Sono un blog nato di lunedì e di lunedì muoio e rinasco dalle mie ceneri.

ho visto Immagine da wikipedia.

Sono un blog nato di lunedì e di lunedì muoio e rinasco dalle mie ceneri.
Nacqui il 30 gennaio del 2012 in una notte buia e tempestosa: no anzi, aspetta! Pomeriggio tardo. Faceva freddo, forse pioveva: nubi grigie tracimavano il cielo di Genova Nervi. Luci al neon. Sala operatoria scarna e con mezzi antiquati: un processore Pentium in uso nella grande guerra d’indipendenza. Solo un ostetrico: Pietro Stara. Anche lui aspettava; era in attesa di un libro. Pietro era gravido di notizie che gli uscivano da tutti i pori. Ne aveva accumulate tante durante i tre anni predenti. Le aveva scritte, riscritte, impilate. Troppe, tante, ma mai abbastanza. Pietro avrebbe partorito un anno e mezzo dopo, nel maggio del 2013.
Pietro mi volle perché così, disse lui tra sé e il suo io, “l’informatica avrebbe sostenuto la carta.” Sì, infatti io avrei dovuto anticipare l’uscita del libro: renderlo noto prima della notorietà. Questo non avvenne mai! Nacqui gracile, esile, tanto minuto da essere quasi invisibile: stanziai in una incubatrice per più di un anno. Qualcuno passava a trovarmi, grondante di remore e timore. Ero incomprensibile ai più. Troppo minuto per contenere tutto quel popò di roba. Eppoi avevo dei lineamenti indecifrabili: storia, vino, estetica, filosofia. Troppo per uno e troppo poco per un altro. A qualcuno, col tempo, sono piaciuto.
Poi sono cresciuto ed è nato mio fratello di carta. Ciccione, un gran bel ciccione. Pietro era un po’ sconvolto. Il libro era troppo grasso per poterselo portare in giro come un pargolo qualsiasi. Decise allora di farne un clone leggero in pdf, da omaggiare ad amici, parenti e giornalisti. Sembra che il clone si sia riprodotto alla velocità della luce. Attenti osservatori internazionali lo hanno visto vagare in blogsfere bulgare, turcomanne e armene. Il clone pdf si è fermato, ma solo temporaneamente, ai confini dell’Isis.
Dicevo, appunto, che sono cresciuto: di mio fratello mantengo l’impronta, anche in fronte. Ma, poi, ho preso la mia strada ed ho iniziato a gironzolare per conto mio fino a spingermi verso altri lidi. Ho toccato le colonne di Intravino, ai confini del vino conosciuto; ho solcato mari burrascosi che univano cielo e terra; ho vagato per terre straniere, attraverso fibre ottiche, cavi coassiali, doppini telefonici e cavi elettrici in posa (pure in strutture idrauliche); ho dissodato collegamenti sottomarini, collegamenti satellitari e collegamenti a radiofrequenza. Ho visto cose che voi internnettari…
Riapparirò, di rado, come un frammento di meteorite dispersa dal vento lunare.
Ora torno a Itaca, nella mia casa immaginaria:

http://www.seminarioveronelli.com/il-vino-racconta/

seminario

L’immagine del vino al tempo delle stronzate.

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«Mai dire una bugia

quando puoi cavartela a forza di stronzate»

Eric Ambler, Una sporca storia (1967)

 

Agostino d’Ippona (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) era solito distinguere tra due espressioni del falso: “quod aut se fingit esse quod non est, aut omnino esse tendit et non est[1].” (ciò che o si crede di essere quello che non è, oppure cerca di essere ciò che non è). Questo è il falso (falsum) che riporta a due figure della menzogna: quella intenzionale del mendace (mendax) o del fallace (fallax), ovvero ciò che ha una ben determinata intenzione di ingannare e quella di una  res che ‘tende’ al vero e che al vero somiglia, ma che è vera solo del suo essere immagine, e non dell’essere ciò che rappresenta. Quest’ultima figure è propria della finzione: «“Qui hoc differunt a fallacibus, quod omnis fallax appetit fallere; non autem omnis vult fallere qui mentitur” («Il finto è un prodotto di coloro che mentono. I quali differiscono dagli ingannatori, per il fatto che ogni ingannatore vuole ingannare; mentre invece non tutti quelli che mentono vogliono ingannare»). Chi ‘finge’, in definitiva, dice cose non vere ma non (deliberatamente) false solo perché ingannevoli. L’inganno è piuttosto l’incolpevole attestazione dell’impossibilità di essere autentico creatore di realtà[2].»

La stronzata, invece, si configura, secondo il filosofo americano Harry G. Frankfurt, in questo modo: «Uno che mente e uno che dice la verità giocano in campi opposti, per così dire, allo stesso gioco. Chi racconta stronzate ignora completamente tali esigenze[3]»

L’immagine pubblicitaria dei generi alimentari (e mi fermo qui) apparirebbe più come finzione che come menzogna vera e propria, anche se di quest’ultima mantiene l’afflato. Nel suo tentativo maldestro di rendere verosimile un prodotto, di naturalizzarlo, l’immagine produce un effetto artefatto e alterato. Di qualsiasi cosa si tratti: vigneti, campagne, orti, contadini in festa, vini gocciolanti, sorsi, sorrisi e ammiccamenti. La fotografia tenta di rendere naturale l’artificio semantico: l’assenza di codice sembra fondere in natura i segni della cultura. «E’ questo, senza dubbio, un paradosso storico importante: più la tecnica sviluppa la diffusione di informazioni (e soprattutto delle immagini), e più essa fornisce i mezzi per mascherare il senso costruito sotto l’apparenza del senso dato[4].»

La divisione perfetta.

«E senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.» Ludwig Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo in Guy Debord, La società dello spettacolo (1973).

L’immagine è tratta da wikipedia

[1] Soliloquia 2,9,16 in Augustinus, Soliloquia, in Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum LXXXIX, Soliloquia, De inmortalitate animae, De quantitate animae – ed. W. Hörmann 1986; Opere di Sant’Agostino, III, Dialoghi, traduzione di D. Gentili, Città Nuova, Roma 1970

[2] Introduzione al Petrarca in didattica.uniroma2.it/files/scarica/…/3740-Nel-mio-stil-frale-Parte-prima‎

[3] Harry G. Frankfurt , Stronzate. Un saggio filosofico, Rizzoli, Milano 2005, pag. 57; On Bullshit, 1986 trad. it. M. Birattari.

[4]  Roland Barthes, L’ovvio e l’ottuso. Saggi critici III, Einaudi, Torino 2001, pag. 35; edizione originale 1982

Per bibliofili impenitenti.

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bibliofilo - bibliofila - bibliophilie

Ho cercato di raccogliere, anche se in maniera incompleta, una larga parte delle pubblicazioni in tema vinicolo che si danno nell’Italia post-unitaria (1861). La classificazione che ho adottato è tematica e cronologica ed ho ripreso anche parte delle diverse pubblicazioni preunitarie. Pubblico ora solo la parte relativa all’enologia.

ENOLOGIA.

Giovanni Pozzi, Jacopo Ricci, Jean-Antoine-Claude Chaptal (comte de Chanteloup), Samuel Thomas von Soemmerring, Del vino, delle sue malattie, e de’ suoi rimedj: e dei mezzi per iscoprirne le falsificazioni dei vini artificiali, e della fabbricazione dell’aceto, dalla Stamperia Piatti,  Milano 1816;

Agostino Bassi, Del mal del segno calcinaccio o moscardino: malattia che affligge i bachi da seta e sul modo di liberarne le bigattaje anche le più infestate. opera del dottore agostino bassi di lodi teorica e pratica la quale oltre a contenere molti utili precetti intorno al miglior governo dei filugelli, tratta altresì delle malattie del negrone e del giallume, dalla Tipografia Orcesi,  Lodi 1835-1836. Bassi, nativo di Mairago presso Lodi, dopo una breve carriera diplomatica, interrotta a causa di gravi problemi alla vista che gli impedirono lunghi spostamenti, si dedicò all’attività agricolo-zootecnica (coltivazione e allevamento razionali, viticoltura sperimentale). Per vent’anni studiò la malattia che colpiva i bachi da seta, nota in Italia come calcino o calcinaccio, arrivando ad identificarne la causa in un fungo parassitario che combattè con cloruro di calcio o nitrato potassio arrivando così a dare una base scientifica ad alcune teorie già esposte da Fracastoro e da Kircher. Grazie ai suoi studi sui microbi parassitari, Bassi è oggi considerato come un precursore dell’opera di Swann, Koch e Pasteur. Questa seconda edizione è accresciuta e corretta rispetto alla prima. Bell’immagine di un baco su una foglia al frontespizio;

Emilio Sudario, L’analisi del vino e la ricerca delle sofisticazioni. Edizione completamente rifatta dal manuale di Arturo Marescalchi sullo stesso argomento con aggiunte ed appendici sull’analisi dell’aceto e delle sostanze tartariche, sulla preparazione di soluzioni titolate. Marescalchi, Casale Monferrato 1849  Analisi dei mosti, del vino, degli spumanti, filtrati, dell’aceto, delle vinacce, ecc… con speciale riguardo ai più recenti metodi di indagine per la determinazione delle cause più comuni dell’alterazione dei vini. Con molte note manoscritte sui lembi bianchi e sottolineature con matita colorata;

