Il vino, nonostante se stesso.

Qualche tempo fa stavo spulciando delle statistiche produttive sul vino in  Italia e mi sono accorto, dati alla mano, che intorno alla metà degli anni ’80, nell’età del ‘metanolo’, la produzione era circa il doppio di quella attuale, ovvero si aggirava intorno agli ottanta milioni di ettolitri annui contro i 40/41 (?) preventivati per quest’anno, litro più litro meno. Sono passati da quell’epoca nemmeno trent’anni, che in tempi storici equivalgono a poco meno di un battito d’ali di una farfalla (anche se ci hanno detto che questi battiti possono provocare ripercussioni molto grandi e a grandi distanze). Il vino di quell’epoca era ancora pienamente dentro alla modernità novecentesca: era un vino di grande quantità e di scarsa qualità media, con punte di eccellenza, a volte conosciute e molto più spesso misconosciute, in gran parte distribuito e consumato sfuso, discusso e commentato in misura notevolmente minore (e non solo perché non c’era internet) di quanto non fosse abitualmente bevuto. Il vino accompagnava più o meno regolarmente i pasti e molto meno aperitivi, degustazioni a tema, serate mondane e via cantando. Al bar, di solito (almeno dalle mie parti in Piemonte), si prendeva altro, perché di vino se ne beveva a casa, per cui non aveva granché senso replicare con degli eguali. E poi era un vino al singolare: il dolcetto, la barbera, il nebbiolo, la bianchetta… Il singolare erano i vini di molti produttori, che comparivano a richiesta così come i loro metodi soltanto in un secondo tempo – a domanda …rispondi – altrimenti rimanevano là sullo sfondo, perché non dessero fastidio. C’era poco packaging, nulla marketing e non parliamo poi di distribuzione. Il prezzo abbordabile, popolare, di massa e poi altri che costavano di più, ma non eccessivamente di più, diciamo abbastanza di più, ma per questa ragione quasi quasi ti chiedevano scusa. La chimica la faceva da padrona: puliva, spolverava, riassettava, a volte pompava e quando sbagliava faceva danni enormi, fino a menomare o ad uccidere. Per il resto il progresso non aveva ancora ceduto ai fasti dell’ecologia, dell’ambiente, del salutismo … Era meglio di oggi? No di sicuro! Era peggio? Neanche, forse. Non sono un nostalgico delle lucciole pasoliniane, anche se mi fa piacere incontrarle di tanto in tanto. E poi è cambiato molto, forse tutto. Il vino si è staccato da se stesso per diventare una rappresentazione di altro: non è più contenuto, ma veicolo, mezzo di trasporto di idee, di pratiche, di poteri, di denari. E’ come se si avesse la sensazione che più si parla di vino, più si discuta delle sue declinazioni e delle sue variabili più se ne parli come qualcosa di altro dalle nostre passate abitudini, che come tali si praticavano e si discutevano poco. E’ l’oggetto merce, feticcio, icona, totem, mito. E’ un po’ meno nostro, al pari di quei dialetti sempre meno usati, ma molto discussi, formalmente cristallizzati e apparentemente difesi.

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