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Il terroir gode delle rappresentazioni dei nuovi miti sul vino e della loro declinazione politica in termini identitari. Più forti sono stati i richiami degli ultimi anni contro la globalizzazione capitalistica, maggiormente il cibo, le colture, le piante e la terra in quanto tali sono assurti ad emblema di resistenza contro un modello espropriativo e omologante. Potrebbe essere utile continuare sulla fertile strada intrapresa da Furio Jesi quando sostiene la ‘metamorfosi disciplinare[1]‘ del mito e la sua funzione normativa: “Tutto questo è per me oggi il significato della parola mito. Una macchina che serve a molte cose, o almeno il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serve a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; e archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna della scuola, e che poi, talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri il senso di quello stridore. Ed è violenza, mito del potere; e quindi è anche sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella, innanzitutto, di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un eterno ‘presente’[2].” Il mito ‘tecnicizzato’ si sostanzia in azione e diviene per Jesi interpretazione mistica e fraudolenta della storia: “lo scopo della moderna scienza del mito o della mitologia, lo scopo dei mitologi moderni è questo: avere sulla tavola qualcosa di molto appetitoso, che senza esitare si direbbe vivo, ma che è morto e che, quando era vivo, non possedeva un colore così gradevole. Il colore della vita non è una prerogativa molto frequente di ciò che è vivo[3].” Se non possiamo analizzare il terroir nella sua pienezza reale, quali proprietà analizzare al fine di esplicitare il nostro concetto? Per me due essenzialmente: la ‘zonazione viticola’ e la ‘mineralità’ di un vino. Il primo termine rimanda ad uno studio integrato e interdisciplinare che mira, mediante una complessa analisi geopedologica, climatologica e agroviticola, a suddividere il territorio in funzione della vocazionalità alla coltivazione della vite. Si tratta insomma di un processo di analisi particellare dove terreno superficiale e profondo, esposizione, cielo, clima, pianta superficiale sotterranea e lavoro umano vengo dissezionati al fine di comprendere la vocazionalità e l’adattabilità della vitis vinifera ad un terreno. E’ il ritorno, in grande stile, della ragione cartografica, ovvero l’immagine della forma naturale delle cose, del suo valore d’uso, già predisposta per la trasformazione in merce, in valore: “Volgendo in termini marxiani, e finalmente cogliendo l’analogia tra la rappresentazione cartografica e il mercato, che è la sua messa in opera: la forma naturale diventa forma di valore, e la merce stessa rivela una forma fenomenica differente dalla prima, soltanto nel rapporto di valore o di scambio con una seconda merce. L’identica sorte accade di norme alle cose su una mappa, dove esse convivono nella loro differenza, l’una accanto all’altra, e allo stesso tempo sono sottomesse a un medesimo e comune regime costrittivo che le assimila. Una merce ottiene espressione di valore soltanto perché simultaneamente tutte le altre merci esprimono il proprio valore nel medesimo equivalente, cioè nella merce equivalente esclusa dal mondo delle merci raffigurato sulla mappa, l’agenzia produttrice della forma generale di valore. Questo equivalente generale è lo spazio, nel senso tolemaico, nel senso tolemaico di intervallo lineare standard tra due punti geometrici, rispetto al quale ogni valore d’uso, cioè ogni luogo, è destinato a sparire. (…) In altre parole: spazio e denaro sono la stessa cosa, nel senso che il simbolo cartografico e la moneta funzionano, il primo sulla mappa e la seconda sul mercato, esattamente allo stesso modo[4].” E dietro di essi, ma anche sopra, di fianco e sotto: la competizione economica locale e internazionale. Il riconoscimento dell’origine di un vino come elemento non esportabile, di valore in sé, ma anche e soprattutto di valore di scambio: “Una volta che sia scambiabile, una cosa si trasforma nel sogno o nell’incubo di se stessa e va a costituire, insieme ad un’infinità di consorelle, una dimensione oggettiva, che è insieme reale (perché esiste), immaginaria (perché esiste per noi grazie al suo packaging pubblicitario) e simbolica (ci offre gran parte dei simboli con cui crediamo di dar senso alla nostra vita): un mondo oggettivo, benché fatto di immagini, e in quanto tale auto-sufficiente[5].” La battaglia che si sta’ delineando su scala planetaria non è soltanto tra chi è pro o contro il terroir: gran parte delle posizioni infatti, egualmente, concorrono a rimarcare l’efficacia rappresentativa del concetto: ma diversamente gli uni, quelli del Nuovo Mondo tanto per capirci, privi di retaggio storico sufficientemente dilatato, puntano ad una visione puramente operativa del concetto di terroir: esso diviene la dimostrazione scientifica che ovunque, a determinate condizioni, è possibile produrre vini di ‘territorio’. All’estremo di questa posizione vi è chi, come l’Associazione geologica Americana, nella costruzione di un’insolita equivalenza cerca di traslare dal terreno all’analisi sensoriale un’improbabile presenza di minerali percepibili nel vino, tenta di distruggere l’idea di un terroir materia (terra) e quindi di un territorio.  Per gli altri, quelli del Vecchio Mondo (Francia e Italia in testa) è solo il terroir storicizzato che detiene il potere di conferire al vino un’irripetibilità e unicità inimitabili. Ed è qui che la mineralità di un vino gioca alcune delle sue carte, o presunte tali, nel conflitto internazionale. Ma anche per quest’ultimi il paradosso della storicità viene risolto in una sorta di fermo-immagine: è come se il rapporto con il passato si fosse risolto una volta per tutte, incarnato in una ‘Tradizione’ che nel momento stesso in cui viene interpellata, si rinnova automaticamente e con essa la propria, presunta, veridicità. Se c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. La vittoria di uno o dell’altro campo significherà la ridefinizione del potere produttivo e commerciale degli imprenditori del vino. La scienza, in questo caso meno che mai neutrale, lavora per uno o per l’altro campo: ma la sua espressione apparentemente neutrale e oggettiva servirà da grimaldello nei confronti di coloro che lavorano per la ‘neutralizzaione’ del terroir storico e per l’affermazione di un terroir dimostrabile, verificabile e produttivamente ineccepibile. 

[1]     Cfr. David Bidussa, La macchina mitologica e la grana della storia. Su Furio Jesi, pp. 93 -128 in Furio Jesi, L’accusa del sangue. Mitologie dell’antisemitismo. Morcelliana, Brescia 1993.

[2]     Ibidem, pag. 101

[3]     Furio Jesi, Gastronomia mitologica. Come adoperare in cucina l’animale di un Bestiario, in Furio Jesi, Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura mitteleuropea, Einaudi, Torino 2001 pag 176

[4]     Franco Farinelli, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino 2009, pp. 28, 29

[5]     Alessandro Dal Lago, Serena Giordano, Mercanti d’aura. Logiche dell’arte contemporanea, Il Mulino, Bologna 2006, pag. 143