Vincenzo Caratti, L’enologo italiano. trattato di viticultura e vinificazione,  Istituto Filotecnico Nazionale, Firenze 1867;

Giuseppe Gatti, Di due metodi per levare al vino l’odore di acido solforico. A beneficio del Comizio Agrario del circondario di Voghera. Tipografia di Giuseppe Gatti, Voghera1868;  

Karl Theodor Neubauer, Sulla chimica del vino discorsi tre tenuti nell’inverno 1869-70 in Magonza, Oppenheim ed Oestrich (sul Reno) dal dr. c. n. direttore della staz. sperim. enologica di Wiesbaden. Versione italiana per cura della stazione sperimentale agraria di Udine. Tipografia G. Seitz, Udine1871;

Francesco Selmi, Del vino: fabbricazione, conservazione, invecchiamento, difetti, malattie, correttivi, imitazioni, analisi / manuale compilato dal professore Francesco Selmi; con appendice sulle falsificazioni più comuni dei vini. Unione Tipografico Editrice, Torino1878

Seconda edizione torinese di questo raro trattato, pubblicato per la prima volta a Padova da Sacchetto nel 1871. Francesco Selmi (1817-1881), era un noto chimico modenese. L’appendice Sulle falsificazioni più comuni dei vini ed in particolare colla fucsina ed altre materie coloranti è di Icilio Guareschi;

Egidio Pollacci, La teoria e la pratica della enologia popolarmente esposte e precedute da nozioni di viticulturae da istruzioni sulla classazione e commercio dei vini italiani sulle statistiche e mostre enologiche; sulle società e stazioni vinicole sulle scuole teoriche pratiche di viticoltura e vinificazione ecc... Fratelli Dumolard, Milano 1876 Edizione ulteriormente aggiornata rispetto alla seconda del 1872 e accompagnata da 58 ill. intercalate n.t. e num.se tabelle. Interessanti capitoli riguardanti le società e le stazioni enologiche, la storia della vite, studi sui terreni, scelta e separazione dei vitigni, vari sistemi di potatura…Il pistoiese Pollacci fu Professore di Chimica farmaceutica alla Reale Università di Pavia;

Luigi Gabba,  Trattato di analisi chimica generale ed applicata, ad uso delle scuole d’applicazione degli ingegneri, delle università, degli istituti tecnici, dei chimici pratici, farmacisti, industriali ecc. parte prima – parte seconda  Ulrico Hoepli Editore -Libraio  Milano 1880-1881 Con 56 illustrazioni in bianco e nero nel testo alla Parte prima, 38 alla Parte seconda;

 Arnaldo Strucchi, Aumentiamo e miglioriamo la produzione del vino – precetti di enologia pratica Carlo Brigola, Milano1884

Dedica in stampa a Domizio Cavazza e prefazione dell’autore scritte da Costigliole d’Asti nell’aprile del 1884. Sono allegati al fondo del volume le recensioni sul volume dell’autore sulla coltivazione della vite edito un anno prima (Cavazza, Ottavi, Raineri, Aloi, Vicenza, Grazzi Soncini, Gatti, Carpenè);

M. Barth, Analisi del vino nel riguardo sanitario e legale Ulrico Hoepli Milano1886;

Pio Bolletti, Trattato popolare di enologia applicata alle cantine sociali ed al commercio del vino corredato di nozioni sulla distillazione e sulla tenuta dei libri occorrenti alle aziende enologiche (vol. I – II). Casa Editrice Tipografica Enrico Trevisini Milano, Roma, Napoli 1890;

Giovanni Marchese,  La pratica della fabbricazione dei secondi vini ed ausiliarii. Tipografia Nazionale di V.  Ramperti, Milano1895;

Antonio Marchesi, Studio sulle alterazioni del vino. Ad uso delle scuole pratiche e speciali d’agricoltura e dei produttori italiani. Tipografia d’Ignazio Galeati e figlio, Imola 1898; Con 6 figure su una tavola ripiegata fuori testo. Le alterazioni del vino: tutte le malattie, i difetti, gli esperimenti tecnici eseguite nelle cantine. Edizione originale e non comune. Stampato su carta forte, sporadiche, leggere fioriture ma buono stato di conservazione;

Giovanni Possetto, La chimica del vino. Analisi, alterazioni, manipolazioni, adulterazioni con appendice sulla fabbricazione e sull’analisi dell’aceto, Clausen, Torino 1897;

Raffaello Sernagiotto, Enologia domestica. Ulrico Hoepli, Milano 1894. Interessante trattatello riguardante il vino: da pasto, di lusso, norme di conservazione, malattie del vino e norme per curarlo, fabbricazione domestica del vinello e dell’aceto…etc.;

Max Barth, Enrico Comboni, Analisi del vino ad uso dei chimici e dei legali. Ulrico Hoepli  Milano1901;

Ignazio Lomeni, Considerazioni analitiche sulle cause dello scoloramento de’ vini fabbricati in vasi chiusi e sui mezzi proposti a rimedio colla descrizione di un nuovo meccanismo che perfeziona la vinificaz. E colora i vini eseguendo la follatura delle uve …., Giovanni Silvestri MDCCCXXVI Milano1900;

Nicola Bocchicchio, Lavori diversi di viticoltura ed enologia.  Tipografia Giuseppe  Scuto, Caltagirone 1903 Raccolta di diversi contributi dell’agronomo siciliano apparsi su riviste e quotidiani;

Filippo Cantamessa, Il vino. Sua produzione, conservazione e commercio. Viticoltura moderna – vinificazione – utilizzazione dei residui del vino – commercio dei vini – alcool denaturato.  Unione Tipografico-Editrice, Torino1904;

Alberto Aloi, Le adulterazioni del vino e dell’ aceto e mezzi come scoprirli, Ulrico Hoepli, Milano1904;

Ottavio Ottavi – Arnaldo Strucchi, Precetti ad uso degli enologi italiani con una appendice sul metodo della botte unitaria pei calcoli relativi alle botti circolari dell’ing. Agr. Rinaldo Bassi, Ulrico Hoepli, Milano1904

Elementi di enochimica, enotecnica, correttivi – malattie – secondi vini , vini di lusso , commercio del vino, appendice;

Prof N. Passerini, Il governo del vino come si pratica in toscana – con appendice sull’uso dei fermenti selezionati in enologia, Tipografia e litografia Carlo Cassone, Casale Monferrato 1905 Indice sommario: Parte sperimentale (Cenni storici e bibliografici – In che cosa consiste il governo secondo l’uso toscano – Come furono condotte le esperienze – Esperienze sulla raccolta del 1893 – Esperienze sulla raccolta del 1894 – Altre esperienze sul raccolto del 1894 – Conclusioni – I termini selezionati applicati al governo del vino. Prova sperimentale della maggiore conservabilità comunicata al vino dal governo – La pratica di conservare il vino sul governo) – Parte Pratica (Le migliori uve da governo – Raccolta e conservazione delle uve per governo – Applicazione del governo al vino. Uso dei fermenti selezionati – I fermenti selezionati in enologia);

Averna Saccà, Tannini nell’uva e nel vino, Ulrico Hoepli, Milano 1904;

A. Sannino, Trattato completo di enologia. Stabilimento Arti Grafiche, Conegliano 1906;

Averna Saccà, L’uva nelle malattie dei vini, Ulrico Hoepli, Milano 1907;

G. Ciapetti, L’industria tartarica: materie prime derivanti dal vino: fabbricazione e raffinazione del cremore di tartaro secondo i procedimenti più moderni: fabbricazione del tartrato di calcio: fabbricazione del l’acido tartarico: analisi delle sostanze tartariche dei derivati: controllo di fabbricazione, Ulrico Hoepli Editore -Libraio  Milano 1907;

S. Cettolini, Dal mosto al vino Ulrico Hoepli la fermentazione alcoolica, Ulrico Hoepli, Milano 1910;

A. Durso Pennisi, De l’origine del vino. De la sophisticatione del medesimo. Bottiglieria Astigiana, Milano1914;

A. Durso Pennisi, Invecchiamento artificiale dei vini, aceti e spiriti  Ulrico Hoepli, Milano1916;

F. Antonio Sannino (Direttore della scuola di viticoltura ed enologia di Alba) Trattato completo di enologia secondo il programma delle r. Scuole enologiche e degl’istituti sup. Di agricoltura, in 2 voll., Vincenzo Bona, Torino 1920 In quest’opera non viene trascurato nessun aspetto dell’industria enologica: locali, attrezzature, vendemmia, processi di vinificazione, composizione chimica dei vari vini, degustazione, classificazione e conservazione dei vini da pasto e da taglio, vini liquorosi e champagne;

Giuseppe De Astis, Gli acidi del mosto e del vino. Trattato speciale scientifico-pratico…, Francesco Battiato , Catania 1924;

Ermenegildo Scala, Storia della vite e del vino, Italia Industriale Artistica Illustrata, Torino 1925 (Tip. Lampografico)

Francesco Carpentieri, Analisi enochimica, Fratelli Ottavi, Casale Monferrato  1926 Nozioni generali di analisi chimica – Analisi delle uve e dei mosti – Analisi del vino – Analisi dei sottoprodotti della vinificazione. Con 61 figure in nero;

C. Mensio – C. Forti, Enologia,  UTET, Torino1928. Importante opera, pubblicata nella ‘Nuova Enciclopedia Agraria’;

Arnaldo Strucchi, Ottavio Ottavi, Enologia. Precetti ad uso degli enologi italiani. 10a ed. Completam. Aggiornata dal prof. D. Tamaro, Ulrico Hoepli, Milano 1929;

 

Per bibliofili gaudenti.

