Bere e ubriacarsi nell’antica Grecia: il simposio.

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simposio paestum

Scena di Simposio: musica e conversazione. Dalla Tomba del tuffatore. Museo Archeologico Nazionale di Paestum da Wikipedia

Il simposio è una “bevuta insieme” in un contesto fortemente ritualizzato: la miscelazione del vino con parti di acqua in un cratere[1] secondo proporzioni stabilite e in base agli effetti desiderati sui convitati, la dimensione delle coppe che corrispondono al desiderio di ebbrezza da raggiungere sono alcuni degli elementi del bere comunitario[2]. La miscelazione avviene dapprima versando l’acqua e solo successivamente il vino nelle proporzioni debite. Il simposiarca stabilisce le regole: quale debba essere la miscela da bere, la grandezza delle coppe, ecc. Bere vino puro è ritenuta usanza barbara, un bere da Sciti, quei barbari che, secondo fonti tramandate dalla storiografia greca (Erodoto in particolare), debbono bere il sangue del primo nemico ucciso come pratica iniziatica. A seconda del tipo di vino o dei personali desideri, l’acqua viene riscaldata o raffreddata. Spesso il simposiarca costringe a bere grandi quantità di vino: è bere pros bìan, a comando, al contrario del bere pros edonèn, per piacere.

Il vino è la bevanda principale della Grecia antica ed esso si distingue in zone di produzione con caratteristiche ben delineate, per ricordarci che alcune invenzioni della modernità (i cru ad esempio) hanno origini molto antiche: «(…) il vino dei corposi cru rossi della Tracia, di Taso e di Chio, o il bianco leggero di Mende, solo per fare qualche esempio. Non sempre è facile tradurre correttamente i termini. I Greci stimano l’aspetto esteriore: il vino rosso/nero (mèlas) è paragonato alla porpora o al sangue; poi c’è il vino bianco (leukòs), di colore giallo. I vini si dividono anche in aspri (austeròi), secchi (xeròi), amabili (malakòi), dolci (glykèis), quelli che hanno un bouquet (òzontes), quelli leggeri (leptòi) e quelli corposi (pachèis). Il vino è detto caldo (thermòs) o senza vigore (asthenèsteros). Il più apprezzato è quello nero, forte, odoroso, invecchiato. Molti studiosi ritengono che i vini rossi greci siano molto alcolici – F. Salviat propone 18 gradi per il vino di Taso, P. Villard non più di 16. Sono vini liquorosi a lenta fermentazione e lunga maturazione. La qualità delle anfore, provviste di ottimi tappi di chiusura, come  abbiamo visto di restina (resina) garantisce un eccellente invecchiamento[3]

Ma quanto si poteva bere? Lo racconta uno dei più importanti rappresentanti della commedia attica di mezzo, Eubulo (IV secolo a. C.), figlio di Eufranore, che così fa parlare Dioniso stesso:

“Tre soli crateri infatti mescolo

per coloro che son saggi:

uno di salute, che bevono per primo;

il secondo di eros e di piacere:

il terzo di sonno.

Bevuto questo,

i convitati saggi se ne vanno a casa.

Il quarto invece non è più nostro, ma della violenza;

e il quinto dello strepito;

il sesto delle danze sfrenate per strada;

il settimo degli occhi pesti;

l’ottavo di chi ti fa causa;

il nono è della bile;

il decimo è della pazzia che ti fa fare a botte.

Tanto vino versato in un recipiente piccolo

è facile che tagli le gambe ai bevitori.”


[1] Gli strumenti del simposio

Il cratere (nome greco che deriva dal verbo kerànnymi, “mescolare”), il dìnos o lo stàmnos sono i vasi di grandi dimensioni che servono per mescere il vino annacquato.

[2]     Cfr. Maria Luisa Catoni, Bere vino puro. Immagini del simposio, Feltrinelli Editore, Milano 2010

[3]     Marie-Claire Amouretti, Città e campagne in Grecia, in  a cura di di Jean-Louis Flandrin e Massimo Montanari, Storia dell’alimentazione, Ed. Laterza, Bari Roma 2007, pag. 103

Cesare Pavese, la vigna. In Feria d’agosto.

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feria

“Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incedersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiono una porta magica. Sotto le viti la terra rossa è dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo.
Tutto ciò è familiare e remoto, infantile a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo.
La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono. Qualcosa di inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro.
Solamente un ragazzo la conosce davvero; sono passati gli anni, ma davanti alla vigna l’uomo adulto contemplandola ritrova il ragazzo. Ma nulla è veramente accaduto e il ragazzo non sapeva di attendere ciò che adesso sfugge anche al ricordo. E ciò che non accadde al principio non può accadere mai più.
Se non forse sia stata proprio questa immobilità a incantare la vigna. Un sentiero l’attraversa all’insù, dimezzando i filari e tagliando una porta sul cielo vicino. Il ragazzo saliva per questi sentieri, vi saliva e non pensava a ricordare; non sapeva che l’attimo sarebbe durato come un germe e che un’ansia di afferrarlo e conoscerlo a fondo l’avrebbe in avvenire dilatato oltre il tempo. Forse quest’attimo era fatto di nulla, ma stava proprio in questo il suo avvenire. Un semplice e profondo nulla, non ricordato perché non ne valeva la pena, disteso nei giorni e poi perduto, riaffiora davanti al sentiero, alla vigna, e poi si scopre infantile, di là dalle cose e dal tempo, com’era allora che il tempo per il ragazzo non esisteva. E allora qualcosa è davvero accaduto. E’ accaduto un istante fa, è l’istante stesso: l’uomo e il ragazzo s’incontrano e sanno e si dicono che il tempo è sfumato.
L’uomo sa queste cose contemplando la vigna. E tutto l’accumulo, la lenta ricchezza di ricordi d’ogni sorta, non è nulla di fronte alla certezza di quest’estasi immemoriale. Ci sono cieli e piante, e stagioni e ritorni, ritrovamenti e dolcezze, ma questo è soltanto passato che la vita riplasma come giochi di nubi. La vigna è fatta anche di questo, un miele dell’anima, e qualcosa nel suo orizzonte apre plausibili vedute di nostalgia e speranza. Insoliti eventi vi possono accadere che la sola fantasia suscita, ma non l’evento che soggiace a tutti quanti e che tutti quanti abolisce: la scomparsa del tempo. Questo non accade, è: anzi è la vigna stessa.
E non accade nulla, perché nulla può accadere che sia più vasto di questa presenza. Non occorre nemmeno fermarsi davanti alla vigna e riconoscerne i tratti familiari e inauditi. Basta l’attimo dell’incontro.”

Cesare Pavese, Feria d’agosto, Einaudi, Torino 1946

Rudy Kurniawan… Il vino e il suo prezzo.

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Le_avventure_di_Pinocchio-pag046Illustrazione di Carlo Chiostri (1901)

Rudy Kurniawan si è beccato 10 anni.

Alcune domande rimangono inalterate. Poi, il silenzio (complice) intorno: case produttrici, case d’asta, esperti rinomati…

Il giorno 22 ottobre 2013, di martedì, tutti i giornali italiani hanno pubblicato la notizia del falso Romanèe Conti. Base e contraffazione in Italia, distribuzione, a carissimo prezzo, in tutto il mondo: operazione delle Fiamme Gialle di Milano in collaborazione con la Gendarmerie di Digione. Due arresti nel Novarese, perquisizioni in mezza Italia, in Lombardia a Magenta, Varese, Saronno.

