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Pittore ed architetto, figlio di facoltosa famiglia di Triangia, piccola località sopra Sondrio, Pietro Ligari[1] scrive, nel 1752, il suo ultimo anno di vita, i ‘Raggionamenti dell’agricoltura[2]’, stesura successiva ad un altro libretto, poi abbandonato, che intitola ‘Semplici notizie per la prattica che si ricerca nell’agricoltura. Descritte da me Pietro Ligari pittore di Sondrio, a benefizzio dei miei successori, col comunicargli quelle cognizioni necessarie a sapersi, e da me sperimentate nel corso di vent’anni per ridurre in bon stato le poche tenute mie alla più copiosa cavata possibile. 1752’. Sembra che le ultime pagine del manoscritto siano state redatte dal figlio Cesare o sotto dettatura o di suo stesso pugno. Il manoscritto di Ligari si compone di 33 ‘raggionamenti’ quasi interamente dedicati alla viticoltura. Quelli che vanno dal numero 21 al 32 sono occupati dalle ‘facende del provido agricoltore da farsi ogni mese’ ed iniziano con il mese di novembre  per finire all’ottobre dell’anno successivo e mettono in evidenza le buone pratiche non solo in agricoltura, ma anche nella manutenzione dei terrazzamenti e dei vigneti da farsi regolarmente, in particolar nei mesi in cui, per il freddo intenso non ci si può dedicare ad altro: «per il mese di novembre. Prendo a raggionarvi delle faccende che si devono fare in questo mese suddetto, come il primo nel quale il diligente vignaiolo dà principio al lavoro della vigna per goderne poi il premio nella prossima entrante annata. Per ciò si farà trasportare alla cima delle costiere sotto li rispettivi muri di ciascun letto la terra ridotta  al fondo nelli antescorsi tre anni nel tempo delle cavate, per cui la caggione discende al basso con patimento delle viti sopra (….) per il mese di dicembre. Se vi trovate proveduto letame , questo è il tempo di lettamare le provane[3] fatte nel antecedente mese e da potersi fare ancora nel presente mese ed in questa occasione giettate nelle fosse letamate avanti di coprirle di terra qualche semi di asparagi, dindi ricoperti con terra, avrete nel quarto anno bellissimi e grossi asparagi quanto quelli di Genova, e perché in tal modo seminati resteranno profondi (…) Si prossiegue in questo mese il provanare, il roncare, il far muraglie asciutte e trasportare terreni da un luogo all’altro, ma si avverta bene di non lasciare scoperte le radici delle viti, perché molto patiscono nell’invernata e per lo più muoiono e perciò se la necessità obligherà a sradicarne alcuna, si dovrà subito coricare tutta la vite nella fatta provana o zocca e coprirla di terra, lasciandone sortire li capi novi de anche bona parte del vecchio[4]

All’inizio della memoria, Pietro Ligari, dopo aver ricordato l’importanza di distinguere i ruoli professionali e sociali, secondo un principio gerarchico e di classe in cui natura e società si rispecchiano, per cui un contadino non potrà mai essere un agricoltore, così come un muratore non potrà mai essere architetto, nel suo terzo ragionamento egli menziona le differenti qualità dei terreni adatti alla coltivazione della vite: il rosso, il cretoso, il sassoso, il nero cioè l’ortense, il palustre o sia aquastrino, il salvatico, il produttivo de’ castanelli, il friggido ed il grave (Ligari aggiunge anche il grandoso, ma che si tratta in realtà del sinonimo del già citato sassoso; nota 6, pag. 35). I terreni migliori per le viti sono il salvatico gineprino, che migliorerà con vangatura e zappatura e l’introduzione di letame nonché la purgatura dei vermi e il cretoso ‘mischiato con altretanto di terreno leggero e morbido e con buona quantità di letame ben macerato’. Seguono poi i terreni difficili, ma di ottima resa e qualità nel caso in cui la vite vi alligni: il rossiccio, il terreno grave e crepaticcio che ‘parimenti si oppone alla prima radicazione della vite, ama poi allignatavi si conserva longo tempo con fertilità e resterà coretto il suo difetto di creppare nel gran caldo allorché sarà cavato frequentemente con ponervi bon letame d’anno in anno e farvi cavar sotto la sua erbaggine che anderà mettendo ogni anno sino a tanto che si vedrà alegerito e men duro; il sassoso ed il cretoso adatto per la vite in costiera. Poi i terreni non adatti alla coltivazione della vite, però, se ben corretti possono comunque servire alla coltivazione come il frigido o il terreno che produce castanelli ‘farmmischiati da vinazza cotte in lambicco’, oppure l’ortense, produttore di gran quantità di vermi ed insetti vari ed infine il terreno palustre, il peggiore fra tutti[5].

[1]    Per la vita e le opere Cfr. Da Archimagazine, http://www.archimagazine.com/bligaripietro.htm

[2]    Pietro Ligari, Ragionamenti d’agricoltura ; introduzioni di Laura Meli Bassi, Alberto Baiocchi, Battista Leoni. – Sondrio : Banca Popolare di Sondrio, Sondrio 1988, (Comprende copia di manoscritto cartaceo dal titolo : Raggionamenti d’agricoltura di Pietro Ligario, scritti l’anno 1752 in Sondrio.)

      Cfr. Ermanno Olmi, Le rupi del vino, con DVD, Cineteca di Bologna, Bologna 2010: Il percorso delle immagini è contrappuntato da due ‘voci’ singolari: il Mario Soldati autore dello splendido memoir di viaggio ‘L’avventura in Valtellina’, e Pietro Ligari, settecentesco pittore e architetto, che considerava tuttavia l’agricoltura come ‘superiore ad ogni altr’arte, niuna riservata’… Un documentario di limpido umanismo, un racconto e un atto d’amore: con ‘Rupi del vino’ Olmi rende omaggio a una ‘viticoltura eroica’, esempio vivo di rapporto positivo con l’ambiente, di sapienza agricola, di capacità produttiva, di una vera cultura del vino e di valorizzazione di un patrimonio naturale. Un esempio così vivo che i vigneti terrazzati del valtellinese sono oggi tra i candidati al riconoscimento Unesco quali Patrimoni Mondiali dell’Umanità.

[3]    Propaggine, Ramo della pianta piegato, e coricato sotterra, acciocché aneli egli per sé stesso divenga pianta. Lat. propago, propages. Gr. irapafuaj. Cr. 4. 19. a. 11 letame nella fossa sop’ra terra intorno alla propaggine si ponga. Annot. Pang. Ogni tralcio e propaggine che in me non farà frutto, si taglierà. Dav. Cult. 155. La propaggine è mirabile per rinnovare e mantenere la vile e la pancata. Accademia della Crusca, Dizionario della lingua italiana, Volume V, Nella tipografia della Minerva, Padova 1829

[4]    Pietro Ligari, cit., pp. 73 – 75

[5]    Pietro Ligari, cit., pp. 36, 37