Tag

,

Un altro contributo della mia ricerca.

Se vi è un altro termine che ha un  uso tanto ricorrente quanto problematico nel panorama linguistico italiano, soprattutto per quanto riguarda il vino, è la parola ‘autoctono’: di derivazione greca, «se vogliamo attenerci all’etimologia, non dovrebbe essere autoctono altri che il primo antenato nato sul suolo, la cui apparizione fonda la vita nella città e legittima il rapporto del popolo con la propria terra. Un ulteriore passo in avanti, compiuto dai singoli popoli, fa sì che l’autoctonia dell’antenato, trasmessa attraverso la filiazione, si estenda a tutti i suoi discendenti. Di questa estensione gli storici prendono atto, subordinando tuttavia l’uso della parola a due condizioni. La prima è esplicitamente formulata da Erodoto: trattandosi di un popolo, l’autoctonia caratterizza lo stretto rapporto che, fin dalle origini e senza discontinuità, lo collega alla propria terra: così gli Arcadi e i Cinuri sono detti autoctoni perché, fedeli al loro antenato, sono ‘rimasti sul posto’.  Ma non è tutto: sullo sfondo dell’esposizione di Erodoto si profila un secondo criterio, implicito ma imperativo, che re-duplica la trasmissione del suolo nella trasmissione della memoria; è bene occupare la terra, ma è meglio ancora conservare la tradizione autoctona, per rinsaldare ad ogni generazione il legame che unisce il presente all’origine: quando, un po’ oltre, Erodoto segnala che i Cinuri si sono letteralmente trasformati in ‘Dori’, si tratta di un modo discreto per ricusare l’autoctonia cinuriana, il cui valore è perlomeno relativizzato dall’assimilazione all’invasore dorico.(…) Gli Arcadi e gli Ateniesi: due pretendenti al popolo più antico di Grecia, il che fa un autoctono di troppo; ed è naturale che nel libro IX delle Storie un  motivo di rivalità contrapporrà gli Ateniesi e gli Arcadi prima della battaglia di Platea, in nome del posto d’onore in seconda linea. Mettiamo ora da parte i conflitti dei tempi storici e ritorniamo ai racconti di fondazione; non è stato vano tuttavia, rammentare che, per una collettività greca, niente vi è più attuale dell’origine, poiché nulla serve meglio gli interessi del presente[1]

L’autoctoncità, per quanto riguarda un vitigno, non viaggia da sola, ma si trova spesso in compagnia di altri termini, che ne rafforzano, per estensione, il valore socio-culturale: tradizione, localismo, identità, territorio eccetera. Il dibattito intorno a questi temi prende alle volte la piega di meta-discussioni che non vanno tanto a parlare del merito, ma lo aggirano ideologizzandolo, per meglio avvalorare scelte che sono di tipo produttivo e commerciale. La rivendicazione dell’autoctonicità proviene tanto da complessi industriali del vino come da contadini vignaioli, da biologici certificati, così come viene rifiutata, da altrettanti biodinamici o produttori naturali. Lo scontro in atto non vede soltanto i fautori di una globalizzazione viticola appiattente e uniformante contro i localisti puri e duri sostenitori della salvaguardia della biodiversità,  ma si sfaccetta in una miriade di costellazioni che rendono problematico il dibattito. Se la scelta di alcuni complessi industriali è quella di rivolgersi a vitigni internazionali, e lo stesso dicasi per consorzi di produttori, associazioni di rappresentanza ecc, per andare maggiormente incontro a gusti internazionali e quindi proporsi su mercati esteri, per altri complessi industriali viticoli la scelta è assai variegata e spesso si punta all’autoctono per le medesime ragioni degli altri e cioè perché con questi vitigni si produrrebbero vini maggiormente vendibili in quanto più caratterizzanti e caratterizzati. Quello che manca quasi sempre nel dibattito attuale, se non a giustificazione postuma di decisioni che avvalorano prese di posizioni odierne, ovvero che fondano il presente, è la profondità storica delle questioni dibattute, come se il problema di cosa e come piantare fosse una questione dell’oggi e non un tema che tocca ibridazioni spontanee, quindi migrazioni naturali, migrazioni umane, che si sono portate appresso piante, conoscenze, tecniche, pregiudizi, innovazioni tecnologiche, direttive politiche, questioni legate alla produttività e quindi alla sopravvivenza alimentare, sfruttamento economico, sociale, politico, mode culturali, gusti e tendenze, la bontà del prodotto finale, le rese e così via, devastazioni naturali, a volte anch’esse forti del contributo di esseri umani come è avvenuto per la fillossera. Sappiamo oramai che dietro tutto questo vi sono migliaia di anni di storia naturale, e forse un po’ meno, ma non meno importanti, di storia umana, con tutte le conseguenze, che solo in parte si sono potute sondare nei capitoli precedenti.

