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Estate scorsa. Siamo mollemente adagiati sulla spiaggia di Bergeggi. Poi bagni, tuffi, palla acquatico/prigioniera, pedalate sul pedalò e di nuovo spiaggia. Il mio amico Andrea decide di allungarmi la sua ultima fatica: “La gabbia del progetto ecologico[1]”.

Tesi. Andrea Giachetta[2], nel suo agile libretto di un centinaio di pagine, sostiene una tesi capitale: l’architettura, quella di orientamento eco-sostenibile, lungi dall’essere una sana reazione alla società della tecnica globalizzante, si è trasformata in un metodo normativo e tecnicistico con pretese generalizzanti. E’ il famoso palazzo di cristallo di Sloterdijk: “Nel suo (Fëdor Dostoevskij) Racconto memorie del sottosuolo, pubblicato nel 1864 si trova un’espressione che riassume il divenire mondo del mondo all’inizio della fine dell’epoca della globalizzazione con insuperata forza metaforica: intendo l’espressione secondo cui la civilizzazione occidentale sarebbe un palazzo di cristallo. (…) In effetti nel mondo post-storico tutti i segni dovranno guardare al futuro, poiché in esso vi è l’unica promessa che ci deve necessariamente essere per un’associazione di consumatori: che il confort non smetta di affluire e di crescere … Era però una profonda convinzione di Dostoevskij che entro il palazzo di cristallo la pace perpetua avrebbe inevitabilmente condotto alla compromissione psichica degli abitanti[3].”

I palazzi di cristallo della nuova architettura vinicola sono alcune cantine naturalmente eco-sostenibili e naturalmente brutte:  la τέχνη (téchne) viene così non più ricondotta all’arte, ma a mera, e stupida, figlia della scienza. Esse si ergono come protuberanze turbo-moderniste e affiorano dai terreni vitati che le ospitano come escrescenze improbabili di antiche dimore di morte, dove il vino più che evolversi, riposa, eternamente. Altre ancora somigliano a chiese cementose di periferie urbane: funzionali, pannellizzate, termo-convettorizzate, autoalimentantesi, cubose, quando non espressamente cubiste. E poi, dentro, i cunicoli che aprono a stanze segrete; e più avanti i labirinti immaginifici che conducono alle camere dove i sarcofagi legnosi ospitano il vino dormiente.

Antitesi.  Nel 1989 l’antropologo e architetto Franco La Cecla scrive la postfazione al libro di Felix Guattari, Le tre ecologie,e ne aggiunge una: la pornoecologia. “Era mia intenzione”, dice La Cecla, “nell’invenzione provocatoria del termine ‘pornoecologia’, spogliare dal candore i benintenzionati. Il leoncino, il tramonto, il mangiar naturale che hanno invaso la pubblicità funzionano come le playmate ed i corpi vellutati delle modelle. Servono a mettere una ‘garanzia’ cosmetica – di un’estetica, ripulita dalle imperfezioni e dai brufoli della realtà – accanto ai prodotti da vendere, siano essi automobili o cibo macrobiotico[4].”

A scendere, dalle cantine, per arrivare al vino, le tecnologie sgrassanti e disincrostanti si sono ammantate di un realismo eco-compatibile.


[1]    Andrea Giachetta, La gabbia del progetto ecologico, Carocci editore, Roma 2013

[2]     Architetto, docente dei corsi Sostenibilità ambientale e Laboratorio di costruzione dell’Architettura per la Scuola Politecnica dell’Università di Genova, dove è ricercatore in tecnologia dell’architettura.

[3]    Andrea Giachetta, cit. pp. 23,24

[4]    FrancoLa Cecla, Le tre ecologia più una: la pornoecologia, contributo a Felix Guattari, Le tre ecologie, Sonda, Torino – Milano 1989, pag. 63.

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