Il vino in un presente che ha fagocitato il passato dopo aver divorato il suo futuro.

Dall’introduzione del mio libro.

Se c’è un mondo che ricorre incessantemente al proprio passato, questo è quello del vino: non c’è soggetto attivo che non produca documentazione sul passato, sulla tradizione, sulla memoria storica dei luoghi e delle pratiche. Questa patina, spesso luccicante quanto artificiale, è costruita ad uso e consumo del presente, o meglio ne è una costante e consumata dilatazione. Non è soltanto un presente che si storicizza immediatamente, ma è anche un presente che fagocita il passato dopo aver divorato il suo futuro: «Verso il futuro: con i dispositivi della precauzione e della responsabilità, con il prendere in conto l’irreparabile e l’irreversibile, con il ricorso alla nozione di patrimonio e a quella di debito, che riunisce e dà senso all’insieme. Verso il passato. Con la mobilitazione di analoghi dispositivi, la responsabilità e il dovere della memoria, la patrimonializzazione, l’imprescrittibile, il debito. Formulato muovendo dal presente e gravante su di esso, questo doppio indebitamento, tanto in direzione del passato quanto del futuro, marca l’esperienza contemporanea del presente. (…) Grazie alle possibilità offerte dallo sviluppo dell’informatica, si è costituita una vera e propria ‘tecnologia del rischio’, che fa appello al virtuale e alle simulazioni. In un universo incerto, la scelta non comporta una sola proiezione sul futuro. Non si tratta più di ‘prevedere  il futuro’, ma di ‘misurare gli effetti sul presente di questo o di quel futuro’, spingendosi avanti virtualmente in più direzioni prima di sceglierne una. (…) Si ‘parte’ dal presente e non se ne ‘esce’. La luce proviene da esso. In un certo senso non c’è neanche presente: neppure infinito, ma indefinito[1].» Non stiamo forse parlando di come ci si sta muovendo a livello europeo sulla OCM Vino, oppure non stiamo forse parlando delle grandi concentrazioni industriali delle produzione viticola italiana? Ma nello stesso tempo, non stiamo forse accennando anche alle grandi riconversioni al biologico e al biodinamico? Mercato, prezzi, concorrenza internazionale, compatibilità ambientale, natura, benessere, salute e via dicendo fanno da sfondo incessante alla costruzione di un equilibrio improbabile, ma di uno scontro in atto, del mondo vitivinicolo. Ma non sto forse parlando anche di altri mondi e di altre storie? ‘La grande svolta che segna la transizione epocale dal mondo premoderno a quello moderno – il cui inizio Koselleck individua nella seconda metà del XVIII secolo – è, infatti, costituita dal rapido susseguirsi di eventi che esplode nella modernità, a partire dalla Rivoluzione industriale, nel momento in cui le nuove esperienze ‘dello sviluppo scientifico e tecnico non sono più sufficienti per ricavarne aspettative future’. In forza di questa improvvisa accelerazione dei ritmi della storia, comincia a divaricarsi la ‘forbice’ tra esperienze passate e aspettative negli eventi futuri, in una sempre più pronunciata dissociazione tra passato e avvenire: il progresso scientifico e tecnico che crea sempre novità e miglioramenti finisce per generare «un principio empirico di ordine generale, il principio cioè dell’aspettativa di nuovi progressi, non calcolabili in anticipo’ e non prevedibili sulla base delle esperienze pregresse. Lo stato d’animo dell’aspettativa si separa sempre più dal ‘serbatoio’ delle esperienze passate e convoglia i progressi nel concetto trascendentale e riflessivo di progresso ‘al singolare’, in cui tutte le aspettative si condensano e si unificano nell’idea di un miglioramento generale della storia: ‘da allora – spiega Koselleck – l’orizzonte di aspettativa ha assunto un coefficiente di cambiamento che progredisce col tempo’, disancorandosi sempre più – e sempre più in fretta – dal passato. Per questa via, nell’immaginario collettivo ‘i confini dello spazio di esperienza e dell’orizzonte di aspettativa cominciano a divergere’, l’esperienza non ha più nulla da dire circa il futuro e trionfa incontrastata la ‘religione’ dei moderni, il cui principale articolo di fede può essere compendiato nel ‘credo’ secondo cui ‘il futuro sarà diverso dal passato, e migliore’. L’aspettativa si dilata incontenibilmente, trasformandosi in dimensione antropologica egemonica del mondo moderno: e quanto maggiore è l’aspettativa, tanto minore è l’esperienza, che arretra sullo sfondo, fino a sparire[2].» La morte della historia magistra, la congiunzione esemplare del passato al presente, il quale se non ripeteva il passato comunque non lo eccedeva in nessun caso, compito questo destinato al modello da imitare, scompare definitivamente per lasciare il posto ad un futuro pienamente integrato nel presente che dovrebbe illuminarci sul passato. Lo strumento che il presente utilizza per rendere vivo ciò che del passato gli serve al suo futuro anteriore è l’atto della commemorazione, o meglio dell’autocommemorazione, nel nome della memoria, dell’identità e del patrimonio: «Si ha allora che ‘Il 14 luglio’, oppure il 1880, il 1789  e il 1790 si rispondono e si prevedono a vicenda. Pèguy aveva saputo dirlo, in maniera sorprendente, in Clio: ‘La presa della Bastiglia, fu propriamente una festa, fu la prima celebrazione, la prima commemorazione e per così dire il primo anniversario della presa della Bastiglia (…) Non è stata la festa della Federazione a essere la prima commemorazione, il primo anniversario della presa della Bastiglia.  È la presa della Bastiglia che è stata la prima festa delle Federazione ante litteram.’ Oggi questo aspetto è diventato una regola: ogni evento include la sua auto-commemorazione. Era vero per il maggio 1968. lo è fino all’estremo per l’11 settembre 2001, con tutte le videocamere che filmano il secondo aereo che sta schiantandosi sulla seconda torre del World Trade Center.[3]» Quale passato quindi e per quale presente? Così come Walter Benjamin sapeva che la rottura della tradizione e la perdita di autorità erano irreparabili, egli cerca un nuovo modo di rivolgersi al passato e «solo perché egli non si fa illudere  dai ‘conservatori’ di professione del passato, dei valori, del positivo eccetera, solo per questo scopre alla fine che la forza distruggitrice della citazione è ‘l’unica in cui è riposta ancora la speranza che qualcosa sopravviva a questo spazio di tempo – poiché la citazione è tolta con violenza da questo tempo’. In forma di ‘ frammenti di pensiero’, la citazione ha il compito di interrompere lo scorrere della rappresentazione con ‘impeto trascendente’, sia di riunire in sé ciò che è rappresentato. (…) Questo pensiero,  nutrito dell’oggi, lavora con i “frammenti di pensiero” che può strappare al passato e raccogliere intorno a sé. Come il pescatore di perle che arriva sul fondo del mare non per scavarlo e riportarlo alla luce, ma per rompere staccando nella profondità le cose preziose e rare, perle e coralli, e per riportarne frammenti alla superficie del giorno, esso si immerge nelle profondità del passato non per richiamarlo in vita così come era e per aiutare il rinnovamento di epoche già consumate. Quello che guida questo pensiero è la convinzione che il mondo vivente ceda alla rovina dei tempi, ma che il processo di decomposizione sia insieme anche un processo di cristallizzazione; che nella ‘protezione del mare’ – nello stesso elemento non storico cui deve cedere tutto quanto si è compiuto nella storia – nascono nuove forme e formazioni cristalline che, rese invulnerabili contro gli elementi, sussistono e aspettano solo il pescatore di perle che le riporti alla luce: come ‘frammenti di pensiero’, come frammenti o anche come eterni ‘fenomeni originari’[4].» Questo è quello che tento di fare in questo percorso che parte da molto lontano: riportare alla luce quanto già detto, quanto già discusso, quanto già rappresentato, ma non per dare forza ad una tradizione che perpetua se stessa e la politica che accudisce, ma piuttosto per fare emergere quei frammenti che tutt’ora sopravvivono, vengono alimentati o che, percorrendo come fiumi carsici tempi recenti, riemergono in tutta la loro vigoria come inverosimili novità.

[1]     François Hartog, Regimi di storicità, Sellerio Editore, Palermo 2007, pp. 238, 239

[2]     Diego Fusaro, Il futuro dei concetti. La riflessione filosofica di Reinhart Koselleck, in Giornale Critico di Storia delle Idee, in http://www.giornalecritico.it/

[3]     François Hartog, Regimi di storicità, cit. pag. 180

[4]     Hanna Arendt, Benjamin: l’omino gobbo e il pescatore di perle, in Hanna Arendt, Il futuro alle spalle, Il Mulino, Bologna 1995, pp. 87 e 99

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