Se il dilemma tra autoctono e alloctono è controverso, perché rimanda inevitabilmente ad una sorta di conservazione di purezza originaria, di ‘stirpe’ viticola incontaminata o di identità fittizia continuamente trasmutante, è attraverso la difficile collocazione lessicografica nel campo delle scienze naturali, che abbiamo la ragione delle difficoltà di cui stiamo parlando:

«Distinguere la vegetazione ‘propria’ di un paesaggio non è sempre facile. Occorrono competenze geobotaniche. Istintivamente però si  parla di piante ‘locali’ e ‘straniere’. I termini usati nel linguaggio corrente sono molti: indigeno, nostro, tipico, locale, autoctono, da una parte, esotico, straniero, forestiero, estraneo, introdotto, alloctono dall’altra. I termini, nella nostra, come nelle altre lingue, riflettono concezioni comuni alla società sul rapporto tra locale e globale, identità e alterità, perciò presenteremo prima le definizioni nel linguaggio comune, traendole dai vocabolari della lingua (italiana, con alcuni sconfinamenti), poi quelle dei testi scientifici. La ricerca di una definizione scientifica è stata sorprendentemente difficile. In primo luogo perché condotta da persona proveniente da altre discipline, che, credendo di trovare una definizione certa e divulgabile, si è trovata di fronte a mille distinguo, ad un dibattito vivo. Cercheremo di rendere il senso di queste distinzioni tenendo presente il fatto che esse si traducono in differenze sostanziali dal punto di  vista applicativo, ossia per chi metta in pratica le teorie sull’uso delle specie autoctone ed esotiche.

I testi botanici utilizzati sono principalmente: il fondamentale studio Flora esotica d’Italia di Viegi, Cela Renzoni e Garbari (1973), in cui è riportata una rassegna della terminologia adottata in Italia e all’estero fino a quella data, e On terminology used in plant invasions studies di Pyšek (1995), insostituibile per il respiro mondiale e il taglio critico. Sono stati confrontati il Dizionario botanico di Musmarra (1972), e le definizioni offerte da recenti manuali di biologia ed ecologia (Gerola, 1995) ed ecologia del paesaggio (Forman, 1995). Per i nostri interessi è importante non tanto arrivare ad una definizione univoca (non ne saremmo in grado), quanto capire quali siano le definizioni accettate ed utilizzate da chi opera – ossia le definizioni che orientano la pratica. Il termine autoctono, ossia indigeno, è antico, già greco  (ad esempio Ateneo Grammatico nel II sec. a.C. lo usa ad indicare la pianta che nasce spontaneamente dalla terra [αυθτόχθων, αύτοχθον, g. –ονος [χθών] nato nel suolo stesso, del paese  stesso, indigeno o autottono. (…) di pianta che nasce da sé, selvatica, indigena. Ateneo grammatico (II sec. a.C.) 60. (Rocci 1943). Una curiosità: Autoctono è il nome di uno dei mitici re di Atlantide (cfr. Platone, Crizia).] E poi latino (autŏchtōn, ma Plinio usa anche incola); resta voce dotta, testimoniata nel Cinquecento nella lingua francese (autochtone) e nel Seicento nella lingua inglese (autochthon), e solo alla fine del Settecento  nell’italiano volgare – periodo in cui anche in Italia, si diffuse la moda del collezionismo botanico e del giardino inglese (ricco di esotismi). Il primo dizionario italiano a riportare la voce è il Bonavilla, nel 1819, definendo autoctono ciò ‘che è nato nella terra in cui vive’. Se l’indigenato ha sempre avuto un termine certo, non così l’esoticità, che è definita invece per opposizione – antropologicamente fondata, probabilmente, sull’antitesi qui-altrove, dentro-fuori, poiché è a partire dall’azione di circoscrivere un luogo che si può considerare il resto estraneo. Il termine oggi in uso nella pubblicistica,  alloctono, è un composto greco recentissimo, chiaramente formato sul precedente, segnalato nel 1930, e comunque usato esclusivamente in geologia: l’uso botanico entra nei dizionari della lingua italiana solo nel 1999 . Negli stessi dizionari e manuali specialistici il termine  alloctono è assente (cfr. ad esempio Musmarra 1972, Gerola 1995) e, a parte inglesismi come  alieno (usato ad esempio da Ingegnoli 1998), il termine universalmente usato è esotico: anch’esso termine greco, passato al latino (exôtĭcus) e poi al volgare restando voce dotta – ma Cortellazzo e Zolli suggeriscono che ci sia ritornato tramite il francese exotique . Plinio dedica i primi due libri della sezione Botanica della sua Storia Naturale ai Peregrinae arbores, per i quali usa anche gli aggettivi aliena ed externa..