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bibliofiloil topo da biblioteca (1850 circa) di Carl Spitzweg tratto da Wikipedia

La  seconda  metà  dell’Ottocento  vede, in tutta l’Europa,  la  nascita delle edizioni economiche di manuali e letture popolari: la «Railway Library» di Routledge in Inghilterra, la «Bibliothéque des Chemins de Fer» in Francia, la collana «Reclam» in Germania. Tuttavia l’aumento dei lettori, a seguito di processi crescenti di scolarizzazione, ha già determinato l’emergere di un secondo fenomeno: quello dei libri che hanno un successo che può essere definito di massa, «libri che possono capitare nelle mani di chiunque, dotto o incolto che sia, da non confondere neppure con la moderna categoria dei best-seller, legata alla narrativa di consumo, le cui fortune sono destinate ad esaurirsi nel volgere di pochi anni. Se proprio non si può fare a meno della terminologia inglese, una parte significativa di questa produzione è se mai da ascrivere alla tipologia dei long-sellers, ovvero quei titoli che non compaiono nelle classifiche, ma che restano disponibili negli anni e talvolta anche nei secoli, incidendo con discrezione, ma in profondità sulle abitudini culturali[1].» Nei primi decenni post-unitari, per la prima volta nella storia della cultura italiana si assiste ad un netto aumento della produzione di titoli di argomento scientifico, addirittura maggiore rispetto a quelli letterari. I dati generali sono significativi: nel 1863 in Italia si stampavano 4243 titoli, nel 1886 si arriva a 9003. Il nuovo pubblico, generato dall’alfabetizzazione e dal miglioramento delle condizioni economiche, acquisisce dimestichezza con le pubblicazioni scientifiche ed è concentrato, come si è detto, prevalentemente nel Nord del paese. Ad appassionarsi alla scienza sono i lettori della piccola e media borghesia: lo stesso Mantegazza[2] nei suoi volumi precisa di volersi rivolgere alle classi colte affinché possano diffondere nel popolo le loro conoscenze. Gli editori si rivolgono anche ai ceti aristocratici, dove riescono a trovare anche molte lettrici. In questo clima di costruzione della cultura nazionale nascono e si diffondono opere che tentano di unificare e uniformare i comportamenti degli Italiani, ridefinendo tradizioni e costumi comuni. Un esempio è il manuale di cucina di Pellegrino Artusi[3], dei vari manuali di galateo che tentano di ‘fare gli italiani’, che trovano il modo di manifestarsi, come fa notare Filippo Mazzonis, anche in veri e propri casi letterari pedagogico-moralisti che diventano addirittura best-seller: da Edomondo De Amicis a Mantegazza a Collodi[4].» Come si potrà vedere oltre, le pubblicazioni con tematiche viti-vinicole hanno, non diversamente da altri argomenti di carattere tecnico, culturale e sociale, uno sviluppo impetuoso che trova la sua ascesa  in concomitanza, a fine Ottocento, con fenomeni ricordati sopra, quali le inchieste agrarie, lo sviluppo delle cattedre ambulanti, l’aumento della scolarizzazione e dell’alfabetizzazione, la fede per il progresso e le scienze positive, la diffusione delle conoscenze tecniche e delle tecnologie applicate in vari settori.

Giornali, annali, bollettini, almanacchi, calendari, agende, listini. 

Uva Rossese. S.L. S.D. (MA Vigevano 1836) ESTR. COP. MUTA, PP. 181/185 (‘Repertori D’Agricoltura’);

Giuseppe Bosi, «L’agricoltore italiano», giornale d’agricoltura, arti campestri, pastorizia, veterinaria, economia domestica, architettura rustica, giardinaggio, meteorologia ….1837 – 38. Segue: varietà agrarie o sia portafoglio campestre per il perito agrimensore pel fattore di campagna e pel proprietà di fondi rustici…. . Tip. Dall’Olmo e Tiocchi (poi Bortolotti), Bologna 1837 – 3 Raccolta di nozioni agricole raccolte e tratte da varie altre pubblicazioni. La seconda parte sotto il titolo di ‘varietà’ risulta essere una sorta di appendice dell’agricoltore italiano stesso. Una delle tav. presenti raffigura il curioso albero dei conti Lascaris a Ventimiglia.

Ottavi e Meloni, Il coltivatore, Eredi Maffei, Casale Monferrato  1873 Raccolta del giornale di agricoltura pratica, articoli sul concime e la potatura, la viticoltura, la coltivazione dei terreni arenosi, l’estrazione dell’olio d’oliva, la solfazione delle viti e delle uve, la pescicoltura, l’allevamento, l’isolamento e la riproduzione dei bachi da seta, le falci e gli aratri americani, i rimovimenti, la trebbiatura dei cereali , una serie di escursioni agricole nel Nord Italia e consigli per riparare agli errori più frequenti nell’agricoltura;

R. Voglia (Marchese), Cenni agricoli. (della razionale coltura degli oppi delle alberate – studi e confronti fra i diversi sistemi della coltura della vite s” ad alberata che a vigna – se meglio convenga piantare le vigne con i vitigni più fini o con i comuni, ma buoni). Tratti dal «Bollettino Agrario di Macerata e Camerino», Tipografia Borgarelli, Camerino1877; 

«Il consigliere delle famiglie, giornale della vita casalinga», Tipografia della Gioventù (Giovanni Bonardi, gerente responsabile) Genova, 1898 (primo anno pubblicazione 1878) Intero ventesimo anno di pubblicazione bimestrale, che comprende i nn.1-24 (dal 1 gennaio 1898 al 15 dicembre 1898). Interessante periodico di Economia domestica, con consigli di igiene e medicina personale, piccoli – grandi segreti per la cura e l’ igiene della casa, della persona, della biancheria ed un ampio ricettario per preparare ogni sorta di pietanze in cucina: anitra alle olive, gelatina di limone, stufato di capriolo, pasta sfogliata, panettone, brioche, gatò alla francese, marzapane all’ italiana, pane di Spagna, Maddalena all’italiana, formaggio inglese, oltre alle cure per la cantina.

G. Tuccimei, La philloxera vastatrix planchon. Riassunto delle cognizioni possedute fino ad oggi su tale argomento. Estratto dal periodico «Gli studi in Italia», anno II, vol. I  Tipografia della Pace, Roma 1879;

Giovanni Monti, Il giallume delle viti ed il vaiuolo delle uve. Bologna, 1879, 8VO BR. PP. 57/72, in «Annali della Società di Agraria», Provincia di Bologna, Bologna 1879;

Federico Martinotti, La corrente elettrica e le malattie del vino. nota del dott. Martinotti, assistente presso la r. stazione agraria di Torino. estratto dal giornale ‘le stazioni sperimentali agrarie italiane’ seduta del 14 agosto 1881 Torino. Stamperia Reale di Torino, Torino 1881‎; 

Gino Cugini, Ricerche sul mal nero della vite, Annali soc. Agraria, Bologna 1882; 

Statuto della società generale dei viticoltori italiani. (approvato nell’assemblea generale del giorno 8 giugno 1884), Tipografia dei Lincei, Roma 1885;  

«L’amico del contadino. Letture periodiche per i campagnoli», Cellini, Firenze 1885-1889 16 pp. ogni fascicolo. Viticoltura, ulivicoltura, orticoltura ecc. ecc; 

Paolo Sormanni (a cura di), «La villa e la fattoria». Giornale illustrato di agricoltura ed orticoltura. Anno IV, Società Cooperativa, Milano 1886 Si tratta della IV annata del giornale d’agricoltura fondato e diretto da Paolo Sormanni, cui si deve la celebre bibliografia di viticoltura ed enologia. Articoli sull’enologia (vini nuovi, travasi, botti, chiarificazione, vendemmia, torchi, cantina, vinificazione, una nuova macchina per il travasamento dei vini -con incisione-), viticoltura, governo dei maiali a Modena, fabbricazione del formaggio magro, olio di oliva, conserve di pomodori e funghi. Passeggiate agrarie nel lodigiano, Brianza e Valtellina;

Direttore Responsabile Prof. Riccardo Gamba, «L’Umbria agricola. Giornale di economia rurale e delle industrie campestri», Tipografia di V. Santucci, Perugia 1888 La raccolta è formata da 12 fascicoli ognuno contenente due numeri della rivista. All’interno della rivista numerosi articoli di enologia, agricoltura e concimazioni, viticoltura, bachicoltura, coltivazione del gelso, olivicoltura e produzione dell’olio, coltivazione del tabacco, animali da allevamento. Nello specifico in questa annata: fiera dei vini a Roma, acqua di fuoco Mazzucchetti, i comizi agrari di Perugia, Spoleto e Terni; miniere a Pesaro, cantine sperimentali in Sicilia, allevamento della trota in Umbria, vigneti e vino in Francia, raccolto della canapa. Alla fine di ogni brossura i mercuriali divisi per ogni città dell’Umbria tra cui Rieti;

