Il vino industriale: F. W. Taylor in cantina.

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L’industrializzazione vinicola.

Le ragioni storiche che segnarono il processo di industrializzazione vinicola sono più o meno le stesse che informarono gli altri settori della trasformazione manifatturiera. Già a partire dalla prima metà dell’Ottocento si posero alcuni problemi tra loro intimamente legati:

  1. Razionalizzazione della produzione finalizzata alla realizzazione di processi di produzione standardizzati.
  2. Unificazione dei processi produttivi (vigneto/cantina) tramite aggregazioni di lavoro che facilitassero economie di scala.
  3. Costruzione di un prodotto vino uniforme e riconoscibile sui mercati internazionali.
  4. Riduzioni delle specie coltivate, favorendo quelle resistenti /produttive.
  5. Costruzione di un moderno sistema di conservazione e di commercializzazione del prodotto finale.
  6. Utilizzo delle migliori conoscenze e degli sviluppi in ambito scientifico e tecnologico atte a favorire i punti sopra-indicati.

Questo impetuoso sviluppo del capitalismo agrario, non esente da residui feudali, come li ebbe a definire Emilio Sereni[1], portò con sé non solo processi di organizzazione standardizzata del lavoro basati sullo sfruttamento di un larga parte della manodopera agricola salariata da una parte, e lo sviluppo della piccola proprietà privata contadina a conduzione familiare dall’altra (come superamento tortuoso dell’istituto contrattuale della mezzadria), ma anche nuove mentalità collettive. Con queste intendo “l’oggetto delle indagini – definito in generale, utilizzando l’apparato concettuale e lessicale elaborato e utilizzato dai maggiori protagonisti di questa storiografia – è quell’insieme di conoscenze, di saggezze anonime e diffuse, inconsapevoli o solo parzialmente consapevoli, di abitudini e modelli di comportamento automatici, condivisi e persistenti, diffusi in una cultura, e che costituiscono l’attrezzatura mentale collettiva, la radice delle pratiche culturali. Credenze, visioni del mondo, sensibilità, percezioni e rappresentazioni della realtà spesso caoticamente strutturate in nebulose mentali di lunga durata, tali da costituire il basso continuo di una società[2].” Quello che cambiò all’epoca e che ebbe un peso trascinante per tutti i secoli a venire, fu quello di attribuire un orientamento quasi fideistico al concetto di progresso. Da qualsiasi punto di vista lo si guardasse, il problema era divenuto quello di gestire lo sviluppo nelle sue contraddizioni (di classe, di genere, ambientali….) e di espellere, come anti-razionali, tutte le istanze che problematizzavano tale processo. Sarebbe lungo dibattere sulla storia di chi e in che modo si oppose, ideologicamente, ad un idea di sviluppo lineare della storia, progressivo, congruente dal punto di vista scientifico e chi, invece, lo sostenne a vario titolo. Si dà, in più di un caso, l’intersezione delle due volontà e, a volte, le sfumature prevalsero su istanze monocrome ben situate. Ma sarebbe altrettanto presuntuoso pensare che il dibattito odierno, che investe il lavoro contadino, la produzione artigianale, i vini ‘naturali’… sia tutto frutto di una disputa della contemporaneità informatizzata. Le radici dello scontro sono ben più antiche. Come sarebbe difficilmente pensabile una controversia sul vino che non tenga conto delle influenze provenienti da altri settori, fortemente attrattivi, quanto pesantemente ideologizzati nel produrre un marketing politicamente corretto: salute, benessere, natura, pulizia, etica, bontà sono divenuti  messaggeri di un mondo altro che ha lastricato, spesso e volentieri, strade di ottime intenzioni e di improbabili realizzazioni.taylor

Meccanizzazione e chimizzazione.