Il termine esotico ha sempre avuto connotazioni ambigue, tra sfumature di apprezzamento, connesse all’idea di rarità e preziosità (soprattutto per prodotti e manufatti), e sfumature di disprezzo legate all’idea di diversità, estraneità e bizzarria (soprattutto a proposito di popoli e costumi), confinando e sconfinando spesso nella sfera dell’esotismo. Nella prima edizione dell’Enciclopedia Italiana (1932) è presente come Esotica o tropicale, Patologia. La stessa ambiguità, che ha probabilmente un’origine profonda, si ritrova in altre lingue – ad esempio in quella inglese, dove, secondo l’Oxford English Dictionary, il termine alienpasses imperceptibly into 5. of nature repugnant, adverse or opposed to’.  Proprio l’eccessiva sovrapposizione del termine esotico con la sfera semantica dell’esotismo porta oggi a preferire il neologismo alloctono, non compromesso con ‘patologie tropicali’. Tuttavia, come vedremo, la diffidenza nei confronti dell’esotico ha influenzato anche le scienze.                                          

“Con flora originale o autoctona si intendono tutte le specia oriunde del territorio, quelle cioè che vi si sono insediate spontaneamente, magari decine di milioni di anni fa, o che sono comparse in situ a seguito dei normali processi evolutivi con cui si formano nuove specie (speciazione). In ogni territorio geografico la flora autoctona può essere dunque formata da due contingenti di diversa origine: a) specie sopraggiunte spontaneamente da altri territori, b) specie formatesi in situ. Quelle del secondo gruppo, quando esistono, sono certamente le più qualificanti perché fanno del territorio un vero e  proprio centro di origine. In Italia, per esempio, piante come l’alloro e il leccio sono autoctone ma non native. […]. 

Al contrario, a parte l’eccezione rappresentata dalle aree ‘vergini’ e incontaminate, ogni territorio annovera al suo interno anche una flora esotica o alloctona, costituita da specie non di rado provenienti da altri continenti, volontariamente o involontariamente introdotte dall’uomo e sfuggite al suo controllo. La consistenza di tale contingente è ovviamente anche una misura del degrado ecologico e naturalistico.

La distribuzione sulla Terra delle specie vegetali è materia della Geografia botanica; essa fornisce dati sulla distribuzione geografica di ogni specie. Comunemente si dice che una specie è autoctona quando è rinvenuta all’interno del proprio areale naturale di distribuzione, ma la questione non è semplice: 

‘Areale: è il complesso delle stazioni occupate da una data specie (= area di distribuzione). In esso ha luogo la reazione tra il patrimonio ereditario conservatore dei caratteri e i fattori ambientali modificatori; – effettivo: è quello che risulta dall’attuale distribuzione della specie, senza tener conto di possibili sviluppi;

– pregresso: dicesi quello che sta per precisare i limiti di distribuzione di una data specie sul globo, in tempi anteriori e che attualmente ha esteso i propri primitivi confini;

 – virtuale: dicesi quello che risulta dalle stazioni che offrono possibilità di adattamento alla specie, indifferentemente dalla reale diffusione degli individui. Questo areale è teorico e non ha un valore definitivo, in quanto può essere modificato col processo invasivo progrediente, o col sopravvenire di altre cause.’