Due anni addietro, la rivista settimanale “Internazionale” riprende un articolo di Benjamin Wallace pubblicato su il New York Magazine in cui si racconta che un signore, un tale Rudy Kurniawan, comparso dal nulla in California nel 2003, si accredita come uno dei maggiori esperti dei vini di Borgogna negli States. Ma non finisce qui: il signor Rudy Kurniawan recupera, per le più importanti aste del mondo, vecchie e introvabili annate che gli rendono un bel po’ di soldi: « Per capire le dimensioni del fenomeno basta dire che nel 2002 una bottiglia di Romanée-Conti del 1945 costava $ 2.600 mentre nel 2011 è stata battuta a un’asta una bottiglia del 1945 per ben $ 124.000.[1]» Nessun Domaine si oppone Kurniawan, ad eccezione di Laurent Ponsot. L’epilogo della storia è, appunto, nel 2012, quando l’FBI scopre nella villa del falsario centinaia di tappi vecchi e nuovi, capsule di piombo, sigilli di cera e tutto quello che serviva per produrre vini di vecchie annate.

Sempre il 22 di ottobre il quotidiano italico “Il Giorno” scrive: «Peccato che fosse falso, dicono fosse anche buono, certo però non come il Romanèe Conti originale[2]

Qualche secolo fa, Agostino (Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430), nei Soliloquia, distingue tra “falsum[3]” (falso): «quod aut se fingit esse quod non est, aut omnino tendit et non est» («ciò che o si crede di essere quello che non è, oppure cerca di essere assolutamente ciò che non è»); “fallax” (ingannevole): «quod habet quemdam fallendi appetitum; qui sine anima intelligi non potest» («ciò che ha una ben determinata intenzione di ingannare e senza la disposizione d’animo non può essere compreso»); e, infine, “mendax” (menzognero ma, soprattutto, più modernamente, finto): «a mentientibus fit. Qui hoc differunt a fallacibus, quod omnis fallax appetit fallere; non autem omnis vult fallere qui mentitur» («Il finto è un prodotto di coloro che mentono. I quali differiscono dagli ingannatori, per il fatto che ogni ingannatore vuole ingannare; mentre invece non tutti quelli che mentono vogliono ingannare»). La finzione è di colui che dice cose non vere ma non intenzionalmente false solo perché ingannevoli. L’inganno sta nell’impossibilità di ricreare la realtà, compito che spetta soltanto alla divinità: in questo caso si può parlare di verosimiglianza.

Neuro economia. Il team di Antonio Rangel, ricercatore di Caltech (California Institute of Technology) ed esperto di neuro economia, ha messo in relazione il costo del vino con la percezione del gusto: «Attraverso l’uso della risonanza magnetica Rangel si è accorto che, facendo assaggiare due volte lo stesso vino, ma dichiarando ai tester un diverso prezzo, al momento dell’assaggio del vino con prezzo dichiarato più alto nel cervello degli assaggiatori le aree associate con il senso del piacere sono risultate più attive[4]

Domande (anche senza risposta): quando inizia un processo di falsificazione? Quale è la sua riconoscibilità/plausibilità mercantile? Come cambiano i fattori (percezioni gustative…) alla variazione del prezzo?…


[1] L’articolo completo sull’accadimento è di Stefano Bonilli, Il falsario di Petrus e Romanée-Conti, in http://blog.paperogiallo.net/2012/07/il_falsario_di_petrus_e_romanee-conti.html, 30 luglio 2012; un altro articolo, precedente al primo, è di Giovanni Corazzol, Frodi vinicole | Come falsificare un grande vino in pochi semplici passi, su Intravino del 13 marzo 2012;  http://www.intravino.com/primo-piano/come-spacciare-per-grandi/

[3] Soliloquia 2,9,16 in Augustinus, Soliloquia, in Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum LXXXIX, Soliloquia, De inmortalitate animae, De quantitate animae – ed. W. Hörmann 1986; Opere di Sant’Agostino, III, Dialoghi, traduzione di D. Gentili, Città Nuova, Roma 1970

[4] Cresce il prezzo cresce il gusto, in http://www.uiv.it/corriere/cresce-il-prezzo-cresce-il-gusto, FEB del 4 luglio 2012

Bacco in Toscana

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redi

Francesco Redi compone il famoso ditirambo[1] ‘Bacco in Toscana’, concependolo come un’azione scenica e facendolo somigliare, da questo punto di vista, al Trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo de’ Medici. Dopo alcuni versi introduttivi parla Bacco che, rivolgendosi ad Arianna, tesse alla presenza di Satiri e Baccanti un lungo e tripudiante elogio del vino. L’opera, pur sotto la trama giocosa, è ricchissima di erudizione. Una grande libertà metrica favorisce procedimenti ritmici che sono molto simili a quelli della tecnica musicale. Il testo concepito nel 1666, ed elaborato nel 1673[2] ( si stima che avesse circa 400 versi), viene dato alle stampe soltanto nel 1685 dopo una stesura definitiva di 980 versi[3]: « Bacco passa in rassegna i vini della Toscana, in particolare del contado fiorentino, insieme ad alcuni non toscani, che egli conosceva per esperienza personale o semplicemente letteraria, in tutto 57, eleggendo infine il migliore di tutti i vini, il Montepulciano, e facendo l’elogio di alcuni degli uomini migliori dell’epoca, con in testa il Mecenate Granduca Cosimo III. Proprio sul vino di Montepulciano, elogiandone le grandiose qualità, scrisse un’ode (la 8) al Conte Federico Veterani in quegli anni, per ringraziarlo di alcuni assaggi di vino che gli aveva mandato [4] :

In quel vetro, che chiamasi il tonfano

scherzan le Grazie, e vi trionfano;

ognun colmilo, ognun votilo,

ma di che si colmerà?

Bella Arianna con bianca mano

versa la manna di Montepulciano;

colmane il tonfano, e porgilo a me.

Questo liquore, che sdrucciola al core

o come l’ugola e baciami, e mordemi!

O come in lacrime gli occhi disciogliemi!

Me ne strasecolo, me ne strabilio,

e fatto estatico vo in visibilio.

Onde ognun, che di Lieo

riverente il nome adora,

ascolti questo altissimo decreto,

che Bassareo pronunzia, e gli dia fe,

Montepulciano d’ogni vino è il re.

A così  lieti accenti

d’edere e di corimbi il crine adorne

alternavano i canti,

le festose Baccanti;

ma i Satiri, che avean bevuto a isonne,

si sdraiaron sull’erbetta

tutti cotti come monne[5]

Nei versetti 1 – 94 il vino viene definito come sangue amabile che rinnova le arterie, che viene creato dai raggi del sole che tutto vivifica. Bacco loda i buoni vini, a cominciare da quelli di Avignone e di Artimino e, passando per i vini da scartare come quelli di Lecore, finisce col Moscadelletto di Montalcino, degno di essere custodito dalle Vestali; dal 95 al 139 alcuni vini non buoni, come il Pisciarello per la mancanza di forza, e l’Asprino perché troppo forte e acre; tirata contro coloro che, come Ciccio d’Andrea e Fasano, superbi, credono di intendersi di vino come Bacco, brandendogli contro il tirso, ma farebbero meglio a bere il Greco di Posillipo e di Ischia; dal 140 al 203 elogio di ottimi vini, come il Trebbiano, il Buriano e il Colombano, insieme alla Barbarossa, al Corso e all’Ispano, che affinano il cervello, come al buon Rucellai che può in questo modo sviluppare i suoi studi scientifici; come contrapposizione abbiamo la condanna di bevande barbare come il cioccolato, il the e il caffè; dal 204 al 290 elogio dei buoni vini del contado fiorentino (Malvagia, Sansavino, Vaiano o Albano) e l’ottimo Topazio di Lamporecchio con disprezzo per i bevitori di birra sul territorio europeo; dal 291 al 357 dà consigli sul modo migliore di bere il vino, cioè freddo e sui contenitori adatto a mantenerlo fresco come le cantinette, le cantimplore o bombolette; si torna a raccontare dei vini dai vv. 445-530 quando trova dei vini eccezionale che beve centellinando goccia a goccia come quelli di Fiesole, di Val di Marina, di val di Botte e la Vernaccia, allontanando tutti coloro che bevono il debole vino delle Cinque Terre; dopo aver attaccato le nuove mode dei profumi d’ambra e di muschio o di quelli fatti giungere dal Perù e da Tolù, stende l’elogio del vero profumo del vino e finisce con l’elogio del Canaiuolo, dell’Ambra e del cavalier dell’Ambra vv. 531 – 585; se nei vv. 586 – 645 presenta i benefici effetti del vino, nei successivi 646 – 731 il vino e l’amore iniziano a produrre i loro effetti e si prosegue sia con l’elogio dei vini come il Falerno, Tolfa, verdea, Lacrima di Vesuvio, sia con i tipi di fabbricazione del vino (mezzograppolo, alla franzese, granella, ecc.) e finisce con l’elogio del Chianti e del Carmignano e intanto avanza l’ebbrezza; seguono poi versetti d’internezzo (732 – 806) contro tutte le bevande che non siano vino e che vengono proposte da alcuni mediconzoli, come la cedrata, il limoncello o l’aloscia; i vv. 807 – 880 forse tra i più famosi, dove Bacco, già ebbro naviga verso Brindisi in un comico alternarsi tra la città ed il brindisi vinoso; gli ultimi versetti 881 – 960 rappresentano la scena finale in cui la tempesta marina segue la tempesta nel corpo di Bacco, entrambi costretti ad espellere per potersi così alleggerire: per la nave i barili di vino e per il corpo il liquido assunto. Passata la tempeta ed il pericolo bisogna festeggiare con una nuova bevuta, per la quale si invitano i Satiri a versare il vino in enormi calici grandi come un tofano[6].