Tornando all’Ottocento, risultano interessanti le considerazioni di Giorgio Pedrocco quando sostiene che il processo di industrializzazione della produzione vinicola sia passato attraverso due direttrici: «da un lato la meccanizzazione, dall’altro la chimizzazione del processo di vinificazione; entrambe queste discipline chiedevano dei loro ‘pedaggi’, che lo trasformarono e gli fecero assumere una connotazione industriale. La meccanizzazione riguardò sopratutto le prime fasi del ciclo: alcune macchine come le pigiatrici – diraspatrici e i torchi mossi dalle macchine a vapore, avevano il compito primario di risparmiare lavoro e di far fronte al grosso dispendio di manodopera e all’occupazione di grandi spazi che la pigiatura a forza d’uomo comportava. (…) La chimizzazione riguardava soprattutto le fasi successive alla pigiatura e aveva lo scopo di stabilizzare  il vino per garantire la conservazione e facilitarne trasporto e commercializzazione. Un’operazione completamente nuova, volta a prevenire l’acetificazione del vino era la ‘pastorizzazione’. Messa a punto da Pasteur a metà del XIX secolo, richiedeva un riscaldamento del vino a 60 gradi per distruggere tutte le colonie di microrganismi, soprattutto il Mycoderma aceti e il Mycoderma vini.  (…) Anche il travaso del vino, questa tecnica antichissima che completava la fermentazione e ripuliva il vino attraverso lenti processi di sedimentazione, venne notevolmente agevolato dall’introduzione di pompe che facilitavano e velocizzavano i flussi di liquido da una botte all’altra. In questa fase – per la  stabilizzazione del vino e per evitare l’acetificazione – si doveva operare un trattamento chimico aggiungendo del bisolfito di sodio. Con lo stoccaggio del vino il moderno impianto industriale si distingue dalle cantine tradizionali consentendo, da un lato, all’impresa di far fronte alle necessità di mercato anche nelle annate sfavorevoli attingendo alle riserve e dall’altro, di assicurare al prodotto quelle caratteristiche costanti che realizzavano per i  vini ‘industriali’ un rapporto più consolidato con il mercato. (…) Ulteriori perfezionamenti riguardarono i trasporti ferroviari, dove la società di esportazione Cirio ideò dei vagoni cisterna  con rivestimenti interni di alluminio che consentirono un ulteriore salto di qualità nella distribuzione dei prodotti enologici[3]

Parlare dell’industrializzazione enologica significa anche entrare nel merito dell’alfabetizzazione scolastica a cui fanno da contrappunto la produzione di migliaia di opuscoli divulgativi  a carattere pedagogico. Nei primi decenni post-unitari, per la prima volta nella storia della cultura italiana si assiste ad un netto aumento della produzione di titoli di argomento scientifico, addirittura maggiore rispetto a quelli letterari. I dati generali sono significativi: nel 1863 in Italia si stampavano 4243 titoli, nel 1886 si arriva a 9003. Le pubblicazioni con tematiche viti-vinicole[4] hanno, non diversamente da altri argomenti di carattere tecnico, culturale e sociale, uno sviluppo impetuoso che trova la sua ascesa  in concomitanza, a fine Ottocento, con fenomeni, in parte già citati, quali le inchieste agrarie, lo sviluppo delle cattedre ambulanti, l’aumento della scolarizzazione e dell’alfabetizzazione, la fede per il progresso e le scienze positive, la diffusione delle conoscenze tecniche e delle tecnologie applicate in vari settori. E poi le grandi esposizioni internazionali, la nascita delle scuole di specializzazione in campo enologico, la fondazione di associazioni di settore e via dicendo.

F. W. Taylor. ford e taylor

Frederick Winslow Taylor (1856 –1915), ingegnere americano e componente dell’Associazione Americana degli Ingegneri Meccanici (ASME)  presentò, durante gli incontri presso l’associazione, diverse relazioni, che ora sono raccolte in “Direzione di officina, Principi di organizzazione scientifica del lavoro e la Deposizione di Taylor davanti alla Commissione speciale della Camera dei Deputati” sulle sue principali idee in merito all’organizzazione razionale di lavoro in fabbrica. Da lui prende il nome quel fenomeno storico-sociale che va sotto il nome di “fordismo-taylorismo” (il primo termine si riferisce alla Ford –modello T di Henry Ford). L’assunto principale è che esiste un modo ottimo e uno solo per compiere qualsiasi operazione del ciclo produttivo. One Best Way indica il modo più economico per compiere una data operazione in termini di quantità e tipi di movimenti. Naturalmente tutto questo lo deve decidere la direzione:  la One Best Way non ammette l’esistenza di ritmi individuali. Non esistono ritmi individuali, dunque, il lavoro è estremamente parcellizzato e scomposto in operazioni semplici. Il prodotto finale è identico (presunto).