«Giornale di viticoltura, enologia e agraria»  Pergola, Avellino 1894-1899;

Scuola di viticoltura ed enologia di Conegliano, «La rivista – periodico di viticoltura, enologia, agraria» Cagnani, Conegliano 1896-97-98-99 Annate complete della Rivista promossa dalla Scuola di Conegliano (prima del 1895 si chiamavano appunto Annali della Scuola di Viticoltura ed Enologia). Solo nell’ultima annata vengono indicati come direttori Giunti e Sannino. In precedenza veniva indicato un Comitato di Redazione composto da insegnanti della Scuola. Di enorme interesse per la storia dell’enologia italiana ed in particolare di Conegliano: articoli sui progressi tecnici nella coltivazione delle viti e nella fabbricazione dei vini, situazione del mercato e prezzi dei diversi vini; 

G. Celoria, V. Monti , L. Amaduzzi , G. Giorgi , B. Dessau, G. Baroni, G. Bruni, A. Serpieri, U. Ug, «Annuario scientifico ed industriale anno primo», Fratelli Treves Editori  Milano 1888 L’opera usciva annualmente, qui si fa riferimento all’edizione del 1905: veniva scritta da diversi scienziati e riportava le innovazioni e scoperte nel campo dell’industria e della scienza avvenute in quell’anno. All’interno sono presenti 56 incisioni ed una carta litografica dei terremoti in Italia;

 Scuola di viticoltura ed enologia di Conegliano, «Nuova rassegna di viticoltura ed enologia della R. Scuola di Conegliano. Diretta dai dottori Giacomo Grazzi Soncini, Enrico Comboni, Antonio Carpenè…» Tipo-Litografua F. Cagnani, Conegliano 1890

Ampelografia pratica; Cantina sperimentale d’Imola; Vini spumanti; L’Enologia nel Bordolese; Sul profumo dei vini e delle acquaviti….;

«Giornale vinicolo italiano commerciale industriale scientifico». Diretto da Edoardo Ottavi, Redattore capo, Arturo Marescalchi, Tipografia Carlo Cassone, Casale Monferrato1892

Tra l’altro: numerose cantine sociali, Cooperazione, Esposizioni ital. e straniere, fillossera, peronospora. Uve. Vini. Strumentazione ecc;  

Circolo Enofilo Italiano, Annuario generale per la viticoltura e la enologia. Anno I, Tipografia nazionale G. Bertero, Roma 1892. Distanze chilometriche fra i capoluoghi di Provincia della Penisola + 4 tavole a colori fuori testo con: insetti nocivi alla vite e figure di foglie malate + numerose figure in bianco e nero nel testo di macchine ed attrezzi enologici, per la concentrazione dei mosti e per la distillazione. In fine elenco dei produttori, commercianti di vini, commissionari, fabbricanti e commercianti di macchine enologiche;  

Icilio Guareschi, «Supplemento annuale alla enciclopedia di chimica scientifica e industriale anno 1895-1896. colle applicazioni all’agricoltura ed industrie agronomiche, alla metallurgia, alla merceologia, alla tintoria, alla galvanoplastica e alla fotografia, alla farmacia, alla medicina e a tutte le industrie chimiche e manifatturiere», Unione Tipografico Editrice, Torino 1896;

G. Longhi, «Il cantiniere misuratore Italia agricola – Giornale di agricoltura», 1896 Milano, Piacenza, Bologna 1896 Ossia norme per la misurazione dei vasi vinari.  Coll’aggiunta di una tavola di ragguaglio delle antiche misure per il vino in ogni provincia d’Italia. Dall’indice: Segni abbreviati per la indicazione dei pesi e delle misure del sistema metrico decimale – Modo di misurare i vasi vinari: tini, mastelli, botti, misurazione delle botti chiuse, misurazione della capacità dei fusti con metodi approssimativi, misurazione dei vasi scemi – Antiche misure di capacità per il vino 16mo pp. 54 ril in mezza pergamena;

«Listini relativi ad apparecchi e strumentazione enologica della ditta Vandone», Rusconi, Milano1897/98 Quindici listini anni 1897/98in 8 gr. di pag.4/6/10/12/16 con in prima pagina le condizioni di vendita e l’argomento trattato: Conservazione e trattamento dei vini. Filtri. Affinamento dei vini. Alambicchi-distillatrici comboni. Viticoltura. Vinificazione ecc.. All’interno interessanti e chiari disegni relativi alle apparecchiature offerte;

AA.VV., Agenzia enologica italiana istrumenti macchine e apparecchi riguardanti la viticoltura l’enotecnica e la distillazione, Pirola, Milano 1898 Catalogo con centinaia di illustrazioni e descrizioni di strumenti per il trattamento del vino e delle viti;

Angelo Candeo, Nuovo innesto per cambiar le vigne senza perdere il prodotto, Tipografia seminario, Padova 1899 4 tavole litografiche f.t. raffiguranti innesti e attrezzi per innesti, pp. 16 Bollettino 1899 rappresentanza Candeo con illustrazioni di attrezzature per la viticoltura e l’enologia.

Teodoro Ferraris, Carlo Casali, Il mal della California in provincia di Avellino (con due tavole). Estratto dal giornale di viticoltura e di enologia, anno VIII, Edoardo Pergola, Avellino 1900 Con 2 tavv. in lit. a colori f.t. raff. la foglia di vite colpita dal Mal della California e cellule del palizzata. Saggio relativo alla diffusione della patologia vegetale detta ‘Mal della California’ ad Avellino;

«Norme e consigli sulle viti resistenti alla fillossera e sull’innesto, per cura della redazione del ‘Giornale vinicolo italiano’»,  Cassone, Casale Monferrato 1900;

P. Palmieri, E. Casoria, Vini adulterati. Estratto dall’annuario della r. Scuola superiore d’agricoltura, Portici (fine ‘800);

Gaston Provost Dumarchais, «Il viticoltore dinnanzi al suo podere distrutto dalla fillossera. Giornale di agricoltura pratica», Asti 1901;

Ditta  Giacomo Maschio, «Brevi istruzioni per combattere la cochylis o tignuola dell’uva. (Uniti due pieghevoli del ministero con le ‘istruzioni per combattere le tignuole della vite’ e, simile, contro ‘le cocciniglie degli agrumi’)», Padova 1902;

G. Lunardoni, «La lotta contro la fillossera e le critiche del prof. Giov. Battista Grassi. Dall’’Italia moderna – II fascicolo di febbraio», Coop. Poligrafica Editrice, Roma 1904;

AA. VV , «L’amico del contadino. Almanacco del giornale il coltivatore per l’anno 1904.» Tipografia Carlo Cassone, Casale Monferrato 1904 Utile e pratico manuale per l’’agricoltura formato dai seguenti articoli: Come si paga il latte ai soci portatori nelle latterie sociali, le colture orticole destinate all’esportazione, gli imballaggi per la frutta e le ortaglie, concimi e concimazioni, l’avvenire della viticoltura alta, i pannelli oleosi nell’alimentazione del bestiame, latrine rurali e utilizzazione agricola della torba, formulario per la lotta contro i diversi nemici delle piante, metodo semplice di contabilità per le aziende agrarie ed infine il calendario per l’anno in corso. Al termine le tavole delle spese e profitti;

Nereo Maggioni, Ernesto Forte, «Calendario perpetuo del viticultore moderno vol. II»,  Lugaro, Palermo 1904;  

«L’Agricoltura Sabina. Periodico mensile organo della cattedra ambulante d’agricoltura per la sabina, della cattedra sperimentale di granicoltura di Rieti, del comizio agrario circondariale di Rieti, del consorzio …» Rara raccolta completa dell’anno 1906 di questa rivista di agricoltura sabina. La raccolta comprende i numeri della rivista da Gennaio a Dicembre. Numerosi gli argomenti trattati all’interno: premi della zona, coltivazione dell’olivo, assemblee locali, prezzi degli strumenti del consorzio agrario sabino, zootecnia, consigli per i contadini, viticoltura, vendemmia e consigli per il vino, produzione dell’olio sabino, mortalità del bestiame in Sabina; statistica generale del bestiame nei comuni della sabina, malaria. All’interno qualche figura di strumenti nel testo;

«Almanacco agrario» S.A. Trento 1907 Si segnalano studi di bachicoltura, enologia, viticoltura e frutticoltura ed il lungo lavoro monografico di G. Sommadossi sulla Pollicoltura corredato di belle incisioni;

An, «Agenda Caffaro 1922. Prontuario pel viticultore e frutticultore.» Varese. Grafiche Varesine, Varese 1921 4 tavole in cromolitografia f.t. raffiguranti verme del melo, grappoli d’uva e foglie colpiti da peronospora , tignole dell’uva … bella brossura ill. col. con uva e frutta;