[1]     Il ditirambo (in greco διθύραμβος) era, nell’antica Grecia, un inno cantato e danzato in onore del dio Dioniso (presso i romani Bacco).

[2]       Cfr. Gabriele Bucchi, Per un’edizione critica del ‘Bacco in Toscana’ di Francesco Redi, in    Accademia della Crusca, Centro di Studi di Filologia Italiana, «Studi di Filologia Italiana», Volume LXI, Le Lettere, Firenze 2004

[3]       Cfr. Francesco Redi, Bacco in Toscana con una scelta delle annotazioni, a cura di Gabriele Bucchi, Editrice Anteriore, Roma- Padova MMV, 2005

[4]     Giuseppe Bonghi, Introduzione al Bacco in Toscana di Francesco Redi, in http://www.classiciitaliani.it

[5]     Bacco in Toscana , Ditirambo di  Francesco Redi Academico della Crusca in http://www.classicitaliani.it/seicento/Redi_Bacco_in_Toscana.htm

[6]       Cfr.Giuseppe Bonghi, Introduzione al Bacco in Toscana di Francesco Redi, cit.

Calle Feduchy 19. Di Emanuele Giannone

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manzanilla

Chissà perché, ti chiedi in silenzio, la scelta originaria di aprire la taberna in una strada così discosta, avulsa dal flujo peatonal che la lambisce svoltando all’angolo magico della cerveceria y taperia gaditana[1] preferita, e si dirige verso la Cattedrale. Chissà perché, ti chiedi romanticamente, non nel Barrio Populo, il tuo quartiere preferito. Più tardi, Pepe spiegherà tutto. Cominciando dall’anno della scelta: il 1932. Calle Feduchy 19 a Cadice. Botti testa di moro, uno scuro vecchio e spesso, pachidermico. Impilate, tre due una dal basso verso l’alto, con una settima a far da spallina sinistra, quasi a riprodurre in minima scala le cataste di criaderas e soleras delle cantine di Jerez e Sanlùcar. «Quelle però – dice Pepe, e sorride – sono le cattedrali, questa è una capelita!». Pepe è un fluire di parole senza pause e con molte crasi ed elisioni, un corso accelerato di velocità in puro stile andaluso. Per comprenderlo appieno è d’aiuto fissare il suo volto serio e pulito, proprio da buon Pepe-papà di Pepito, che è bimbo da tempi di miracolo economico nella sua foggia di pantaloncini ascellari, bretelle, camicina inamidata. Tararsi sul decennio che per noi fu delle prime Seicento a rate non è difficile, né stucchevole: qui non vi è arredamento, vi è piuttosto l’involontaria e quotidiana stratificazione di oggetti di lavoro, ricordi, ninnoli vari, bottiglie impolverate, legni di botte e legni di tavoli e legni di panche, vecchie piastrelle e carte da parati, fotografie e manifesti di plazas de toros; e tutto questo non ammicca ai Cinquanta, li porta in sé. Dei decenni passati vi sono, soprattutto, l’odore e i volti. Buono il primo, anzi: suave. Ed è un prodigio se pensi che riunisce legno vecchio e muffe, vecchi saponi e impiantiti lavati, un sublimato di buona creanza e di buone crianzas biologicas, presenza sottile, salina e puntuta. E in più la fata morgana dei vini ossidati. E decenni e decenni d’olive ripiene d’acciuga, due a testa per ogni copita ordinata, servite in piattino bianco d’ordinanza. Buoni anche i secondi, persino quelli dei forestieri, che finalmente sembrano visitatori e non turisti. C’è un orologio grande, da stazione ferroviaria, ma è fermo e va bene così. Calle Feduchy 19 a Cadice. Taberna la Manzanilla. Al primo momento di tranquillità, Pepe srotola cartine e prospetti, stacca persino un quadro dal muro, concede a Pepito un rotolo ancora inutilizzato – diciamo, modernamente, una slide successiva – e racconta della flor e di tutto il resto. Racconta tutto, ma proprio tutto. E soprattutto racconta delle grandi bodegas rilevate da multinazionali del lusso, o dalle imprese dell’industria alimentare che guardano allo stomaco come a un mercato. Parla di fasti e decadenze delle famiglie un tempo insigni e oramai, per colpa dei nipoti, estromesse e ridotte ad omonimi d’un marchio affermato. E recita l’adagio: «Abuelo tonelero, padre ingeniero, hijo pordiosero[2]». Racconta della bodega che gli propongo quale esempio virtuoso, rimasta in effetti empresa familial a dispetto della fama[3] raggiunta. Racconta della duplice fortuna di un’altra: Valdespino e, in prima istanza, la sorte fausta e rocambolesca dietro al suo passato recente; in seconda la prosecuzione del lavoro in linea ereditaria. Racconta, Pepe, che le bodegas sono in città e lungo il fiume e non per caso, bensì per posizione e orientamento tali da fare il vino buono; racconta che servono botti a migliaia e soffitti alti come quelli delle cattedrali. Racconta, in breve, che si tratta di fortune la cui formazione ha richiesto secoli, quindi ardue da costruire e ancor più da perdere, a meno che ai nonni bottai succedano figli ingegneri, o inurbati, o festaioli: nel qual caso si trasformano presto in gorghi di costi fissi nei quali si annega, salvati a volte da un fondo d’investimento a caccia di saldi. Racconta, Pepe, di un vino che è un sorso di libertà dalle nostre ossessioni per le annate, le denominazioni, le riserve. Lui, innanzitutto, stando ai nostri canoni vende sfuso.

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Compra la manzanilla fina sacada a tre anni, quella olorosa a sei, quella madura a nove; compra l’oloroso, che è il primo giro in mongolfiera con l’ossidazione, e anche l’amontillado fino, che è il secondo ed esce da quattordici anni di elaborazione. Il terzo giro è l’amontillado viejo, che di anni in legno ne fa ventisei, e il quarto è il Pedro Ximenes, che è totale soddisfazione della mia enofilia allo status infans. Si procura anche l’amanzanillado, l’aceto di Jerez. Compra tutto da una bodega di sua fiducia. Quindi rivende un prodotto non suo. Tutto qui? In effetti sì, è tutto, ma proprio tutto qui, a Calle Feduchy 19: perché alla miglior evoluzione del vino serve per buona regola un luogo non esposto al sole, e questa calle è in ombra.E poi deve esser ventilato, e Pepe apre la porta d’un retrobottega e attiva così un inopinato ventilatore naturale: una finestra aperta. Non deve soffrire vibrazioni e fumi del traffico, e qui le auto non transitano.Non deve evolvere in presenza d’altri odori, quindi non può essere stalla, rimessa o dispensa. E deve essere umido: qui sotto Calle Feduchy – dice Pepe mostrando una parete arabescata di muffe – c’è una falda che arriva in superficie. A Cadice è una fortuna, tant’è che lui tiene proprio qui anche il suo tonel, che ha duecento anni e serba 526 litri. Non spiega quanti siano gli anni di servizio tra estrazioni e rabbocchi, ma è il contenitore che vanta la posizione più felice, nel punto più umido e ventilato. Pepe custodisce qui il vino familial, quello delle celebrazioni. «E tutto questo – riprende Pepe – è così dal 1932. Le botti sono le stesse, da allora le si colma e ricolma alla stessa maniera». Calle Feduchy 19 è una capelita, non una catedral. Il vino vi arriva dalla bodega di fiducia ed entra nelle botti, ma quando viene spillato è già un altro. Merito di Pepe, Pepito, crianza fisico-quimica, crianza biologica e flor.

