella storica, vengono ancora chiamate “uve francesi nere” (Doc Bosco Eliceo Fortana).

Ma l’ammiccamento con Francia non è finito qui: Antoine Claude Pasquin – Valery, un erudito viaggiatore belga, bibliotecario del Re presso il Palazzo di Versailles e del Trianon, intraprende un viaggio storico-letterario per l’Italia negli anni dal 1826-1828, dando vita ad una voluminosa opera ricca di notizie che avrà numerose edizioni e ampliamenti nel corso degli anni. La prima edizione è intitolata “Voyages historiques et littéraires en Italie pendant les années 1826, 1827, 1828, ou l’Indicateur italien”, voll. 5, Paris 1831-1835.  

Tornerà in Italia molte altre volte e nel 1842, per la Società Belga dei Librai, darà alle stampe un libro, “Bologne, Ferrare, Modène, Reggio, Parme, Plaisance et Leur environs” in cui scrive a proposito del Lambrusco di Sorbara (pag. 182): “Vin rouge de la montagne de Modène (vîno tosco) Vin de Sorbara qui se rapproche du Bordeaux mais qui perd sa force en vieillissant et comme la plupart des vins d Italie ne supporte point le voyage de mer:”

Alcuni anni più tardi, nel 1868, Mendola, nel suo “Estratto del Catalogo generale della collezione di viti italiane e straniere radunate in Favara” scrive che “le Lambrusche del modenese, segnatamente di Sorbara, prendono l’aria di piccoli Bordeaux e per tali li spaccia alcun mercante di Genova, senza offendere il gusto dei bevitori[4].”


[1] “La parola cambio ha nel linguaggio della giurisprudenza due affatto distinti significati. Nel primo significato il cambio esprime la permuta materiale che si fa di una specie di moneta con altra specie equivalente come di monete d’oro o d’argento ovvero di monete dello Stato con altre straniere. Anche presso i Romani era nolo il cambio minuto e plateale che consisteva nel materiale baratto delle diverse monete che correvano per le mani del popolo onde servire alla comodità del mercato Dalla parola greca collìbos specie di piccola moneta fu detto cambio collitistico o anche nundinario dalle circostanze nelle quali veniva praticato.” BIBLIOTECA SACRA ovvero DIZIONARIO UNIVERSALE DELLE SCIENZE ECCLESIASTICHE Opera compilata dai Padri Richard e Giraud, Ora per la prima volta in italiano tradotta ed ampliata da una società di ecclesiastici, Supplemento, Tomo II, Milano presso l’editore Ranieri Fanfani, 1837, pag. 261

[2] Cfr. Andrea Bacci, Libro V di De naturali vinorum historia, Niccolò Muzi, Roma 1596

[3] Intervista a Marcello Bertelli in http://www.boscoeliceo.net/it/intervista.htm

[4] Giorgio Giusti, cit. pag. 17

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4 thoughts on “Quando il Lambrusco faceva l’occhiolino alla Francia…

  1. Attenzione al Fortana (non Fontana) del ferrarese.

    Ti esprimo qualche dubbio, benché forse sia causato solo dal linguaggio del passato delle citazioni. Mi pare strano che si parlasse di “Sorbara delle montagne modenesi”, visto che il Sorbara è per definizione Lambrusco di pianura. Mi colpisce anche il termine “Uva nera forte”, visto che dal Lambrusco di Sorbara nasce un vino rosso chiaro, quasi rosato.

    1. Grazie per la segnalazione: è word che corregge anche quando non dovrebbe. Oppure sono io stesso che ho utilizzato, confondendoli, il nome di Fontana (oggi San Giuseppe), piccola frazione di Comacchio che diede vita ai vini del Bosco Eliceo. Per quanto riguarda le altre due osservazioni: tieni conto che ‘montagna’ anticamente si usava anche per designare la collina e tieni anche conto che tutte le colline, comprese quelle delle grandi città (Torino e Genova ad esempio) erano interamente vitate. Anche le colline Modenesi lo erano. Le uve: le uve lambrusche sono, al contrario dei vini prodotti nella zona, caratterizzate da acini medi e sub-rotondi con buccia spessa e consistente dal colore blu-nero. Da cui il nome.

  2. Probabilmente monsieur Pasquin – Valery avrà bevuto troppo di quel lambrusco, da confondergli le idee. non c’è dubbio alcuno che il lambrusco di Sorbara si faccia in pianura, tra le rive del Panaro e della Secchia, vino chiaro dall’inconfondibile vena acidula di ribes.
    Mentre ben può essere che abbia scambiato col Sorbara l’altro grande lambrusco modenese, il grasparossa di Castelvetro, quello sì prodotto sulle prime colline e ben più strutturato, scuro (in ragione di mix con altre uve, a volte anche parecchie, e tintorie come l’ancellotta) e mandorlato. Certo ai tempi non si produceva in purezza, ma sicuramente con tutto ciò che la vigna dava. Forse da qui la confusione.

    1. Ciao, scusa se ti rispondo solo ora (ero via). Sicuramente hai ragione: tieni conto che il viaggio, o meglio i viaggi, di monsieur Pasquin risalgono al 1826 – 1828, quando non vi era ancora alcuna suddivisione netta dei lambruschi modenesi, cosa che verrà molto più tardi, nel 1867, ad opera di Francesco Agazzotti. Quindi, immagino, ma posso fare solo questo, che Pasquin utilizzi il nome territoriale più rinomato per descrivere tutti i lambruschi modenesi, oppure che lo utilizzi perché da quelle parti così si diceva e si faceva, oppure, ancora, perché da fuori si è sempre più approssimativi, o, per finire, perché, come dici tu, aveva bevuto così tanto da non riuscire più a distinguere nulla. In un articolo che scrissi un po’ di tempo fa sulle uve “Vernaccie” delle Cinque Terre si capiscono molte cose sui nomi diversi (in zone spesso limitrofe) attribuite alle uve e ai vini, con confusioni che perdurano fino a pochissimo tempo fa: nomi-diversi-per-il-medesimo-vitigno-o-vitigni-diversi-per-lo-stesso-nome-il-caso-dei-vini-vernaccie

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