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Ventotto anni dopo aver pubblicato il suo viaggio gastronomico attraverso l’Italia, ‘Il ghiottone errante’, assieme all’amico illustratore, astemio e inappetente Giuseppe Novello, ‘Paolo Monelli dà alle stampe per i tipi di Longanesi & C. “O.P. ossia Il vero Bevitore”.

O.P. sta per Optimus Potor e come ci dice lo stesso autore “è soprattutto bevitore e intenditore di vino. Può accadere che preferisca la birra, nei mesi estivi, per i pasti di mezzodì sotto la canicola; e sa certo apprezzare, passate le Alpi, le varie birre nordiche…; sa le virtù tropicali e serotine del whisky e quanto valga un cocktail Martini secchissimo a rimettersi dalla fatica intellettuale; e magari come lo scrivente ha bevuto starka polacca con i montanari di Zakopane e saké con i giapponesi e tecc’ con gli etiopici; ma naturalmente la sua massima reverenza va al vino[1].” Dopo aver passato in rassegna le caratteristiche dell’intenditore di vino, che si distingue dal bevitore corrente e dal beone, sempre in preda alla sbornia che è “mente che si smarrisce, lingua che cianciula, occhi strabici e sciocche lacrime e gesti violenti” (pag. 18), il vero bevitore è colui che apprezza la nobile ebbrezza del vino saviamente bevuto: “Ogni uomo dovrebbe sapere, e bisognerebbe insegnargliene i primi elementi a scuola, con quali vini o sceltissime acquaviti, con che ritmo, con che pause, può raggiungere quel paradiso fra terra e cielo in cui i sensi restano vigili, la lingua pronta, la memoria scorrevole, ma le associazioni di idee si fanno pindariche, le sensazioni fanno ressa levigate e illuminate, bombardano il cuore come i raggi cosmici bombardano l’atomo, e sotto di esse ci trasmutiamo con trasalimenti ed esaltazioni.” (pag. 19)

Nel capitolo secondo si passa ad una visione  montesquieuiana del rapporto tra lo spirito delle genti che abitano un determinato luogo e il carattere del vino: così i nebbioli piemontesi fanno da contrappunto a gente pratica, di abitudini regolari, con poca fantasia, razionale piuttosto che poetica, seria come il vino che producono. Il barolo, aristocratico, che invecchia lentamente e matura tardi così come la barbera, corposa e robusta, che regge ai viaggi e ai climi, tutta afrore, tutta vino, sono in contrasto con l’adolescente chianti, vino di toscani pazzi e insensati, (ma anche fini, arguti ed acuti) come definisce Dante i vani senesi o i botoli ringhiosi aretini.

E poi i pacifici veronesi, “un po’ matti ma più strambi nei sogni che nell’azione”, hanno il valpolicella, il torcolato e il recioto, amabili, “un po’ abboccati anche quando i veronesi li chiamano secchi, ma questo è frutto della loro indole mite… Ed i trevisani ciacoloni hanno vini lievi, più bianchi che rossi, che danno un’ebbrezza di parole e basta; finché si arriva sul Carso, patria di gente silenziosa e aspra e si trova il refosco ruggente e spaccabicchieri, ed il terrano che ha proprio l’odore e il gusto di quel terreno guerriero.” (pp. 31, 32) Poi i modenesi, i romani e quindi i francesi, i tedeschi, che fanno vini pallidi e biondi come la loro dottrina imperiale.

Il terzo capitolo è invece un attacco frontale ai nemici del vino, in primis gli osti, quelli che non capiscono di vino, quelli che lo taroccano e infine quelli che non ne hanno della propria regione. A ruota i nemici del vino sono gli astemi e  tra questi soprattutto quelli che Monelli definisce come i costruttori de mito ‘enofobo’. Il capitolo termina con una divertente offensiva contro la moda di scolorire i vini rossi, ovvero contro i vini rosati improvvisati: “Intendiamoci; non quei rosati che si producono da un pezzo, ed hanno una tradizione e nobile origine, come il rosa di Ravello, il vin de rosa di Parenzo, i cerasuoli d’Abruzzo, i rosa di Gioia del Colle; come i rosa della Valténesi, basse colline lungo la riva destra del Garda, da Padenghe a Salò (un rosa vispo e petulante che bevvi molti anni fa all’Osteria del Sudicio di Savona al porto). Ma da qualche tempo si sta progettando da parecchi produttori di scolorire in rosa tutti i vini rossi e neri, mescolando al loro mosto pallide vinacce, alterandoli con anidride solforosa e acido carbonico, filtrandoli attraverso carbone vegetale; e questo perché si dice dai commercianti che i consumatori preferirebbero i vini color di rosa agli altri ritenendoli più innocui…” (pag. 55) Le sapienze del marketing che gioca con il colore, con la salute e con le mode correnti e passate. E poi il Monelli si addentra nel discorso del vino e della salute, delle produzioni vinicole delle varie regioni italiane, per passare in rassegna i superalcolici e per concludere gloriosamente con i cocktail (capitolo dodicesimo). A ben pensarci è proprio un piccolo condensato di una manualistica ante-litteram, giocata sulla aneddotica, sui giudizi di valore e su quella vena sentenziosa cara ai prosatori d’arte[2]. Un piccolo capolavoro da rileggere e da ripubblicare.

[1] Paolo Monelli, O.P. ossia Il vero Bevitore, Longanesi & C., Milano 1963, pp. 12, 13

[2] Cfr. Luca Clerici, Introduzione a Paolo Monelli, Il ghiottone errante, Viaggio gastronomico attraverso l’Italia, Illustrato da Novello, Touring Editore, Milano 2005. Edizione originale: 1935