La función de una flor es florecer.

Il Diccionario Magico de las Palabras[4], al lemma Florecer, spiega così:

 

Prosperar, adelantar, desarrollarse.

 

E aggiunge, tra i refraneros[5]:

 

Flor sin olor no es completa flor.

 

E ancora:

 

Las flores realizamos en la vida sañuda              

un intento divino, por misterioso modo:             

no anhelar nunca nada, mas soportar lo todo;

absorberse en sì mismo con volontaria muda

inconstancia… éste es el sueño de Buda[6] 

Qualora non vi bastasse e foste interessati a prolassi, prolessi e analessi dell’organolessi, spero che possiate accontentarvi di questo: a tre anni è voce bianca, ma acuta da mandare i vetri in frantumi, e pochi o nulli i cromatismi. A sei non conosce timbro, parla e canta poco per non esporsi a giudizi e ludibri. A nove è un tenorino giovane, di grazia. L’oloroso parte da mezzosoprano delle canzoni del gaditano Manuel De Falla (El Amor Brujo), arriva da soprano della Lakmé (Delibes, Anna Netrebko ed Elina Garanča). L’amontillado è decisamente Dietrich Fischer-Dieskau (quello della Winterreise di Schubert).

manzanilla4

Taberna La Manzanilla.

Calle Feduchy, n° 19 – Cadiz, España.

  1. lamanzanilladecadiz.com

info@lamanzanilladecadiz.com

 

El Cañon – Bar Ultramarinos

Calle Rosario, n° 49 – Cadiz, España.

  1. elcañon.es

info@elcañon.es

 

[1] El Cañon, vd. riferimenti alla fine dell’articolo

[2] Proverbio spagnolo, lett.: “Nonno bottaio, padre ingegnere, figlio mendicante”.

[3] El Maestro Sierra

[4] Diccionario Magico de las Palabras, a cura i C. A. Giménez. Editorial Marin Argentina, anno n.d.

[5] Proverbi.

[6] Citazione da Amado Nervo, poeta e diplomatico messicano.

 

Sulle guide dei vini. Prima che chiudano (in redazione).

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carta

Riproposta.

Ne approfitto qui per scrivere sopra le guide dei vini: sulla loro capacità o incapacità di esprimere dei giudizi ampiamente condivisi, sui metodi e sui criteri di scelta delle fonti e dei metodi, e, per finire, sull’annoso problema legato all’oggettività di una valutazione. Le prime guide a noi giunte oramai quasi due secoli fa sono quelle legate al turismo: dopo i primi fasti del Grand Tour seicentesco, che vedeva rampolli di famiglie borghesi ed aristocratiche aggirarsi per mezza Europa coadiuvati da accompagnatori e ciceroni locali, si fa spazio, agli inizi dell’Ottocento, a seguito dei processi di razionalizzazione produttiva, uno strumento che, forse al pari dell’attuale rivoluzione informatica, costruisce uno dei primi strumenti democratici di accesso alle risorse conoscitive: la guida turistica. La prima guida, Handbook for Travellers on the Continent, viene pubblicata da Murray (Murray’s Red Guides) nel 1836, seguita tre anni più tardi dalla Baedeker. Le guide forniscono non solo indicazioni culturali, paesaggistiche, enogastronomiche, ma anche indicazioni pratiche sui prezzi, sul cambio della moneta, sugli orari di apertura degli sportelli (postali…) e via dicendo. Cercano insomma di dare al viaggiatore inesperto quella qualità e qualità di dati in modo tale da consentirgli di destreggiarsi in maniera autonoma. Naturalmente, ed è bene sottolinearlo, c’è un punto di vista, quello dell’autore della guida, che risponde a canoni sociali, culturali, estetici (anche pregiudiziali) dell’epoca, in riferimento ad una classe, quella dei viaggiatori, composta da persone di alto ceto e molto danarose. Non diversamente dalle altre guide anche quelle sui vini conducono l’inesperto consumatore nel vortice di innumerevoli territori e di diversissime produzioni.  Fanno da apripista, agli inizi dello scorso secolo, alcune guide innovative come la “Guida storica del Chianti e vademecum utile per tutti, specialmente per gl’industriali e consumatori di vino, con illustrazioni e carta geografica” di Antonio Casabianca, pubblicata nel 1908 da Lastrucci a Firenze, oppure quella del “Vino all’ombra : guida sentimentale delle osterie del Friuli, di Trieste e dell’Istria : con un panorama dei vini italiani ad uso del bevitore intelligente”, scritta da Chino Ermacora  nel 1935 per le edizioni de La Panarie di Udine. Ma è soltanto con il secondo dopoguerra che le guide del vino s’impongono all’attenzione nazionale: magari in compagnia, con il cibo, in un naturale sposalizio d’amore, come avvenne per le magnifiche edizioni di cucina nazionale (1956) e regionale nel sodalizio tra il grande cuoco romano Luigi Carnacina e il più illustre commentatore enogastronomico della nostro recente passato, Luigi Veronelli, oppure da sole. Guide che conducono e sintetizzano un mondo misconosciuto e inaccessibile ai più: rendono conto ad un lettore di Torino, come a quello di Palermo, ma anche di Parigi, di Oslo o di Singapore le varietà vinicole e produttive di territori molto distanti fra di loro. Elencano, narrano e giudicano: lo scopo comunicativo delle guide è quello di dare corpo fisico ad aspetti sensoriali e figurativi rispettando, almeno apparentemente, il postulato dell’obiettività. “Ciò si traduce, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, in forme linguistiche prevalentemente impersonali, con la tendenziale cancellazione della presenza del soggetto enunciatore, ‘l’apparecchiatura formale del discorso, che consiste innanzi tutto nella relazione di persona io: tu’. Eppure, in questo ostentato trionfo della non-persona, la terza, il soggetto enunciatore rivela la propria presenza nel testo e vi richiama, in maniera implicita ma costante, l’enunciatario, figura simulacrale dell’uditorio, la cui adesione è lo scopo ultimo dell’atto descrittivo della guida. La presenza dell’enunciatore del discorso emerge in quanto informatore e costruttore del testo. Secondo la teoria dell’enunciazione formulata in ambito semiotico, ogni enunciato, anche quello in apparenza più impersonale, presuppone un’enunciazione e ne manifesta al proprio interno delle tracce più o meno visibili, producendo effetti di senso di verità, di particolare realismo, di oggettività che si riverberano sull’immagine della guida stessa. (…) Nella sua definizione più ampia, la valutazione è intesa come espressione del punto di vista, dell’atteggiamento o dell’affettività di chi scrive nei confronti di entità o proposizioni che costituiscono l’oggetto dell’enunciato. Fare una valutazione o esprimere un’opinione ha l’effetto di persuadere l’audience in merito ai valori di verità, correttezza, rilevanza, ecc. della posizione assunta, e nello stesso tempo è espressione del sistema di valori condivisi, da chi scrive e chi legge, nonché contributo individuale alla costruzione e mantenimento del sistema stesso[1].” Il problema della scrittura, del grado di giudizio e della sua plausibilità è un affare che tutte le guide del vino si sono poste e si pongono: il ‘grado zero’ della scrittura non solo non toglie, ma aggiunge problemi di comprensione e, poi, la gran quantità di dati raccolti all’interno di ogni guida impedisce una selezione razionale del contenuto: a volte solo per stanchezza!. Ecco perciò che per ragioni di fruibilità immediata, che rimanda a sua volta al contenuto scritto, il voto (numeri, chiocciole, bicchieri, grappoli…) funziona da sintesi della sintesi. Esso è, in forma inequivocabile, il contenuto per eccellenza, o meglio ancora ciò che tutto racchiude. L’occhio che scorre cade immediatamente lì dove deve cadere, e poi, se vuole, s’inoltra nel resto. Ma il numero non è solo semplificazione; esso è anche forma estrema del tentativo di oggettivizzazione: è la storia culturale che consegna alla matematica una discutibile quanto plausibile funzione di rappresentazione oggettiva della realtà. Ho parlato di numeri e non di altro perché le altre simbologie di giudizio (chiocciole.,..), rimandano, per l’appunto, ai numeri solitamente espressi in centesimi. Ed ora veniamo alla mia parte: quale criterio utilizzo per definire credibile il giudizio di una guida? Tre elementi fondamentalmente: la storia curriculare dell’estensore(i)[2] del testo (un po’ come del produttore di vino), il metodo che utilizza nella valutazione, comprensivo di errori[3], ovvero le idee di fondo che ha del vino e per finire il contesto in cui scrive (carta, blog… editore, pubblicità  o meno…). Sostanzialmente una media ponderata tra la mia soggettività e quella degli esperti, purché la loro sia sostenuta da una importante e qualitativa esperienza.