Le carte della vegetazione reale descrivono la distribuzione attuale della vegetazione, mentre le carte della  vegetazione potenziale descrivono quella ‘che si costituirebbe in una zona ecologica o in un determinato ambiente, a partire da condizioni attuali di flora e di fauna, se l’azione esercitata dall’uomo sul manto vegetale venisse a cessare e fino a quando il clima attuale non si modifichi di molto’(…)

Per stabilire l’autoctonia o alloctonia di una pianta i botanici hanno ipotizzato diversi sistemi, alcuni basati sul periodo di introduzione, altri sul grado di naturalizzazione, o anche misti (per una rassegna si rimanda a Viegi et al. 1973). Essi danno luogo anche a sistemi di classificazione che distinguono nel contingente esotico le classiche, le archeofite, le neofite, le avventizie, coltivate, naturalizzate, eccetera. 

a. Il criterio temporale. E’ comune considerare indigene le piante presenti da così tanto tempo da non poter stabilire quando e come si siano insediate. Ad esempio, negli elenchi floristici delle specie esotiche presenti in Italia capita che non vengano incluse le cosiddette esotiche classiche, specie giunte in epoca romana (così Viegi et al. (1973), mentre Maniero (2001), per questioni di documentazione, fa iniziare la sua Fitocronologia d’Italia dal 1260). Un’altra soglia fondamentale è il 1492, ossia la scoperta delle Americhe: mentre in Europa questa data divide le specie archeofite, ossia provenienti dal Vecchio Mondo, dalle specie neofite, in America essa è usata come soglia temporale per distinguere le specie introdotte (anche se alcuni considerano autoctone anche quelle registrate nei primi erbari, risalenti al XVIII sec).

E’ chiaro che qualsiasi soglia temporale è discutibile: la scelta è più che altro basata su fatti salienti della storia umana (ovviamente quelli che hanno ripercussioni sulla storia naturale, ma forti di una loro carica simbolica), e soprattutto è difficile da documentare. Oggi la paleobotanica permette di datare i ritrovamenti di semi e tracce di specie anche assai antichi, ma non elimina i problemi di interpretazione e utilizzo dei dati raccolti. Il criterio temporale è assai arbitrario, tuttavia resta quello più intuitivo ed utilizzato ‘a buon senso’, ad esempio dalle associazioni per la difesa della natura che tendono a difendere ‘quel che c’era un tempo’: ad esempio  Flora Locale, un’organizzazione per la difesa dell’integrità floristica della Gran Bretagna, usa come limite 2000 anni fa (probabilmente individuando nella conquista romana il primo grave sconvolgimento), mentre l’italiana Associazione Vivai Pro Natura include nel suo catalogo di specie autoctone lombarde anche specie giunte assai recentemente. 

b. il criterio funzionale. La data di introduzione di una pianta è spesso nota per quelle piante introdotte a scopo di ricerca o coltivazione, grazie ai cataloghi degli orti botanici, che registrano spesso le vicende relative all’introduzione, l’acclimatazione e la diffusione. Tra Ottocento e Novecento, l’epoca d’oro delle introduzioni per scopi ornamentali e produttivi, l’interesse prevalente per l’impiego della pianta si riflette nei sistemi di classificazione: ad esempio Fiori (1908) distingue le piante introdotte in economiche, ornamentali, casualmente introdotte, Beguinot e Mazza (1916) individuano tra le advenae le  specie economiche e le specie industriali. E’ un sistema di classificazione decisamente centrato sull’interesse umano, ed altrettanto variabile (si pensi al pomodoro o alla patata, inizialmente portati dall’America come curiosità ornamentali).

 c. il criterio del grado di naturalizzazione. Negli stessi anni Saccardo pubblica una fondamentale  Cronologia della flora italiana (1909) in cui propone il seguente sistema nomenclaturale. (…)