Plinio Codognato, Vini di lusso società italiana vini superiori. Casale Monferrato, Istituto D’Arti Grafiche, Bergamo1922 Manifesto a colori con piccolo calendarietto dell’anno 1922 mensile applicato, su cartone di Pubblicizzata l’azienda vinicola di Casale Monferrato ancora oggi produttrice di vino. Il volto di un diavolo rosso che apre la bocca per afferrare un grappolo d’uva;

«Giornale vinicolo italiano. Anno 49», nn. 1-52, Unione Tipografica Popolare già Cassone, Casale Monferrato 1923 I fascicoli presentano una piegatura longitudinale; segni d’umido limitati ai fogli di guardia. La rivista, settimanale, si occupava dei vari aspetti del mondo vitivinicolo nazionale, da quelli connessi alla coltivazione della vite, a quelli più strettamente legati alla quotazione e alla commercializzazione e del vino, delle uve, delle vinacce, degli aceti ecc., prestando attenzione alle frodi e alle adulterazioni enologiche. Al termine di ciascun fascicolo, molte le inserzioni pubblicitarie di ditte del settore;

E. Malenotti, Cose viticole: la malattia della mosca,  A. Debatte, Livorno 1924

Estratto da «Pagine agricole» n. 9 e 10, settembre-ottobre 1924;

Ditta G. Bellavita, Macchinario, attrezzi e prodotti per: produttori e negozianti vini, fabbriche liquori, sciroppi, aceti, gazzose, birra ed acque minerali per bottiglierie e bars. «Catalogo semestrale n. 2. Gennaio 1925», Milano 1925; Apparecchiature, pompe, spazzole, turatrici, filtri, saturatori, gasificatori, alambicchi, accessori, colonne per banchi, aeratori, rubinetti, tiraggi per seltz, lavabottiglie, gasometri…). Analisi, vinificazione, conservazione, refrigeranti, estratti, essenze, coloranti. Istruzioni pratiche, preparazioni, prodotti chimici ecc. Attestati di molte aziende;


[1]     Mario Infelise, Libri per tutti, in Ludovica Braida e Mario Infelise (a cura di), Libri per tutti. Generi editoriali di larga circolazione tra antico regime ed età contemporanea, Utet, Torino 2010, pag. 3

[2]     Cfr. Paolo Mantegazza in http://www.paolomantegazza.it/

[3]    Cfr. Piero Meldini, La ‘cucina del nonno’, ovvero: Artusi inventore della tradizione, in Atti del convegno scientifico con spettacolo e uso di cucina Pellegrino Artusi e la società del suo tempo, Festa Artusiana, cultura, gastronomia, mostre mercato, spettacolo, Sabato 28 Giugno 1997,presso la Sala del Consiglio Comunale di Forlimpopoli, Comune di Forlimpopoli con la collaborazione ed il contributo della Provincia di Forlì–Cesena e della Regione Emilia Romagna, Prima edizione, in http://www.pellegrinoartusi.it/convegni_artusiani.htm

[4]     Federica Cianfriglia, Paolo Mantegazza “poligamo di molte scienze” (1831-1910):  animazione e organizzazione culturale, divulgazione scientifica  e attività politico-istituzionale nell’Italia postunitaria, Tesi di dottorato in http://dspace-roma3.caspur.it/bitstream/2307/159/1/tesi%20dottorato.pdf

Bere e ubriacarsi nell’antica Grecia: il simposio.

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simposio paestum

Scena di Simposio: musica e conversazione. Dalla Tomba del tuffatore. Museo Archeologico Nazionale di Paestum da Wikipedia

Il simposio è una “bevuta insieme” in un contesto fortemente ritualizzato: la miscelazione del vino con parti di acqua in un cratere[1] secondo proporzioni stabilite e in base agli effetti desiderati sui convitati, la dimensione delle coppe che corrispondono al desiderio di ebbrezza da raggiungere sono alcuni degli elementi del bere comunitario[2]. La miscelazione avviene dapprima versando l’acqua e solo successivamente il vino nelle proporzioni debite. Il simposiarca stabilisce le regole: quale debba essere la miscela da bere, la grandezza delle coppe, ecc. Bere vino puro è ritenuta usanza barbara, un bere da Sciti, quei barbari che, secondo fonti tramandate dalla storiografia greca (Erodoto in particolare), debbono bere il sangue del primo nemico ucciso come pratica iniziatica. A seconda del tipo di vino o dei personali desideri, l’acqua viene riscaldata o raffreddata. Spesso il simposiarca costringe a bere grandi quantità di vino: è bere pros bìan, a comando, al contrario del bere pros edonèn, per piacere.

Il vino è la bevanda principale della Grecia antica ed esso si distingue in zone di produzione con caratteristiche ben delineate, per ricordarci che alcune invenzioni della modernità (i cru ad esempio) hanno origini molto antiche: «(…) il vino dei corposi cru rossi della Tracia, di Taso e di Chio, o il bianco leggero di Mende, solo per fare qualche esempio. Non sempre è facile tradurre correttamente i termini. I Greci stimano l’aspetto esteriore: il vino rosso/nero (mèlas) è paragonato alla porpora o al sangue; poi c’è il vino bianco (leukòs), di colore giallo. I vini si dividono anche in aspri (austeròi), secchi (xeròi), amabili (malakòi), dolci (glykèis), quelli che hanno un bouquet (òzontes), quelli leggeri (leptòi) e quelli corposi (pachèis). Il vino è detto caldo (thermòs) o senza vigore (asthenèsteros). Il più apprezzato è quello nero, forte, odoroso, invecchiato. Molti studiosi ritengono che i vini rossi greci siano molto alcolici – F. Salviat propone 18 gradi per il vino di Taso, P. Villard non più di 16. Sono vini liquorosi a lenta fermentazione e lunga maturazione. La qualità delle anfore, provviste di ottimi tappi di chiusura, come  abbiamo visto di restina (resina) garantisce un eccellente invecchiamento[3]

Ma quanto si poteva bere? Lo racconta uno dei più importanti rappresentanti della commedia attica di mezzo, Eubulo (IV secolo a. C.), figlio di Eufranore, che così fa parlare Dioniso stesso:

“Tre soli crateri infatti mescolo

per coloro che son saggi:

uno di salute, che bevono per primo;

il secondo di eros e di piacere:

il terzo di sonno.

Bevuto questo,

i convitati saggi se ne vanno a casa.

Il quarto invece non è più nostro, ma della violenza;

e il quinto dello strepito;

il sesto delle danze sfrenate per strada;

il settimo degli occhi pesti;

l’ottavo di chi ti fa causa;

il nono è della bile;

il decimo è della pazzia che ti fa fare a botte.

Tanto vino versato in un recipiente piccolo

è facile che tagli le gambe ai bevitori.”


[1] Gli strumenti del simposio

Il cratere (nome greco che deriva dal verbo kerànnymi, “mescolare”), il dìnos o lo stàmnos sono i vasi di grandi dimensioni che servono per mescere il vino annacquato.

[2]     Cfr. Maria Luisa Catoni, Bere vino puro. Immagini del simposio, Feltrinelli Editore, Milano 2010

[3]     Marie-Claire Amouretti, Città e campagne in Grecia, in  a cura di di Jean-Louis Flandrin e Massimo Montanari, Storia dell’alimentazione, Ed. Laterza, Bari Roma 2007, pag. 103

Cesare Pavese, la vigna. In Feria d’agosto.

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“Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo.
Tutto ciò è familiare e remoto, infantile a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.
La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro.
Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non può accadere mai più.
Se non forse sia stata proprio questa immobilità a incantare la vigna. Un sentiero l’attraversa all’insù, dimezzando i filari e tagliando una porta sul cielo vicino. Il ragazzo saliva per questi sentieri, vi saliva e non pensava a ricordare; non sapeva che l’attimo sarebbe durato come un germe e che un’ansia di afferrarlo e conoscerlo a fondo l’avrebbe in avvenire dilatato oltre il tempo. Forse quest’attimo era fatto di nulla, ma stava proprio in questo il suo avvenire. Un semplice e profondo nulla, non ricordato perché non ne valeva la pena, disteso nei giorni e poi perduto, riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e poi si scopre infantile, di là dalle cose e dal tempo, com’era allora che il tempo per il ragazzo non esisteva. E allora qualcosa è davvero accaduto. E’ accaduto un istante fa, è l’istante stesso: l’uomo e il ragazzo s’incontrano e sanno e si dicono che il tempo è sfumato.
L’uomo sa queste cose contemplando la vigna. E tutto l’accumulo, la lenta ricchezza di ricordi d’ogni sorta, non è nulla di fronte alla certezza di quest’estasi immemoriale. Ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi. La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e speranza. Insoliti eventi vi possono accadere che la sola fantasia suscita, ma non l’evento che soggiace a tutti quanti e che tutti quanti abolisce: la scomparsa del tempo. Questo non accade, è: anzi è la vigna stessa.
E non accade nulla, perché nulla può accadere che sia più vasto di questa presenza. Non occorre nemmeno fermarsi davanti alla vigna e riconoscerne i tratti familiari e inauditi. Basta l’attimo dell’incontro.”

Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 1946

Rudy Kurniawan… Il vino e il suo prezzo.