[1] Renzo Mocini, La comunicazione turistica. Strategie promozionali e traduttive, tesi di dottorato, Università degli Studi di Sassari, Dipartimento di teorie e ricerche dei sistemi culturali, in http://eprints.uniss.it/3482/1/Mocini_R_Tesi_Dottorato_2010_Comunicazione.pdf

[2] Cfr. Alessandro Masnaghetti, Consigli a un giovane degustatore, http://www.intravino.com/primo-piano/consigli-a-un-giovane-degustatore/,  venerdì 17 febbraio 2012

[3] Cfr. La distorsione derivante dai degustatori nei punteggi delle guide – studio AAWE, http://www.inumeridelvino.it/2012/03/la-distorsione-derivanti-dai-degustatori-nei-punteggi-delle-guide-studio-aawe.html, 22 marzo 2012

Luoghi comuni sul vino. Vino e salute, ad esempio.

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Riproposta.

C’è un’abitudine inveterata nel mondo discorsivo sul vino, ma potrebbe riguardare tutti i campi dello scibile, per cui si taccia di ‘luogo comune’ un’opinione espressa da altrui parere. Oppure, diversamente, si risponde a ‘luogo comune’ con simmetrico ‘luogo comune’. Luogo comune ha, in entrambe le accezioni, il significato di banalizzazione menzognera grazie al riutilizzo di falsità o di verità parziali comunemente prodotte in ambito non specialistico, ovverosia popolare. Il sapere specialistico, al contrario, si baserebbe su predicati verbali di indubbia e comprovata scientificità o di quantomeno corroborata documentazione. Vorrei qui invece sottolineare come spesso il confine tra i saperi sia invece molto più confuso e come le invalicabili certezze scientifiche siano produttrici a loro volta di luoghi comuni più perniciosi di quelli popolari.

Nel primo artefatto linguistico il problema è bello che risolto: si accusa l’altro (gli altri) di argomentare pro domo propria (sua): si usa il luogo comune per ancorare il proprio discorso ad una verità più ampia, che quasi sempre coincide con l’altra domo, ovvero la propria: “E’ luogo comune pensare che soltanto gli enologi possano essere i migliori valutatori di un vino.” Ne consegue che “i migliori valutatori di un vino possono essere….”. Spesso le frasi cominciano, a tal proposito, con “Non dico che…” per poi sopraggiungere ad un “ma” che nega interamente il costrutto precedente.

Il secondo caso è più complicato, perché s affrontano luoghi comuni che, come afferma Rizzo Fabiari, hanno un contenuto di verità assai variabile: “la sostanza di luogo comune sta difatti non nel loro contenuto di verità, che può essere basso o inesistente (come nel caso dei cliché razzisti, ad esempio) ovvero alto e altissimo (cfr ‘i migliori bianchi del mondo sono tedeschi’), bensì nella loro ripetitività quale mantra salvifico ripetuto dalle genti[1].” Uno degli argomenti più dibattuti dal punto di vista scientifico, dove per scientifico intendo la scienza come processo lineare che utilizza una: a) formulazione delle ipotesi; b) definizione del metodo di lavoro; c) raccolta dati; d) elaborazione dati raccolti; e) verifica ipotesi; f) comunicazione risultato, è quello del rapporto tra vino e salute, e non, ma non a caso, tra alcol e salute. Credo che farebbe sorridere a molti un convegno su “grappa e salute”, e non tanto perché il contenuto alcolico delle grappa è piuttosto elevato, quanto per l’immagine sociale (da cui il luogo comune), comunemente e storicamente condivisa, del prodotto derivato dalla distillazione delle vinacce. Ma c’è di più: il vino non solo è un simbolo nazionale, come la pizza, la pasta e via cantando, ma è stato anche il prodotto più importante della farmacopea occidentale per almeno 1500 anni. La dietetica, la maggiore delle discipline mediche secondo la tradizione ippocratico – galenico, contemplava il vino (cotto, freddo, da solo o con altre sostante erbacee) come mezzo curativo di un numero infinito di disturbi e malattie.

Il dibattito a cui assistiamo oggi, il proliferare di pubblicazioni e di società in difesa del vino, o contro di esso, viene sostenuto e costruito da teoremi, prove, misurazioni che hanno il compito di suffragare l’ipotesi di partenza, ovverossia l’assunto assiomatico. Ma se l’evidenza scientifica dovesse dire altro, sia i favorevoli che i contrari dovrebbero prenderne atto e mettere quantomeno in discussione il postulato che, come tale invece, non viene in alcun modo dibattuto. Ecco perciò che i luoghi comuni, i quali si formano dal sostegno di postulati apparentemente scientifici, hanno una loro forza divulgativa assai maggiore di quelli popolari, ma non per questo possono essere meno pericolosi dei primi. Si potrebbe replicare con le parole usate Barry Barnes, in uno studio su Kuhn, quando dice: «benché gli scienziati presumano spesso che i loro concetti e teorie in qualche senso si applichino già a tutti gli aspetti della natura, quel che essi fanno realmente nel corso della ricerca normale è ordinare i fenomeni sotto determinati concetti, caso per caso. È l’attività della scienza normale che dà significato ai concetti, non il significato intrinseco dei concetti che ne determina l’attività[2].» Da cui si può affermare che «molte delle tesi avanzate per distinguere la scienza dalla pseudo-scienza sono in realtà costruzioni a posteriori formulate per giustificare il già avvenuto rigetto di determinate ipotesi scientifiche. Se fossero applicate ex ante per determinare il valore di ipotesi ancora in discussione porterebbero molto probabilmente, come suggerisce Feyerabend, alla scomparsa della scienza come la conosciamo oggi[3]

Se ciò è vero possiamo concordare sul fatto che il luogo comune, che deriva da un senso comune diffuso“non è l’autore del suo presunto discorso; non è ciò per cui si presenta o viene spacciato. Esso è propriamente il termine di un’operazione strategica perseguita dal sapere propriamente detto (…) Nelle vicende delle sue certezze così come in quelle delle sue illusioni, il senso comune ha dietro di sé la committenza di un sapere che non è né comune, né popolare. Scopriamo che ciò che va sotto il nome di senso comune è una funzione delegata dal pensiero scientifico-filosofico in corso; che esso è inserito entro un immane reticolo dove parti del sapere si strutturano con altre parti, con altri frammenti di scienza[4].” Ed è proprio questa tradizione filosofico-scientifica che consegna un repertorio di certezze e di verità come erede di una tradizione mitologica che si realizza al di fuori dei processi stessi della metodologia della scienza. Il mito è, infine, ciò che Furio Jesi definisce come “una macchina che serve a molte cose, o almeno il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serve a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; e archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna della scuola, e che poi, talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri il senso di quello stridore. Ed è violenza, mito del potere; e quindi è anche sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella, innanzitutto, di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un eterno ‘presente’[5].”

