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Come nell’iconografia della rivelazione che si fa redenzione, un raggio di sole squarcia le dense nubi che avvolgono i peccatori: “il re è nudo”, avrebbe raccontato una fiaba. Soltanto il fanciullo, depositario per natura di un’innocenza incorrotta ed ingenua, può svelare ciò che una massa tanto ossequiosa quanto servile non potrebbe né vorrebbe riconoscere.

Così, finalmente, l’editoriale dell’8 novembre di Maurizio Taglioni sul sito lavinium[1]  rivela ciò che dai più è saputo, ma anche sottaciuto. L’accusa contro alcuni/tutti gli intramoeniosi è quella di non palesare l’evidente conflitto di interessi: essi, dunque, parlano bene soltanto di quei vini  che portano un tornaconto economico alle attività parallele e principali degli scriventi.

 

Merito.

Le prime obiezioni potrebbero essere puramente imperniate sulla propria quanto limitata soggettività:

  • Da neofita baciato dal sacro furore della cooptazione non potrei che schierarmi laddove la nuova signoria informatica mi ha condotto. L’obiezione si consuma da sé come un mozzicone di sigaretta prima di essere gettato a terra e calpestato.
  • Relazionale: conosco il giornalista-enotecario: è un bravo guaglione. Metterei, su di lui, le mani sul fuoco, i piedi nella pece e la testa sott’acqua. Ho anche incontrato un paio di volte il Boy Scout e il Wine – consultant . Gli altri in foto o su facebook. Debole, anzi debolissima: la storia ci riporta di un sacco di sanguinari terroristi che accompagnavano le vecchiette negli attraversamenti pericolosi, o che portavano loro le pesanti spese per otto piani di scale in palazzi senza ascensore.  Di un’altra mimesi non ne abbiamo bisogno.

Provo ora con argomentazioni razionali o pseudo-tali.

A chi scrive di vino sulla rete conviene assai poco riferirsi a quello che possiede in casa e per diversi ordini di ragioni:

  • La prima è che un blog totalmente autocompiacente durerebbe un giro di boa: in termini tecnici questi articoli si chiamano redazionali e, una volta scoperti, affondano il sito con la rapidità di una partita, ben riuscita, a battaglia navale. A questo proposito abbiamo innumerevoli esempi di giornali cartacei e on-line di vita brevissima e assai screditati.
  • I siti, come i blog, hanno una vita immateriale propria: sono degli avatar avanguardia che tentato di emanciparsi costantemente dai propri padroni perché vivono di regole altre: se si vogliono raccogliere, ad esempio, inserzioni pubblicitarie o semplicemente farsi leggere da un numero importante di persone (per poi raccogliere le inserzioni pubblicitarie) debbono proporre una gamma di recensioni e di articoli che abbiano una loro plausibilità all’interno della comunità dei bevitori seriali. Pe cui, ancora una volta, portare in via totalizzante e o prevalente casa propria nuocerebbe gravemente alla salute (del sito/blog)
  • Infine, può capitare di parlare bene di quello che si vende o di ciò che si fa perché, in maniera conseguente, si vende anche di ciò che si parla o di ciò che di cui altri parlano e piace fare cose che si potrebbero anche vendere o semplicemente assaggiare, oppure si vendono cose che piacciono o si parla con la bocca piena e via dicendo. Insomma c’è l’etica degli scrittori.
  • Infine e inoltre io faccio tutt’altro blog, per cui deduco, faccio assiomi.

 

Metodo.

L’intero apparato accusatorio fonda i suoi attacchi in chiave puramente difensiva/giudiziaria:

  1. Difensiva, perché, in mancanza di alcun tipo di riferimento probante delle accuse che ci dica il chi, il quando, il come e il perché, l’articolo non può in alcun modo fare riferimento, se non per via associativa e traslata, a nomi di cose (blog) e persone (redattori).
  2. Giudiziaria. Perché questa via è sia premessa che conseguenza della prima. Premette la scomparsa dei nomi in conseguenza di una possibile ritorsione giudiziaria in mancanza di prove.

 

Tutto lì: mancano le prove.

 


[1] http://www.lavinium.com/, Intramoenia – un’altra informazione enogastronomica è ancora possibile?

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