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Le_avventure_di_Pinocchio-pag046Illustrazione di Carlo Chiostri (1901)

Rudy Kurniawan si è beccato 10 anni.

Alcune domande rimangono inalterate. Poi, il silenzio (complice) intorno: case produttrici, case d’asta, esperti rinomati…

Il giorno 22 ottobre 2013, di martedì, tutti i giornali italiani hanno pubblicato la notizia del falso Romanèe Conti. Base e contraffazione in Italia, distribuzione, a carissimo prezzo, in tutto il mondo: operazione delle Fiamme Gialle di Milano in collaborazione con la Gendarmerie di Digione. Due arresti nel Novarese, perquisizioni in mezza Italia, in Lombardia a Magenta, Varese, Saronno.

Due anni addietro, la rivista settimanale “Internazionale” riprende un articolo di Benjamin Wallace pubblicato su il New York Magazine in cui si racconta che un signore, un tale Rudy Kurniawan, comparso dal nulla in California nel 2003, si accredita come uno dei maggiori esperti dei vini di Borgogna negli States. Ma non finisce qui: il signor Rudy Kurniawan recupera, per le più importanti aste del mondo, vecchie e introvabili annate che gli rendono un bel po’ di soldi: « Per capire le dimensioni del fenomeno basta dire che nel 2002 una bottiglia di Romanée-Conti del 1945 costava $ 2.600 mentre nel 2011 è stata battuta a un’asta una bottiglia del 1945 per ben $ 124.000.[1]» Nessun Domaine si oppone Kurniawan, ad eccezione di Laurent Ponsot. L’epilogo della storia è, appunto, nel 2012, quando l’FBI scopre nella villa del falsario centinaia di tappi vecchi e nuovi, capsule di piombo, sigilli di cera e tutto quello che serviva per produrre vini di vecchie annate.

Sempre il 22 di ottobre il quotidiano italico “Il Giorno” scrive: «Peccato che fosse falso, dicono fosse anche buono, certo però non come il Romanèe Conti originale[2]

Qualche secolo fa, Agostino (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430), nei Soliloquia, distingue tra “falsum[3]” (falso): «quod aut se fingit esse quod non est, aut omnino tendit et non est» («ciò che o si crede di essere quello che non è, oppure cerca di essere assolutamente ciò che non è»); “fallax” (ingannevole): «quod habet quemdam fallendi appetitum; qui sine anima intelligi non potest» («ciò che ha una ben determinata intenzione di ingannare e senza la disposizione d’animo non può essere compreso»); e, infine, “mendax” (menzognero ma, soprattutto, più modernamente, finto): «a mentientibus fit. Qui hoc differunt a fallacibus, quod omnis fallax appetit fallere; non autem omnis vult fallere qui mentitur» («Il finto è un prodotto di coloro che mentono. I quali differiscono dagli ingannatori, per il fatto che ogni ingannatore vuole ingannare; mentre invece non tutti quelli che mentono vogliono ingannare»). La finzione è di colui che dice cose non vere ma non intenzionalmente false solo perché ingannevoli. L’inganno sta nell’impossibilità di ricreare la realtà, compito che spetta soltanto alla divinità: in questo caso si può parlare di verosimiglianza.

Neuro economia. Il team di Antonio Rangel, ricercatore di Caltech (California Institute of Technology) ed esperto di neuro economia, ha messo in relazione il costo del vino con la percezione del gusto: «Attraverso l’uso della risonanza magnetica Rangel si è accorto che, facendo assaggiare due volte lo stesso vino, ma dichiarando ai tester un diverso prezzo, al momento dell’assaggio del vino con prezzo dichiarato più alto nel cervello degli assaggiatori le aree associate con il senso del piacere sono risultate più attive[4]

Domande (anche senza risposta): quando inizia un processo di falsificazione? Quale è la sua riconoscibilità/plausibilità mercantile? Come cambiano i fattori (percezioni gustative…) alla variazione del prezzo?…


[1] L’articolo completo sull’accadimento è di Stefano Bonilli, Il falsario di Petrus e Romanée-Conti, in http://blog.paperogiallo.net/2012/07/il_falsario_di_petrus_e_romanee-conti.html, 30 luglio 2012; un altro articolo, precedente al primo, è di Giovanni Corazzol, Frodi vinicole | Come falsificare un grande vino in pochi semplici passi, su Intravino del 13 marzo 2012;  http://www.intravino.com/primo-piano/come-spacciare-per-grandi/

[3] Soliloquia 2,9,16 in Augustinus, Soliloquia, in Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum LXXXIX, Soliloquia, De inmortalitate animae, De quantitate animae – ed. W. Hörmann 1986; Opere di Sant’Agostino, III, Dialoghi, traduzione di D. Gentili, Città Nuova, Roma 1970

[4] Cresce il prezzo cresce il gusto, in http://www.uiv.it/corriere/cresce-il-prezzo-cresce-il-gusto, FEB del 4 luglio 2012

Bacco in Toscana

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redi

Francesco Redi compone il famoso ditirambo[1] ‘Bacco in Toscana’, concependolo come un’azione scenica e facendolo somigliare, da questo punto di vista, al Trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo de’ Medici. Dopo alcuni versi introduttivi parla Bacco che, rivolgendosi ad Arianna, tesse alla presenza di Satiri e Baccanti un lungo e tripudiante elogio del vino. L’opera, pur sotto la trama giocosa, è ricchissima di erudizione. Una grande libertà metrica favorisce procedimenti ritmici che sono molto simili a quelli della tecnica musicale. Il testo concepito nel 1666, ed elaborato nel 1673[2] ( si stima che avesse circa 400 versi), viene dato alle stampe soltanto nel 1685 dopo una stesura definitiva di 980 versi[3]: « Bacco passa in rassegna i vini della Toscana, in particolare del contado fiorentino, insieme ad alcuni non toscani, che egli conosceva per esperienza personale o semplicemente letteraria, in tutto 57, eleggendo infine il migliore di tutti i vini, il Montepulciano, e facendo l’elogio di alcuni degli uomini migliori dell’epoca, con in testa il Mecenate Granduca Cosimo III. Proprio sul vino di Montepulciano, elogiandone le grandiose qualità, scrisse un’ode (la 8) al Conte Federico Veterani in quegli anni, per ringraziarlo di alcuni assaggi di vino che gli aveva mandato [4] :

In quel vetro, che chiamasi il tonfano

scherzan le Grazie, e vi trionfano;

ognun colmilo, ognun votilo,

ma di che si colmerà?

Bella Arianna con bianca mano

versa la manna di Montepulciano;

colmane il tonfano, e porgilo a me.

Questo liquore, che sdrucciola al core

o come l’ugola e baciami, e mordemi!

O come in lacrime gli occhi disciogliemi!

Me ne strasecolo, me ne strabilio,

e fatto estatico vo in visibilio.

Onde ognun, che di Lieo

riverente il nome adora,

ascolti questo altissimo decreto,

che Bassareo pronunzia, e gli dia fe,

Montepulciano d’ogni vino è il re.

A così  lieti accenti

d’edere e di corimbi il crine adorne

alternavano i canti,

le festose Baccanti;

ma i Satiri, che avean bevuto a isonne,

si sdraiaron sull’erbetta

tutti cotti come monne[5]

Nei versetti 1 – 94 il vino viene definito come sangue amabile che rinnova le arterie, che viene creato dai raggi del sole che tutto vivifica. Bacco loda i buoni vini, a cominciare da quelli di Avignone e di Artimino e, passando per i vini da scartare come quelli di Lecore, finisce col Moscadelletto di Montalcino, degno di essere custodito dalle Vestali; dal 95 al 139 alcuni vini non buoni, come il Pisciarello per la mancanza di forza, e l’Asprino perché troppo forte e acre; tirata contro coloro che, come Ciccio d’Andrea e Fasano, superbi, credono di intendersi di vino come Bacco, brandendogli contro il tirso, ma farebbero meglio a bere il Greco di Posillipo e di Ischia; dal 140 al 203 elogio di ottimi vini, come il Trebbiano, il Buriano e il Colombano, insieme alla Barbarossa, al Corso e all’Ispano, che affinano il cervello, come al buon Rucellai che può in questo modo sviluppare i suoi studi scientifici; come contrapposizione abbiamo la condanna di bevande barbare come il cioccolato, il the e il caffè; dal 204 al 290 elogio dei buoni vini del contado fiorentino (Malvagia, Sansavino, Vaiano o Albano) e l’ottimo Topazio di Lamporecchio con disprezzo per i bevitori di birra sul territorio europeo; dal 291 al 357 dà consigli sul modo migliore di bere il vino, cioè freddo e sui contenitori adatto a mantenerlo fresco come le cantinette, le cantimplore o bombolette; si torna a raccontare dei vini dai vv. 445-530 quando trova dei vini eccezionale che beve centellinando goccia a goccia come quelli di Fiesole, di Val di Marina, di val di Botte e la Vernaccia, allontanando tutti coloro che bevono il debole vino delle Cinque Terre; dopo aver attaccato le nuove mode dei profumi d’ambra e di muschio o di quelli fatti giungere dal Perù e da Tolù, stende l’elogio del vero profumo del vino e finisce con l’elogio del Canaiuolo, dell’Ambra e del cavalier dell’Ambra vv. 531 – 585; se nei vv. 586 – 645 presenta i benefici effetti del vino, nei successivi 646 – 731 il vino e l’amore iniziano a produrre i loro effetti e si prosegue sia con l’elogio dei vini come il Falerno, Tolfa, verdea, Lacrima di Vesuvio, sia con i tipi di fabbricazione del vino (mezzograppolo, alla franzese, granella, ecc.) e finisce con l’elogio del Chianti e del Carmignano e intanto avanza l’ebbrezza; seguono poi versetti d’internezzo (732 – 806) contro tutte le bevande che non siano vino e che vengono proposte da alcuni mediconzoli, come la cedrata, il limoncello o l’aloscia; i vv. 807 – 880 forse tra i più famosi, dove Bacco, già ebbro naviga verso Brindisi in un comico alternarsi tra la città ed il brindisi vinoso; gli ultimi versetti 881 – 960 rappresentano la scena finale in cui la tempesta marina segue la tempesta nel corpo di Bacco, entrambi costretti ad espellere per potersi così alleggerire: per la nave i barili di vino e per il corpo il liquido assunto. Passata la tempeta ed il pericolo bisogna festeggiare con una nuova bevuta, per la quale si invitano i Satiri a versare il vino in enormi calici grandi come un tofano[6].