Dunque bevo vino per diverse ragioni: ho qualche dubbio che mi faccia bene. Dipende dal bene.

[1] Rizzo Fabiari, 24 maggio 2012 alle 08:18 in risposta a Rossano Ferrazzano su http://accademiadeglialterati.com/2012/05/28/elenco-provvisorio-di-luoghi-comuni-del-vino-lista-in-aggiornamento/

[2] Barry Barnes, T.S. Kuhn: la dimensione sociale della scienza citato in Luca Guzzetti, La frode scientifica. Normatività e devianza nella scienza, Liguori Editore, Napoli 2002, pag. 18

[3] Ivi pag. 197

[4] Aldo Gargani, Scienza, filosofia e senso comune in Ludwig Wittgestein, Della certezza. L’analisi filosofica del senso comune, Einaudi, Torino 1999, pag. XXVIII

[5] Furio Jesi, L’accusa del sangue. Mitologie dell’antisemitismo. Morcelliana, Brescia 1993, pag. 101

 

“Il ferro per assassinare i tiranni, il vino per festeggiarne i funerali.” Gli anarchici a Monfalcone e il vino. Di Luca Meneghesso

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anarchici molfanconesi e triestini

Anni ’70:  anarchici monfalconesi e triestini. Da sinistra a destra: Umberto Tommasini (il noto anarchico friul-triestino), Mario Pacor (anarchico di Monfalcone – del rione Romana – già combattente in Spagna e attivo nelle contese anticlericali in cantiere nel secondo dopoguerra), Manuela Malaroda (figlia dell’anarchico esperantista monfalconese Vittorio), Giuseppe Usmiani (anarchico nativo di Pola, già protagonista nelle rivolte pro-Ferrer a Trieste nel 1909), Primo Vigna, fratello di Libero. — a Monfalcone.

