Care lettrici e lettori, mi piacerebbe raccontarvi l’incontro per come l’ho vissuto io, ovvero  dal punto di vista ludico. Siamo arrivati alla spicciolata: Malatesta, Cafiero e Bakunin sono giunti a destinazione grazie al passaggio di alcuni compagni del Ticino che avevano affittato una carrozza, mentre io, Fanelli, Labruzzi e Costa ce la siamo fatta a piedi. Niente male sennonché per arrivare in tempo siamo partiti da Dogliani il 15 di agosto. Un caldo porco prima e grandi escursioni termiche, poi. Fortuna che io avevo del buon vino Dolcetto, mentre Costa e Labruzzi avevano comprato delle tume (tome di pecora e capra) di Langa e delle Ghërsin Robatà (grissini piemontesi, leggi Rubatà). Fanelli, come al solito, non aveva niente con sé (d’altronde è amico di Bakunin, che mangia sempre a sbafo) e poi è anziano (infatti è nato nel 1827). Ma lasciamo perdere, ci rifaremo la prossima estate quando andremo a trovarlo a Napoli. Il viaggio benché faticoso è stato appagante: abbiamo fatto tappa in diversi posti, abbiamo assaporato innumerevoli cucine locali e, a volte, ci siamo prodotti in eccessi, come quella volta che dopo una breve sosta a Milano (credo che fosse il 28 di agosto o giù di lì), siamo andati a mangiare da una zia di James Guillaume, che abita in provincia di Como. E lei, vecchietta arzilla e simpatica, non ha pensato bene di cucinarci una versione comasca della Cassoeula!!! Come sapete la Cassoeula, pur nelle molte versioni in cui si presenta, è composta dalle verze (per tradizione devono aver preso la prima gelata per rimanere così più tenere alla cottura) e dalle parti meno nobili del maiale come cotenne, costine con l’aggiunta nelle versioni più elaborate di piedini, verzini (salamini) e testina. Nella versione comasca non si usano i piedini, ma bensì la testa di maiale. Carlo Cafiero si è messo a rifocillarsi come un disperato: sembrava che non mangiasse dal periodo in cui faceva parte della Carboneria. Poi gli è venuta una dissenteria che lasciamo perdere!  Ma in fondo non ci è andata così male; abbiamo approfittato ancora delle generosità della zia di Guillaume e ci siamo fatti alcuni tuffi nel Lago di Como. Il Nabruzzi mi ha davvero impressionato! Si è prodotto in un tuffo rovesciato con avvitamento. Davvero impressionante. Ma lui ci ha raccontato che sono cose che lui!, rivierasco ravennate, aveva imparato da giovincello e che aveva usato per impressionare prima Mazzini e poi Garibaldi, che risultò talmente entusiasta da inviarlo come rappresentante alla Conferenza di Rimini di due mesi orsono. A pochi chilometri da saint Imier ci siamo incontrati con la delegazione spagnola: tra di loro c’era anche il corso Charles Alerini. La sera, dopo aver gozzovigliato a dovere, è partita una discussione improbabile su quali fossero i migliori pecorini, se quelli italiani, ispanici o corsi. C’è mancato poco che Costa non si azzuffasse con Nicolas Alonso Marselau, mentre il vecchio Fanelli aveva preso per il fiocco anarchico (alla lavallière) Tomàs Gonzáles Morago e stava tirando con tale forza che rischiava di strozzarlo. Ho cercato in tutti i modi di far da paciere, ma ce n’ho messo parecchio. Per fortuna che è intervenuto l’oste portandoci un ottimo Dôle du Valais (Pinot e Gamay) della Svizzera Vallese che ci ha riappacificato i cuori al canto de l’Internazionale. Siamo arrivati la sera del 14 settembre, in ora tarda: ho fatto appena in tempo a vedere Bakunin con il suo pigiamone di lana che sorseggiava una pessima vodka (me l’ha fatta assaggiare la sera dopo), fatta arrivare direttamente da Mosca. Non vi sto a raccontare il Congresso perché