[1]     Il ditirambo (in greco διθύραμβος) era, nell’antica Grecia, un inno cantato e danzato in onore del dio Dioniso (presso i romani Bacco).

[2]       Cfr. Gabriele Bucchi, Per un’edizione critica del ‘Bacco in Toscana’ di Francesco Redi, in    Accademia della Crusca, Centro di Studi di Filologia Italiana, «Studi di Filologia Italiana», Volume LXI, Le Lettere, Firenze 2004

[3]       Cfr. Francesco Redi, Bacco in Toscana con una scelta delle annotazioni, a cura di Gabriele Bucchi, Editrice Anteriore, Roma- Padova MMV, 2005

[4]     Giuseppe Bonghi, Introduzione al Bacco in Toscana di Francesco Redi, in http://www.classiciitaliani.it

[5]     Bacco in Toscana , Ditirambo di  Francesco Redi Academico della Crusca in http://www.classicitaliani.it/seicento/Redi_Bacco_in_Toscana.htm

[6]       Cfr.Giuseppe Bonghi, Introduzione al Bacco in Toscana di Francesco Redi, cit.

Calle Feduchy 19. Di Emanuele Giannone

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Chissà perché, ti chiedi in silenzio, la scelta originaria di aprire la taberna in una strada così discosta, avulsa dal flujo peatonal che la lambisce svoltando all’angolo magico della cerveceria y taperia gaditana[1] preferita, e si dirige verso la Cattedrale. Chissà perché, ti chiedi romanticamente, non nel Barrio Populo, il tuo quartiere preferito. Più tardi, Pepe spiegherà tutto. Cominciando dall’anno della scelta: il 1932. Calle Feduchy 19 a Cadice. Botti testa di moro, uno scuro vecchio e spesso, pachidermico. Impilate, tre due una dal basso verso l’alto, con una settima a far da spallina sinistra, quasi a riprodurre in minima scala le cataste di criaderas e soleras delle cantine di Jerez e Sanlùcar. «Quelle però – dice Pepe, e sorride – sono le cattedrali, questa è una capelita!». Pepe è un fluire di parole senza pause e con molte crasi ed elisioni, un corso accelerato di velocità in puro stile andaluso. Per comprenderlo appieno è d’aiuto fissare il suo volto serio e pulito, proprio da buon Pepe-papà di Pepito, che è bimbo da tempi di miracolo economico nella sua foggia di pantaloncini ascellari, bretelle, camicina inamidata. Tararsi sul decennio che per noi fu delle prime Seicento a rate non è difficile, né stucchevole: qui non vi è arredamento, vi è piuttosto l’involontaria e quotidiana stratificazione di oggetti di lavoro, ricordi, ninnoli vari, bottiglie impolverate, legni di botte e legni di tavoli e legni di panche, vecchie piastrelle e carte da parati, fotografie e manifesti di plazas de toros; e tutto questo non ammicca ai Cinquanta, li porta in sé. Dei decenni passati vi sono, soprattutto, l’odore e i volti. Buono il primo, anzi: suave. Ed è un prodigio se pensi che riunisce legno vecchio e muffe, vecchi saponi e impiantiti lavati, un sublimato di buona creanza e di buone crianzas biologicas, presenza sottile, salina e puntuta. E in più la fata morgana dei vini ossidati. E decenni e decenni d’olive ripiene d’acciuga, due a testa per ogni copita ordinata, servite in piattino bianco d’ordinanza. Buoni anche i secondi, persino quelli dei forestieri, che finalmente sembrano visitatori e non turisti. C’è un orologio grande, da stazione ferroviaria, ma è fermo e va bene così. Calle Feduchy 19 a Cadice. Taberna la Manzanilla. Al primo momento di tranquillità, Pepe srotola cartine e prospetti, stacca persino un quadro dal muro, concede a Pepito un rotolo ancora inutilizzato – diciamo, modernamente, una slide successiva – e racconta della flor e di tutto il resto. Racconta tutto, ma proprio tutto. E soprattutto racconta delle grandi bodegas rilevate da multinazionali del lusso, o dalle imprese dell’industria alimentare che guardano allo stomaco come a un mercato. Parla di fasti e decadenze delle famiglie un tempo insigni e oramai, per colpa dei nipoti, estromesse e ridotte ad omonimi d’un marchio affermato. E recita l’adagio: «Abuelo tonelero, padre ingeniero, hijo pordiosero[2]». Racconta della bodega che gli propongo quale esempio virtuoso, rimasta in effetti empresa familial a dispetto della fama[3] raggiunta. Racconta della duplice fortuna di un’altra: Valdespino e, in prima istanza, la sorte fausta e rocambolesca dietro al suo passato recente; in seconda la prosecuzione del lavoro in linea ereditaria. Racconta, Pepe, che le bodegas sono in città e lungo il fiume e non per caso, bensì per posizione e orientamento tali da fare il vino buono; racconta che servono botti a migliaia e soffitti alti come quelli delle cattedrali. Racconta, in breve, che si tratta di fortune la cui formazione ha richiesto secoli, quindi ardue da costruire e ancor più da perdere, a meno che ai nonni bottai succedano figli ingegneri, o inurbati, o festaioli: nel qual caso si trasformano presto in gorghi di costi fissi nei quali si annega, salvati a volte da un fondo d’investimento a caccia di saldi. Racconta, Pepe, di un vino che è un sorso di libertà dalle nostre ossessioni per le annate, le denominazioni, le riserve. Lui, innanzitutto, stando ai nostri canoni vende sfuso.

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Compra la manzanilla fina sacada a tre anni, quella olorosa a sei, quella madura a nove; compra l’oloroso, che è il primo giro in mongolfiera con l’ossidazione, e anche l’amontillado fino, che è il secondo ed esce da quattordici anni di elaborazione. Il terzo giro è l’amontillado viejo, che di anni in legno ne fa ventisei, e il quarto è il Pedro Ximenes, che è totale soddisfazione della mia enofilia allo status infans. Si procura anche l’amanzanillado, l’aceto di Jerez. Compra tutto da una bodega di sua fiducia. Quindi rivende un prodotto non suo. Tutto qui? In effetti sì, è tutto, ma proprio tutto qui, a Calle Feduchy 19: perché alla miglior evoluzione del vino serve per buona regola un luogo non esposto al sole, e questa calle è in ombra.E poi deve esser ventilato, e Pepe apre la porta d’un retrobottega e attiva così un inopinato ventilatore naturale: una finestra aperta. Non deve soffrire vibrazioni e fumi del traffico, e qui le auto non transitano.Non deve evolvere in presenza d’altri odori, quindi non può essere stalla, rimessa o dispensa. E deve essere umido: qui sotto Calle Feduchy – dice Pepe mostrando una parete arabescata di muffe – c’è una falda che arriva in superficie. A Cadice è una fortuna, tant’è che lui tiene proprio qui anche il suo tonel, che ha duecento anni e serba 526 litri. Non spiega quanti siano gli anni di servizio tra estrazioni e rabbocchi, ma è il contenitore che vanta la posizione più felice, nel punto più umido e ventilato. Pepe custodisce qui il vino familial, quello delle celebrazioni. «E tutto questo – riprende Pepe – è così dal 1932. Le botti sono le stesse, da allora le si colma e ricolma alla stessa maniera». Calle Feduchy 19 è una capelita, non una catedral. Il vino vi arriva dalla bodega di fiducia ed entra nelle botti, ma quando viene spillato è già un altro. Merito di Pepe, Pepito, crianza fisico-quimica, crianza biologica e flor.

La función de una flor es florecer.

Il Diccionario Magico de las Palabras[4], al lemma Florecer, spiega così:

 

Prosperar, adelantar, desarrollarse.

 

E aggiunge, tra i refraneros[5]:

 

Flor sin olor no es completa flor.