Il vino è da sempre presente nella poetica rivoluzionaria. Con le botti (barrique) si costruivano le barricate perlomeno fino dalla Comune di Parigi nel 1872, le osterie sono sempre state luogo di incontro proletario, diffusione di idee sovversive e luogo di copertura soprattutto durante il fascismo. Lo stesso Bakunin, a quanto testimoniava Luigi Veronelli, beveva due fiaschi di vino al giorno. Non si discostano da questa tradizione gli anarchici di Monfalcone, la cui presenza si nota a partire dalla nascita del Cantiere Navale Triestino nel 1908. Sull’importanza della presenza libertaria nella cittadina isontina è significativo notare come il primo sciopero politico del cantiere si sia svolto il 15 ottobre del 1909 per protestare contro l’esecuzione in Spagna del pedagogista libertario Francisco Ferrer. La manifestazione che ne scaturisce non deve essere stata molto pacifica visto che quasi tutto il gruppo dirigente socialista viene incarcerato e 13 operai vengono in seguito rinviati a giudizio. Nel primo anniversario della morte di Ferrer i socialisti optano per una commemorazione pacata, una riunione serale dopo il lavoro. I libertari, che il socialista Luigi Tonet definisce «un gruppo di sconsiderati», incitano però gli operai a lasciare il posto di lavoro: dopo un po’ di dibattito il cantiere si svuota. In seguito i socialisti accusano gli anarchici di aver usato il nome di Tonet per convincere gli indecisi (è facile immaginarli: «gà dito Tonet de scioperar!»). Domenica sera 16 ottobre 1910, pochi giorni dopo e in un momento in cui ci sono duri scioperi in Cantiere con socialisti e libertari che portano avanti linee non sempre concordanti, un gruppo di anarchici (quattro o cinque) prende posto ad un tavolo del Caffè Progresso (locale gestito dai socialisti) cominciando a cantare inni sovversivi. Quando l’ora si fa tarda gli anarchici, allegri e provocatori, continuando a far baldoria vengono invitati al silenzio. A questo invito i libertari rispondono provocando ulteriormente i socialisti che quindi li allontanano «a pugni e scapelotti». Nell’occasione del secondo anniversario della morte di Ferrer, il 13 ottobre 1911, dopo la manifestazione di commemorazione organizzata a mezzogiorno dai socialisti, di nuovo gli anarchici incitano gli operai a non rientrare in Cantiere cosa che viene fatta in massa. La cosa causa il sommo disappunto dei socialisti che li accusano con frasi forti di essere fannulloni che colgono qualsiasi occasione per fare festa e andare a bere il vino nuovo. È quindi la capacità di mobilitazione e di pressione degli anarchici, nonostante il Partito Socialista si impegni per impedire che gli operai scendano in sciopero, a fare della giornata del 13 ottobre una scadenza operaia da usare per far sentire ai “borghesi” tutta la carica antagonista che si sviluppa nel sempre più numeroso proletariato monfalconese. Gli operai anarchici ricompongono lo spontaneismo dei lavoratori meno qualificati entrando spesso in contrasto con il gruppo socialista che caldeggia l’organizzazione e l’accentramento delle lotte. A fine giugno 1912 nel corso di un comizio tenuto a Monfalcone dal dirigente socialista Chiussi gli anarchici, tramite Vittorio Puffich che fa loro da portavoce, lanciano diverse accuse contro i capisquadra e contro i lavoratori inglesi, rimasti con funzioni di capi all’interno del Cantiere, chiedendone l’espulsione. Il gruppo metallurgico si oppone dicendo che l’espulsione può essere chiesta solo per gli operai comuni e non per gli operai qualificati  insultando poi «i libertari con alla testa il pazzoide Puffich, il bellimbusto Smardocheo, il semialcolizzato Revelant, il vanitoso Radig» tacciati di essere inconcludenti e al servizio della Direzione del Cantiere nella loro pervicace opposizione all’organizzazione. La polemica del resto era dovuta anche al fatto che numerosi capisquadra – i mistri – costituiscono l’ossatura del sindacato socialista. L’accusa a uno degli anarchici più rappresentativi di essere “semialcolizzato” intende essere ulteriormente offensiva dato l’impegno dei socialisti nel condurre la battaglia contro l’alcolismo. L’osteria, anche per gli anarchici monfalconesi, soprattutto durante gli anni del Regime fascista, diventa luogo in cui con la circospezione necessaria ci si può confrontare sulle vicende politiche e organizzare quando la piazza e talvolta anche le case private non hanno sufficiente sicurezza. Finché si può l’osteria è anche luogo di resistenza antifascista. A Trieste il 4 novembre 1921 in un’osteria un gruppo di operai si intrattiene cantando canzoni politiche. Una squadra di fascisti non tollera la manifestazione ideologica e minaccia, pistole alla mano, i cantanti i quali però prontamente reagiscono sparando contro i fascisti che fuggono. Anche a Monfalcone c’è chi dall’osteria urla il suo ribelle spirito antifascista contro le forze dell’ordine: Cesare Novachig. Cesare Novachig assieme a tale Giuseppe Magrin, per fuggire alla repressione fascista tenta la via del fuoriuscitismo raggiungendo la Francia dove viene bloccato dai gendarmi transalpini. Gli viene concessa la scelta tra l’arruolamento coatto nella Legione straniera o il rimpatrio. Novachig opta per la seconda venendo quindi trasferito a Monfalcone dove viene processato e sconta 6 mesi per il tentativo di espatrio clandestino. Uscito di galera ritorna alla sua solita vita. Ancora celibe frequenta i pochi anarchici restati a Monfalcone alcuni dei quali suoi parenti (ad esempio Ermenegildo e Umberto Gon). La brace arde sotto la cenere ma la repressione è schiacciante per cui gli anarchici non si espongono inutilmente. Accade però che una sera – siamo nella seconda metà degli anni ’30 – Cesare Novachig si trova in un’osteria che all’epoca si trovava in via Duca d’Aosta vicino alla scuola elementare. I bicchieri si sommano ai bicchieri e la lucidità e la circospezione iniziano a vacillare. Entrano un paio di carabinieri. Forse semplicemente danno un’occhiata indagatrice, forse si rivolgono al noto Novachig… non lo sappiamo. Cesare sbotta e inveisce contro i birri fascisti e il Regime, forse solo per allusioni. Per lui la condanna si limita solo a pochi altri mesi al fresco. L’accesso viene attribuito all’eccesso alcolico anziché a quello politico. Il personaggio che però è più rappresentativo di questa liaison tra vino e anarchici monfalconesi è Serafino Frausin. Originario di Muggia come tanti altri operai, attivisti anarchici e socialisti impiegati nel Cantiere Navale Triestino di Monfalcone. Schedato anarchico già diciassettenne a Muggia, si trasferisce a Monfalcone poco dopo la fondazione del C.N.T.. A Monfalcone Serafino alloggia all’osteria “Al popolo” (che si trovava sulla salita che conduce alla Rocca poco prima del sottopassaggio). Lì conosce Clara Saranz, una delle figlie del proprietario con cui in seguito si sposerà ed avrà una figlia. Durante la prima guerra mondiale, in concordanza con le proprie opinioni antimilitariste, diserta l’esercito austroungarico e ripara in Italia. Qui però al posto dell’accoglienza lo attende l’internamento in località impervie della Calabria e della Sardegna in quanto soggetto reputato politicamente inaffidabile. La conclusione del suo periodo di internamento avviene, a guerra finita da un pezzo: siamo quasi nel 1920, a Lucca. In questo periodo per mantenersi aggiusta orologi e fa conoscenza di un prete internato con il quale gioca a carte e beve talvolta qualche bicchiere di vino. Tornato a Monfalcone Frausin prosegue nella sua militanza politica e sindacale. Nonostante sia un operaio ‘cantierino’ si impegna anche direttamente nelle lotte agrarie che scoppiano nel vicino Friuli ex-austriaco. Dopo la guerra il settore dell’agricoltura della zona si trova in ginocchio, visto che i principali prodotti agricoli del goriziano – quali vino, frutta e ortaggi – che nell’Impero austroungarico non avevano avuto concorrenti, in Italia devono competere fin da subito con una produzione molto più abbondante ed economica e contemporaneamente la produzione rurale si trova davanti ad una chiusura dei mercati del Centro e Nord Europa. Nascono quindi violente lotte tra coloni e proprietari terrieri. Ad animarle il socialista (in seguito comunista) Giovanni Minut affiancato dall’anarchico Ernesto Radich segretario della Camera del lavoro di Monfalcone. In queste lotte una prima vittoria porta la convenzione per la divisione del vino tra proprietario e colono dall’80-20% al 60-40%. Poi però le trattative si fermano per concludersi appena nel giugno 1921. Il montante fascismo manda queste rivendicazioni gambe all’aria a forza di violenze e attentati. Lo stesso Frausin è vittima di un’aggressione squadrista da cui si salva fortuitamente perché i fascisti  che lo hanno attaccato lo credono morto. In seguito Frausin, tra mille avventure, giunge in Sud-America. Nelle sue peripezie prima di raggiungere il continente Latinoamericano spicca una in cui, in seguito ad una sbronza (che è facile immaginare come colossale) presa in un porto del mare del Nord in cui sbarca dal cargo in cui è imbarcato nell’equipaggio, viene arrestato con tutta la ciurma perché nessuno è in grado di pagare quanto consumato per il cambio di valuta dopo la svalutazione seguita alla crisi economica del 1929. Nel continente Sudamericano va in Venezuela. Qui, grazie ad un capitale accumulato con il suo lavoro di metallurgico specializzato e agli aiuti spediti dai suoi compagni di Trieste, apre un piccolo locale. Frausin però è un tipo altezzoso e austero e gli affari non vanno come vorrebbe. Decide allora di chiudersi con i pochi ma fidati amici nel locale finché non finisce tutto quanto c’è da bere. Poi espatria verso la Colombia dove inizia un’altra vita. Per un periodo si mantiene facendo il cercatore di platino nella foresta al confine con Panamà. Ammalatosi di una malattia tropicale ritorna alla capitale. Con la sua professionalità, maturata nei cantieri navali altamente specializzati di Muggia, Trieste e Monfalcone, comincia a progettare e costruire ponti. Si costruisce anche un’altra famiglia ma preferisce continuare a vivere da solo in albergo e mantenere la sua autonomia e libertà anche di giocare a carte e bere ogni tanto un bicchiere con gli amici della comunità italiana di Ibaguè, dove si è trasferito, costituita in buona parte da musicisti del locale conservatorio (il secondo più importante della Colombia). L’11 gennaio 1944 nasce il primogenito colombiano Vinicio, il cui nome completo è Serafin Vinicio. Il nome Vinicio (che Frausin dà sia alla figlia italiana avuta in precedenza che al primogenito colombiano) potrebbe essere ripreso dal tardo nome latino Vinicius, forse derivato da vinum, “vino”, col possibile significato di “amico del vino” o “del vino” (anche il secondogenito di Ermenegildo Gon si chiamava Vinicio e il primogenito dell’importante anarchico monfalconese – in seguito comunista e noto organizzatore sindacale – Ernesto Radich, Vinio). Concludo citando un telegramma spedito da Serafino Frausin letto pubblicamente ed apprezzato all’associazione antifascista Sociedad Mazzini de Colombia di Bogotà in cui celebrava la caduta del fascismo. Egli sintetizza bene l’approccio politico-esistenziale degli anarchici di Monfalcone: l’antiautoritarismo e l’azione diretta, la gioia indisciplinata di vivere, le idee e l’amore “esagerati” per la libertà. Il 10 agosto 1943 – pochi giorni dopo la destituzione del “Duce” ad opera del Gran Consiglio del fascismo – scrive Serafino Frausin esaltando i due strumenti di lotta e di vita: «Sono con voi in questi difficili momenti di lotta contro ogni forma di tirannia. Il ferro per assassinare i tiranni, il vino per festeggiarne i funerali. Abbasso il fascismo, viva l’Italia libera. Frausin».

corteo primo maggio1902 a Trieste

Trieste: corteo del primo maggio 1902, successivo al cruento sciopero generale del febbraio.

 

 

 

 

 

Roland Barthes legge La fisiologia del gusto di Brillat-Savarin

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Riproposta

“Pretendere che non si debbano cambiare i vini è un’eresia; la lingua si sazia e, dopo il terzo bicchiere, anche il vino migliore dà una sensazione appena ottusa.”

Brillat – Savarin.

Uno dei testi riconosciuti unanimemente come spartiacque della critica eno-gastronomica, oppure sarebbe meglio dire come nascita vera e propria delle critica gastronomica come disciplina autonoma, è quello scritto da  Jean-Anthelme Brillat-Savarin tra il 1820 ed 1823, “La fisiologia del gusto o Meditazioni di gastronomia trascendente”, editato, in forma anonima, a Parigi nel 1825. Questo può accadere anche perché nella seconda metà del Settecento, nel 1764 per la precisione, si verifica un piccolo fatto estremamente significativo: per la prima volta, nel secondo volume del ‘Traité des livres rares[1]’, i libri di cucina vengono classificati come ‘arte’ e non vengono più catalogati nella sezione di ‘Scienze e arti’, anche se rimangono nella sottoclasse di ‘Medicina’. Successivamente, nel ‘Catalogo Perrot’, grazie al lavoro Née de La Rochelle e Belin junior, la ‘cucina’ esce dalla sottoclasse ‘Medicina’ e viene separata da ‘Igiene’ e ‘Dietetica’. Anche se in seguito i cataloghi torneranno a mettere la ‘cucina’ nell’antica classificazione medica, la rottura epistemologica del periodo settecentesco è evidente e verrà poi recuperata nel secolo successivo. La cucina nel Settecento non è più al servizio della gola, ma, come tutte le arti, del buon gusto ed essa non deve più rispondere a caratteri soggettivi legati allo stato umorale di colui che mangia o al temperamento di una popolazione, ma deve in qualche modo rispondere a dei canoni di oggettivazione.