Il criterio del grado di naturalizzazione si basa sul riconoscimento del grado di integrazione di una specie nel territorio considerato (ossia distingue tra specie presenti in modo sporadico o solo accidentale, perché coltivate, e specie che si riproducono con mezzi propri ed entrate stabilmente a far parte delle biocenosi) e quindi anche ‘per rispetto all’influenza esercitata su di esse dall’uomo’ (Negri, 1946). Addirittura Webb (1963) distingue in primo luogo tra piante coltivate e piante selvatiche (wild), e solo in seconda fase tra native e aliene (quest’ultime ulteriormente distinte tra naturalizzate e avventizie). (…)

Più di un autore ha notato che anche nel mondo scientifico esistono pregiudizi e diffidenza sulle entità esotiche, così come nel senso comune. Il più frequente riguarda l’invasività delle specie esotiche: ad esempio, su un migliaio di  saggi esaminati, Pyšek ha riscontrato che il temine alien è spesso utilizzato come sinonimo di pianta invadente. Gli studi sulle invasioni sono quasi esclusivamente concentrati sulle specie alloctone, e addirittura per le piante infestanti indigene egli stesso ha proposto di usare, anziché il termine  invader, il termine meno negativo expanding – specie in espansione, evidentemente nei loro diritti… E’ bene chiarire, poiché questo è uno degli argomenti più usati contro le specie esotiche, che anche le specie native possono essere infestanti e che non tutte le specie esotiche sono necessariamente invadenti; sono soprattutto le specie ‘naturalizzate’ (proprio quelle assimilate alle native anche negli elenchi floristici …) a trovarsi così bene da tendere talvolta ad espandersi in modo preoccupante. La potenzialità invasiva dipende da specie a specie e dal luogo in cui essa si trova, perciò non esistono regole che permettano di distinguere preventivamente le specie pericolose[2]

Riporto qui ampi stralci di questo articolo, che mi sembra dia un contributo fondamentale di chiarezza sulla difficoltà di stabilire un criterio di certezza sia terminologico che classificatorio per la vegetazione naturale e coltivata, dove interviene non solo l’operato umano a trasformare, integrare, esportare e ricodificare quanto la natura fa già in proprio, ma che partecipa anche ad una sorta di antropomorfizzazione politica delle piante, in cui prevalgono criteri fondativi, umani, identitari e forse un po’ meno quelli di tipo naturalistico: «Una spiaggia marina, in qualsiasi luogo. Come suggeriscono D’Arcy Thompson (1969) e René Thom (1980), ciò che ci attira è il movimento di andare e venire delle onde, il loro frangersi e distendersi sulla sabbia eil loro ritirarsi. Ci affascina il continuo e inesausto fluire dell’acqua: forme evanescenti, che si creano e si rimodellano senza fine, a tal punto che non si sa se sono più importanti le forme, per quanto instabili, o l’essere senza forma, se non sia più decisivo l’interrompersi, il venir meno della formazione oppure il costante riproporsi di forme nuove. Ciò che maggiormente colpisce è l’ininterrotto trasmutare. E’ vero, in natura così come nella cultura esistono forme stabili, o strutture, che pure ci attraggono: un paesaggio, un quadro, un edificio, immagini più o men ferme, di cui l’occhio compone i vari elementi in una forma-oggetto individuale. Ma sia in natura, sia nella cultura, esistono anche i fenomeni che potremmo chiamare di ‘flusso’: fenomeni di mutamento incessante da cui le forme emergono e in cui sono destinate scomparire. Si dà il caso che soprattutto le forme stabili siano utilizzate o inventate per dare l’idea di qualcosa, per fornire una rappresentazione adeguata. Il mutamento è quasi sempre collocato sullo sfondo, considerato come qualcosa di oscuro, indecifrabile, scarsamente rappresentabile[3]


[1] Nicole Noraux, Nati dalla terra, mito e politica ad  Atene, Meltemi, Roma 1998, pp. 43, 44

[2] Claudia Cassatella, Vegetazione autoctona e vegetazione alloctona, Quaderni della Ri-Vista Ricerche per la progettazione del paesaggio Dottorato di ricerca in Progettazione paesistica – Università di Firenze, numero 1 – volume 2 – maggio-agosto 2004, Firenze University Press

[3] Francesco Remotti, Contro l’identità, Editori Laterza, Roma – Bari 1996, pag. 3