Il colore e la forma dell’olfatto.

Vista, udito e odorato sono degli strumenti di esplorazione conoscitiva e, secondo la sensibilità dell’età barocca, debbono servire a guidare gli altri due vilissimi, e perciò stesso animaleschi, sensi: il tatto, che serve per riprodursi ed il gusto, che serve per cibarsi. «L’huomo è un Tricerbero[1] di tre avidissime gole, ragione, opinione, e senso esterno ed a ciascuna di queste diede la providenza gli suoi proporzionati alimenti; conditi (com’ella suole in ogni suo dono) di maravigliosi piaceri, intelligibili, ò sensibili, ò mezzani. L’intelletto, come ragionevole, è insaziabile di sapere. L’opinione è insaziabile di tesori, e di honori. Il senso esterno è insaziabile di corporali piaceri. I Piaceri dell’intelleto son comuni con gl’Angeli; e perciò angelici. Quegli della opinione sono proprj dell’huomo; e perciò humani. Quegli del senso esterno son comuni con gl’animali e perciò animaleschi, e quanto più necessarj, tanto più vili. Dunque la temperanza non modera i piaceri dell’intelletto il cui eccesso si chiama curiosità, moderata dalla prudenza. Ne meno modera i piaceri della opinione; perché son moderati dalla liberalità, e dalla modestia. Modera ella dunque i piaceri del senso esteriore, infimo di tutte le facultà humane; il cui eccesso è l’intemperanza, e contra quelli piaceri hà giurata eterna guerra. Anzi, perché de sensi esterni, l’occhio, l’orecchio, e l’odorato sono alquanto più spirituali e perciò più nobili servendo alle ragionevoli operazioni; l’occhio all’Astròlogia; l’orecchio alla musica; l’odorato alla fisica nel conoscimento de’ semplici; la temperanza modera solamente i piaceri di quegli due infimi sensi che fervono alle più vili e totalmente animalesche operazioni; al gusto ed al tatto. Providenza non è tanto improvida, che per conservar la specie delle lue opre voglia perdere gl’individui, né per conservar gl’individui voglia perder la specie. Havendo ella dunque agl’huomini soli data la ragione per le sublimi operazioni, diede in comune agl’huomini ed agl’ animali quei due vilissimi sensi il gusto e il tatto Quello, per conservar la vita dell’individuo col cibo; questo perché l’individuo conservi la sua specie con la prole. Hora perché gl’animali non hanno altro fine chela vita, e la prole fù la providenza verso loro prodiga di voluttuoso piacere circa questi due sensi, negando loro il diletto degl’altri tre sentimenti più nobili; se non sé per accidente, inquanto servono di esploratori a quelli due. Non godono gl’animali la proportion de colori né l’harmonia delle voci né la fraganza degl’odori. Anzi alcuni mujono all’odor delle Rose, molti urlano al suono de musici stromenti niuno riceve piacere della pittura come pittura. (…)[2]» Al pari della linguistica e della semiotica moderne, Emanuele Tesauro[3], forte della dottrina aristotelica sull’oratoria, ritiene che la metafora, da semplice figura retorica, sia lo strumento tecnico dell’intelletto con il quale è possibile «sentir le cose insensibili e veder le invisibili».Vi sono degli ambiti di senso, che appartengono alle esperienze emotive, estetiche e sensoriali difficilmente esprimibili, che combattono il principio dell’onniformatività, secondo cui una lingua è una semiotica entro cui ogni altra struttura semiotica concepibile è traducibile. L’avventura olfattiva è proprio una di queste esperienze difficilmente traducibili, povera di termini propri, che deve ricorrere costantemente alle fonti fisiche e cromatiche di un odore, di un aroma, di un profumo: limone, gelsomino, terra bagnata, tabacco, spezie, lacca….. «Il lavoro di un ‘naso linguistico’ implica l’attività di numerose funzioni cognitive: la comparazione della sensazione immediata con i modelli archiviati nella memoria, quindi l’attenzione percettiva, la riflessione, il riconoscimento e il giudizio (…).[4]» L’analisi olfattiva, ma lo stesso potrebbe dirsi per le altre, è un atto cognitivo, linguistico, culturalmente e storicamente situato. Ma non solo: l’analisi olfattiva viene spesso trascinata e condizionata a monte da quella visiva. Voglio ricordare qui brevemente l’esperimento che si tenne agli inizi del decennio scorso[5] sulla colorazione in rosso di un vino bianco, all’insaputa dei degustatori, esperti enologi di marca francese, e sugli esiti della successiva analisi olfattiva: « BORDEAUX – Prima il bianco e poi il rosso. Del bianco hanno sentenziato che era miele, pompelmo, burro, e persino idrocarburo. Nel rosso hanno invece notato la violetta, il cacao, il tabacco, e addirittura un sentore di animale. I 54 degustatori, scelti tra i migliori studenti della facoltà di Enologia, non sapevano che bianco e rosso erano uguali, non sospettavano che i loro professori avevano usato un colorante e dunque quel colore rosso era falso. Insomma il bianco era stato tinto di rosso e nei due bicchieri c’ era lo stesso identico vino, un bianco del 1966, vitigni Sémillon e Sauvignon. Ovviamente, trattandosi di esperimenti universitari e scientifici, il colorante usato per tingere di rosso quel bianco era totalmente inodore e insapore (E163, due grammi per litro). Ed è inutile aggiungere che i professori Gil Morrot, dell’ Istituto Nazionale di Ricerca sugli Aromi (Inra) di Montpellier, e Frédéric Brochet, dell’ università di Bordeaux, non sono due monelli e neppure due inguaribili astemi. E’ anzi da gentiluomini che si comportano evitando ogni malizia sulla scienza del vino. Si limitano a registrare freddamente che la degustazione è un’ illusione doppiamente orale, poiché è al tempo stesso boccale e verbale. Il vino, si sa, lavora la lingua; e sempre il vino e la parola si sono fatti complici. Eppure chissà quanti miti, simbolismi, evocazioni e saggezze i due professori potrebbero adesso demolire sbeffeggiando l’homo bibens e la sua idea che ‘in vino veritas’[6]».