Il testo di Brillat-Savarin si compone di due parti: la prima si compone di XXX meditazioni che partono dall’ esplicazione “Dei sensi” e terminano con il “Florilegio”; la seconda parte, di commiato, è il suo viaggio gastronomico attraverso alcune ricette storiche sia in terra natia che di emigrazione che lo videro partecipe in prima persona.

Un secolo e mezzo più tardi, il grande semiologo Roland Barthes propone di leggerci, cioè di interpretare, le meditazioni trascendenti di Brillat-Savarin e decide di iniziare da un capitoletto che intitola così: “Gradi’.  Barthes ritiene che Brillat-Savarin renda esplicita una delle più importanti categorie formali della modernità: “lo scomporsi dei fenomeni in varî gradi[2].”

“Il gusto è appunto quel senso che conosce e pratica approcci multipli e successivi: entrate, ritorni, accavallamenti, tutto un contrappunto della sensazione[3].” In questo modo la sensazione gustativa viene assoggettata al tempo e su di lei si può sviluppare un racconto come nel campo letterario. Soltanto questa subordinazione del gusto allo scandirsi del tempo permette di acquisire sorprese e sottigliezze: “si tratta dei profumi che, per così dire, si pongono già in partenza come ricordi: nulla avrebbe impedito a Brillat-Savarin di analizzare la madeleine di Proust[4].”

Vi sono, infatti, per Brillat-Savarin tre sensazioni del gusto: quella diretta, che corrisponde alla prima impressione in bocca, quando ciò che beviamo (mangiamo) è ancora sulla parte anteriore della lingua; quella completa, che si compone dalla prima impressione più quella del cibo (liquido) che è passato nel retrobocca e “colpisce tutto l’organo con il sapore e con il profumo[5].”

Ed infine la sensazione riflessa, che è il  giudizio dell’anima sulle impressioni che l’organo le ha trasmesse.

Senza quella storia, oggi non descriveremmo il vino così come lo facciamo, né parleremmo delle sue evoluzioni nel tempo e delle sue inspiegabili trasformazioni.

[1] Bibliographie instructive, ou Traité de la connoissance des livres rares et singuliers … / par Guillaume-François De Bure, le jeune, … Tome 1. ó-7.]. – A Paris : chez Guillaume-Francois De Bure le jeune, Libraire, quai des Augustins, 1763-1768. – 7 v.

[2] Brillat-Savarin letto da Roland Barthes, Sellerio Editore, Palermo 1978 (Edizione originale: Physiologie du goût avec una Lecture de Roland Barthes, Hermann, Paris 1975), pag. IX

[3] Ibidem, pag X

[4] Ivi

[5] Jean-Anthelme Brillat-Savarin, Fisiologia del gusto o Meditazioni di gastronomia trascendente, Slow Food Editore, Bra (Cn) 2008, pag. 50

Il vitigno come diverso dall’uno.

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Riproposta.

Una volta Zhuang Zhou sognò che era una farfalla svolazzante e

 soddisfatta della sua sorte e ignara di essere Zhuang Zhou.

Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore di essere Zhuang Zhou.

Non seppe più allora se era Zhou che sognava di essere una farfalla,

o una farfalla che sognava di essere Zhou.

Tra lui e la farfalla vi era una differenza.

 Questo è ciò che chiamano la metamorfosi degli esseri.

(Zhuang-zi [Chuang Tzu], II)

Il problema della definizione dei contrari “identico-diverso” “ simile-dissimile” “eguale-diseguale” si pone sin dall’antichità greca come uno dei problemi nodali del dibattito filosofico. Quello che sta alla base della discussione è stabilire la natura di “ciò che è” e di ciò che da questo, pur opponendosi, ne deriva, ovvero “ciò che non è”.  Il rapporto tra le coppie di opposti identico-diverso e simile-dissimile è tale che non solo dall’identico deriva il simile, e dal diverso il dissimile, ma anche che dall’identico nasce il dissimile e dal diverso il simile. Se due cose sono identiche, proprio per questo hanno qualcosa di dissimile: se l’identità fosse assoluta non si tratterebbe di due cose, ma di una; se sono invece diverse, proprio per questo sono anche simili: altrimenti non sarebbero neppure comparabili. Il primo a porre la questione in maniera sistematica è Platone di cui riporto questo breve tratto del suo Parmenide (9):

«La natura dell’uno non è affatto anche identica a quella dell’identico» «E perché?» «Perché quando qualcosa diviene identico a qualcos’altro, non diventa uno». «Beh, ma perché?» «Divenendo identico ai molti, di necessità diventa molti ma non uno». «Vero». «Ma se l’uno e l’identico non differiscono in nessuna maniera, allorquando qualcosa divenisse identico diverrebbe sempre uno ed allorquando divenisse uno diverrebbe identico». [139e] «Assolutamente sì». «Se l’uno sarà identico a sé stesso, allora non sarà uno con sé stesso, e così, pur essendo uno, non sarà uno. Ma questo, ecco, è impossibile; è impossibile allora per l’uno sia essere diverso da un diverso sia anche essere identico a sé stesso». «Impossibile». «E così ecco che l’uno giammai sarebbe diverso oppure identico né rispetto a sé stesso né rispetto ad un diverso». «No, ecco». «E non sarà né simile né dissimile a qualcosa, né a sé stesso né ad un diverso». «E perché?» «Perché l’identico è in qualche modo passibile di esser simile». «Sì». «Eppure parve che l’identico fosse di natura separato dall’uno». [140a]

Ciò che ci giunge da allora è insomma l’idea che ciò che è identico sia passibile di essere simile e non uguale (con il medesimo corredo genetico direbbe qualcuno), poiché separato e generato dall’entità prima. Le scienze matematiche e fisiche vengono investite da subito della disputa filosofica, grazie anche all’influenza secolare del neoplatonismo (Plotino e le sue Enneadi in primis): identità, uguaglianza, proporzione, temporalità, contenuto, forza e resistenza devono trovare uno spazio di definizione e di verifica entro le strette maglie delle esegesi di Platone sino all’epoca medievale. Per primo il Dottore Profondo (Tommaso Bradwardine, Trattato sulle proporzioni del 1328), esponente di punta dei calculatores del Merton College di Oxford,va ad osservare che nel concetto di proporzione di uguaglianza (proportio o ratio aequalitatis) “nessun rapporto è maggiore o minore di un rapporto di uguaglianza.” Da ciò deriva la nozione di verità come precisione, concetto che viene sviluppato da Biagio Pelacani da Parma, in particolare nel suo commento al Trattato sulle proporzioni, «per dimostrare, in termini matematici, la natura indivisibile dell’intelletto. La proportio aequalitatis, espressa dalla proporzione 1 : 1, è per Biagio un’unità che è in proporzione di uguaglianza solo con se stessa, il rapporto dell’uno con se stesso; tale concetto indica un’unità intellettuale identica solo a se stessa, un punto matematico indivisibile: l’indivisibile, infatti, non è né uguale né disuguale rispetto a nessuna cosa, essendo identico a sé stesso[1]

«In natura non esiste “l’uguale all’altro”[2]», dice oggi Elisabetta Foradori.

L’uguaglianza, insomma, non presuppone necessariamente l’identità.


[1] Tatiana Ragno, Verità e conoscenza nel pensiero di Niccolò Cusano, dottorato di ricerca in filosofia, ciclo XXIII, Verona, pp. 65,66

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