 

E ancora:

 

Las flores realizamos en la vida sañuda              

un intento divino, por misterioso modo:             

no anhelar nunca nada, mas soportar lo todo;

absorberse en sì mismo con volontaria muda

inconstancia… éste es el sueño de Buda[6] 

Qualora non vi bastasse e foste interessati a prolassi, prolessi e analessi dell’organolessi, spero che possiate accontentarvi di questo: a tre anni è voce bianca, ma acuta da mandare i vetri in frantumi, e pochi o nulli i cromatismi. A sei non conosce timbro, parla e canta poco per non esporsi a giudizi e ludibri. A nove è un tenorino giovane, di grazia. L’oloroso parte da mezzosoprano delle canzoni del gaditano Manuel De Falla (El Amor Brujo), arriva da soprano della Lakmé (Delibes, Anna Netrebko ed Elina Garanča). L’amontillado è decisamente Dietrich Fischer-Dieskau (quello della Winterreise di Schubert).

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Taberna La Manzanilla.

Calle Feduchy, n° 19 – Cadiz, España.

  1. lamanzanilladecadiz.com

info@lamanzanilladecadiz.com

 

El Cañon – Bar Ultramarinos

Calle Rosario, n° 49 – Cadiz, España.

  1. elcañon.es

info@elcañon.es

 

[1] El Cañon, vd. riferimenti alla fine dell’articolo

[2] Proverbio spagnolo, lett.: “Nonno bottaio, padre ingegnere, figlio mendicante”.

[3] El Maestro Sierra

[4] Diccionario Magico de las Palabras, a cura i C. A. Giménez. Editorial Marin Argentina, anno n.d.

[5] Proverbi.

[6] Citazione da Amado Nervo, poeta e diplomatico messicano.

 

Sulle guide dei vini. Prima che chiudano (in redazione).

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carta

Riproposta.

Ne approfitto qui per scrivere sopra le guide dei vini: sulla loro capacità o incapacità di esprimere dei giudizi ampiamente condivisi, sui metodi e sui criteri di scelta delle fonti e dei metodi, e, per finire, sull’annoso problema legato all’oggettività di una valutazione. Le prime guide a noi giunte oramai quasi due secoli fa sono quelle legate al turismo: dopo i primi fasti del Grand Tour seicentesco, che vedeva rampolli di famiglie borghesi ed aristocratiche aggirarsi per mezza Europa coadiuvati da accompagnatori e ciceroni locali, si fa spazio, agli inizi dell’Ottocento, a seguito dei processi di razionalizzazione produttiva, uno strumento che, forse al pari dell’attuale rivoluzione informatica, costruisce uno dei primi strumenti democratici di accesso alle risorse conoscitive: la guida turistica. La prima guida, Handbook for Travellers on the Continent, viene pubblicata da Murray (Murray’s Red Guides) nel 1836, seguita tre anni più tardi dalla Baedeker. Le guide forniscono non solo indicazioni culturali, paesaggistiche, enogastronomiche, ma anche indicazioni pratiche sui prezzi, sul cambio della moneta, sugli orari di apertura degli sportelli (postali…) e via dicendo. Cercano insomma di dare al viaggiatore inesperto quella qualità e qualità di dati in modo tale da consentirgli di destreggiarsi in maniera autonoma. Naturalmente, ed è bene sottolinearlo, c’è un punto di vista, quello dell’autore della guida, che risponde a canoni sociali, culturali, estetici (anche pregiudiziali) dell’epoca, in riferimento ad una classe, quella dei viaggiatori, composta da persone di alto ceto e molto danarose. Non diversamente dalle altre guide anche quelle sui vini conducono l’inesperto consumatore nel vortice di innumerevoli territori e di diversissime produzioni.  Fanno da apripista, agli inizi dello scorso secolo, alcune guide innovative come la “Guida storica del Chianti e vademecum utile per tutti, specialmente per gl’industriali e consumatori di vino, con illustrazioni e carta geografica” di Antonio Casabianca, pubblicata nel 1908 da Lastrucci a Firenze, oppure quella del “Vino all’ombra : guida sentimentale delle osterie del Friuli, di Trieste e dell’Istria : con un panorama dei vini italiani ad uso del bevitore intelligente”, scritta da Chino Ermacora  nel 1935 per le edizioni de La Panarie di Udine. Ma è soltanto con il secondo dopoguerra che le guide del vino s’impongono all’attenzione nazionale: magari in compagnia, con il cibo, in un naturale sposalizio d’amore, come avvenne per le magnifiche edizioni di cucina nazionale (1956) e regionale nel sodalizio tra il grande cuoco romano Luigi Carnacina e il più illustre commentatore enogastronomico della nostro recente passato, Luigi Veronelli, oppure da sole. Guide che conducono e sintetizzano un mondo misconosciuto e inaccessibile ai più: rendono conto ad un lettore di Torino, come a quello di Palermo, ma anche di Parigi, di Oslo o di Singapore le varietà vinicole e produttive di territori molto distanti fra di loro. Elencano, narrano e giudicano: lo scopo comunicativo delle guide è quello di dare corpo fisico ad aspetti sensoriali e figurativi rispettando, almeno apparentemente, il postulato dell’obiettività. “Ciò si traduce, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, in forme linguistiche prevalentemente impersonali, con la tendenziale cancellazione della presenza del soggetto enunciatore, ‘l’apparecchiatura formale del discorso, che consiste innanzi tutto nella relazione di persona io: tu’. Eppure, in questo ostentato trionfo della non-persona, la terza, il soggetto enunciatore rivela la propria presenza nel testo e vi richiama, in maniera implicita ma costante, l’enunciatario, figura simulacrale dell’uditorio, la cui adesione è lo scopo ultimo dell’atto descrittivo della guida. La presenza dell’enunciatore del discorso emerge in quanto informatore e costruttore del testo. Secondo la teoria dell’enunciazione formulata in ambito semiotico, ogni enunciato, anche quello in apparenza più impersonale, presuppone un’enunciazione e ne manifesta al proprio interno delle tracce più o meno visibili, producendo effetti di senso di verità, di particolare realismo, di oggettività che si riverberano sull’immagine della guida stessa. (…) Nella sua definizione più ampia, la valutazione è intesa come espressione del punto di vista, dell’atteggiamento o dell’affettività di chi scrive nei confronti di entità o proposizioni che costituiscono l’oggetto dell’enunciato. Fare una valutazione o esprimere un’opinione ha l’effetto di persuadere l’audience in merito ai valori di verità, correttezza, rilevanza, ecc. della posizione assunta, e nello stesso tempo è espressione del sistema di valori condivisi, da chi scrive e chi legge, nonché contributo individuale alla costruzione e mantenimento del sistema stesso[1].” Il problema della scrittura, del grado di giudizio e della sua plausibilità è un affare che tutte le guide del vino si sono poste e si pongono: il ‘grado zero’ della scrittura non solo non toglie, ma aggiunge problemi di comprensione e, poi, la gran quantità di dati raccolti all’interno di ogni guida impedisce una selezione razionale del contenuto: a volte solo per stanchezza!. Ecco perciò che per ragioni di fruibilità immediata, che rimanda a sua volta al contenuto scritto, il voto (numeri, chiocciole, bicchieri, grappoli…) funziona da sintesi della sintesi. Esso è, in forma inequivocabile, il contenuto per eccellenza, o meglio ancora ciò che tutto racchiude. L’occhio che scorre cade immediatamente lì dove deve cadere, e poi, se vuole, s’inoltra nel resto. Ma il numero non è solo semplificazione; esso è anche forma estrema del tentativo di oggettivizzazione: è la storia culturale che consegna alla matematica una discutibile quanto plausibile funzione di rappresentazione oggettiva della realtà. Ho parlato di numeri e non di altro perché le altre simbologie di giudizio (chiocciole.,..), rimandano, per l’appunto, ai numeri solitamente espressi in centesimi. Ed ora veniamo alla mia parte: quale criterio utilizzo per definire credibile il giudizio di una guida? Tre elementi fondamentalmente: la storia curriculare dell’estensore(i)[2] del testo (un po’ come del produttore di vino), il metodo che utilizza nella valutazione, comprensivo di errori[3], ovvero le idee di fondo che ha del vino e per finire il contesto in cui scrive (carta, blog… editore, pubblicità  o meno…). Sostanzialmente una media ponderata tra la mia soggettività e quella degli esperti, purché la loro sia sostenuta da una importante e qualitativa esperienza.

[1] Renzo Mocini, La comunicazione turistica. Strategie promozionali e traduttive, tesi di dottorato, Università degli Studi di Sassari, Dipartimento di teorie e ricerche dei sistemi culturali, in http://eprints.uniss.it/3482/1/Mocini_R_Tesi_Dottorato_2010_Comunicazione.pdf

[2] Cfr. Alessandro Masnaghetti, Consigli a un giovane degustatore, http://www.intravino.com/primo-piano/consigli-a-un-giovane-degustatore/,  venerdì 17 febbraio 2012

[3] Cfr. La distorsione derivante dai degustatori nei punteggi delle guide – studio AAWE, http://www.inumeridelvino.it/2012/03/la-distorsione-derivanti-dai-degustatori-nei-punteggi-delle-guide-studio-aawe.html, 22 marzo 2012

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