Sempre che si possa concludere: forse sarebbe il caso di iniziare l’analisi sensoriale di un vino a partire da quella olfattiva. E forse, oltre che la bottiglia ‘coperta’, sarebbe anche giusto rivestire il bicchiere, in modo tale che il colore si sveli soltanto dopo che i profumi ci hanno sopraffatto e ‘truffaldinamente’ condizionato.


[1] Il contributo parte da un passo interpolato delle ‘Mythologiae’ di Fulgenzio (I 20, 9-18 Helm), presente nel solo codice Marciano, in cui è riconoscibile la stratificazione di versioni diverse del mito di Cerbero, indicato con l’inconsueta denominazione di “Tricerbero”. Si indaga la fortuna del mito suddetto nel mondo tardo antico. Risulta da un lato la tendenza alla razionalizzazione del mito, prevalente nell’oriente bizantino, a partire da Palefato, che interpreta le tre teste di Cerbero come la corruzione di un antico aggettivo “Tricareno” (“abitante di Tricaria”); dall’altro, la tendenza alla sua interpretazione in senso figurato nell’Occidente, con l’identificazione delle tre teste con le tre età dell’uomo. La complicata intersezione delle varianti del mito esclude la possibilità di ricostruire un “modello” letterario, e suggerisce piuttosto una rete aperta di codifiche e ricodifiche testuali.

Massimo Manca, Testi aperti e contaminazioni inestricabili. Il (Tri)cerbero tardoantico fra simbolo e ragione, in Lucio Cristante e Simona Ravalico (a cura di): Il calamo della memoria. Riuso di testi e mestiere letterario nella tarda antichità. IV, Trieste, EUT Edizioni Università di Trieste, 2011, pp. 65-76.

[2]LA FILOSOFIA MORALE Derivata dall’alto Fonte Del Grande ARISTOTELE STAGIRITA Dal Conte e Cavalier gran Croce D. EMANUELE TESAURO Patritio Torinese, IN VENEZIA M DCCXII (Edizione originale del 1670) Presso Nicolò Pezzana Con Licenza De’ Superiori,Capitolo terzo Quai siano gli oggetti della Temperanza, pp. 122 – 124

[3] Emanuele Tesauro nasce a Torino nel 1592 da nobile famiglia che fa seguire la sua educazione dai gesuiti nel cui ordine entro nel 1611. Seguiti gli studi superiori di filosofia insegnò a Cremona e Milano diventando maestro di retorica. Nel 1635 si stacca dalla compagnia di Gesù in polemica e si mette sotto la protezione del principe di Carignano scrivendo panegirici per trasferirsi definitivamente a Torino come precettore sempre della famiglia Carignano. Ricordiamo le sue opere storiche: i Campeggiamenti di Fiandre (1646), e l’epitome Del regno d’Italia sotto i Barbari (1654). Nel 1654 elaborò il Cannocchiale Aristotelico, il più importante trattato di retorica barocca ristampato in varie edizioni con notevole successo. Il cannocchiale aristotelico, o sia idea dell’arguta e ingegnosa elocuzione che serve a tutta l’arte oratoria, lapidaria e simbolica esaminata co’ principi del divino Aristotele dal conte e cavaliere di gran croce Emanuele Tesauro patrizio torinese.

Stefano Torselli, Il trattato nel XVII secolo, Emanuele Tesauro, in http://www.baroque.it/barocco-cultura/cultura-barocca-letteratura.php?link=22

[4] Rosaria Cavalieri, Il naso intelligente. Che cosa ci dicono gli odori, Editori Laterza, Bari – Roma 2009, pp. 186, 187

[5] Per chi volesse leggere (in lingua inglese) l’esperimento può trovarlo al seguente indirizzo: http://www.stanford.edu/class/linguist62n/morrot01colorofodors.pdf

[6] Francesco Merlo, Bordeaux, 54 degustatori beffati da un rosso falso, in ‘Il Corriere della Sera’, 17 febbraio 2002

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