ci sono tutti i documenti scritti, che potrete consultare quando vi pare e piace. Vorrei invece soffermarmi sul dopocena della sera del 15 settembre: dopo una suntuosa cena a base di Capunus , un piatto tradizionale grigionese, a base di un impasto (farina e uova cui vengono generalmente aggiunti pezzetti di affettato tagliato a dadini come carne secca, landjäger, prosciutto cotto, andutgel o salsiz) avvolto in una foglia di costa (o di bietola da taglio), bolliti nel latte e nel brodo e poi serviti con un pizzico di speck, formaggio e cipolle, di Spätzle, gnocchetti di forma irregolare a base di farina di grano tenero, uova e acqua con cacciagione e delle trecce al burro come dessert (il vino, un Riesling renano, era della casa, ma non era sicuramente all’altezza del cibo), tutte le delegazioni si sono riunite intorno ad un tavolo circolare (con due rappresentanti per delegazione) che si sono prodigati in una degustazione alla cieca, in cui in cui sono stati messi a confronto diversi vini della una stessa tipologia serviti con etichette e bottiglie bendate, di modo da non rivelare il nome del produttore. Per la delegazione italiana c’eravamo io e Malatesta, per quella spagnola Nicolas Alonso Marselau eTomàs Gonzáles Morago, per quella francese Camille Camet e Jean-Louis Pindy, per la federazione jurassienne James Guillaume e Adhémar Schwitzguébel, mentre il delegato delle sezioni americane, Gustave Lefrançais, aveva declinato l’invito perché diceva che da quando stava in America aveva bevuto solo del pessimo cabernet e non era in grado di partecipare ad una disputa di alto livello. Bakunin si era innervosito perché non era stato scelto per la delegazione italiana degustatori, adducendo il fatto che in realtà eravamo dei nazionalisti sotto mentite spoglie eccetera. Malatesta gli ha risposto per le rime, dicendogli che non era stato scelto soltanto perché non capiva assolutamente una mazza di vino. A quel punto Bakunin, notevolmente irritato, se ne è andato in camera da letto dove sembra che abbia composto il famoso aforisma “La rivoluzione è sempre per tre quarti fantasia e per un quarto realtà”. Contento lui! La giuria aveva deciso di farci assaggiare un vino francese, di cui dovevamo indovinare la tipologia e le annate (in tutto quattro). Errico Malatesta, che era impazzito per la Comune di Parigi l’anno prima era preparatissimo sui vini francesi, mentre io su quelli italiani (e per fortuna che non ci sono capitati quelli svizzeri o spagnoli perché avremmo fatto una figura davvero barbina). Ebbene, compagne e compagni, abbiamo vinto: sul vino ci abbiamo azzeccato perché era un Château Latour di Paulliac della regione di Bordeaux, mentre sulle annate ne abbiamo beccate tre su quattro (abbiamo sbagliato quella del 1868). Il Cabernet Sauvignon, predominante (almeno 75%) era molto evidente, con quel suo colore profondo e intenso, con gli esuberanti tannini dell’uva ben amalgamati con quelli del legno, forte nei profumi vegetali caldi e maturi, e per finire, con una grande consistenza selvatica e terrosa. E poi il caldo e avvolgente Merlot a mitigarne gli aspetti più duri e infine, capolavoro malatestiano, il Cabernet Franc e l’impercepibile Petit Verdot (sarà stato l’1% del totale). Che gara e che vittoria! Senza dubbio il contributo del giovane Malatesta alla stesura della Prima risoluzione dell’Internazionale di Saint Imier la dobbiamo anche a questo. Chissà se qualcuno troverà questo scritto, per dare conto del vero a futura memoria.

 Il delegato della sezione Torino, Langa, Genova e ritorno.

 Vino e Storia

 Saint Imier, 15  e 16 settembre 1872