Trasporto materiale con carriola[5].

a = tempo per caricare una carriola con qualsiasi materiale;

b = tempo per prepararsi al trasporto;

c = tempo per trainare una carriola carica per metri 30,5 (pari a 100 piedi);

d = tempo per scaricare e voltare;

e = tempo per ritornare per metri 30,5 con carriola scarica;

f = tempo per lasciare la carriola e cominciare a paleggiare (usare la pala);

p = tempo per frantumare un m3 col piccone;

P = percentuale di giornata per riposo e inevitabili interruzioni;

L = carico di una carriola in dm3;

B = tempo per frantumare, caricare e trasportare un metro cubo di terra di una data qualità ad una data distanza.

Allora:

B = (p + [a+b+d+f + (distanza di trasporto)/30,5 +(c+e)] 1000/L )(1 + P)

Così, quasi per concludere.

Lungi da me riproporre il ritorno del lavaggio degli indumenti a mano nel fiume sotto casa. Mi piace pensare che il vino, la vita e tutto il resto siano delle carriole un po’ zigzaganti.

 


[1] Cfr. Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860 – 1900), Einaudi , Torino 1968 (prima edizione 1947)

[3] Giorgio Pedrocco, Viticoltura e industria enologica, in Pier Paolo D’Attorre e Alberto De Bernardi (a cura di), Studi sull’agricoltura italiana. Società rurale e modernizzazione, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 1994, pp. 327 – 329

[5] F. W. Taylor, Direzione di officina in L’organizzazione scientifica del lavoro, Edizioni di Comunità, Milano 1952,  pag. 107

Un’altra storia: la prima Cantina Sociale dell’Oltrepò Pavese.

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montù

Una serata così… Il circolo Arci “Zenzero” di Genova mi invita a presentare il libro in una uggiosa serata di gennaio, di mercoledì, alle 18.30.  Poche persone si seggono davanti al tavolo preparato per l’occasione. L’età media supera gli anta abbondantemente. Tutte donne estremamente interessate all’argomento: un piacere chiacchierare con loro. Alla fine, tra un bicchiere di vino e una pezzo di focaccia, mi avvicina una di loro e racconta che un suo parente (lo zio, fratello di suo padre Giovanni) fu il fondatore di una delle prime cantine sociali sorte in Italia e la prima nata con successo nell’Oltrepò Pavese: quella di Montù Beccaria. Qualche tempo dopo Aurora Montemartini chiama al telefono invitandomi ad andare a casa sua perché mi vuole dare un libro[1] che racconta di Luigi Montemartini e della fondazione della cantina sociale. Questo breve racconto lo dedico a lei e a quella storia. 

La Cantina Sociale di Montù Beccaria. Agli inizi del ‘900. Un secolo fa, tanto è lontano. I socialisti, da poco partito, sono lacerarti al loro interno: diverse tendenze, che andranno ad approfondirsi nel corso degli anni a seguire, parlano lingue tra loro inconciliabili. I “sindacalisti”, i rivoluzionari per lo sciopero insurrezionale da una parte e i riformisti, gli attendisti, i gradualisti e gli istituzionali dall’altra. Fuori, senza alcuna possibilità di mediazione, se non quella che la storia consegnerà al proletariato vittorioso per i primi e le istituzioni come strumento di allargamento del socialismo che si fa Stato, per i secondi. Furono proprio questi ultimi ad occuparsi della produzione agricola e vitivinicola in forma associata come mezzo di superamento della piccola proprietà capitalistica individuale e mezzadrile. La storia che voglio qui ricordare si svolge in quella terra che va sotto il nome di Oltrepò Pavese e parte da un piccolo paesino chiamato Montù Beccaria. Il protagonista della storia è Luigi Montemartini, deputato socialista del collegio di Stradella, coadiuvato dal fratello Giovanni. Dopo due tentativi fallimentari operati dal professor Amilcare Fracchia e da alcuni proprietari vicini al partito socialista di costruire una Cantina Sociale a Stradella, i due fratelli Monetmartini studiano esempi di cantine sociali realizzate con successo, tra le quali si annovera l’esperienza statunitense della  “California Winemakers Corporation[2]”. Luigi Montemartini inizia la propaganda per la costituzione della Cantina sociale nell’ottobre del 1901: la fase di raccolta delle adesioni si conclude nell’estate del 1902 dove 58 soci si riuniscono in assemblea e redigono lo statuto e il regolamento della nuova cantina collettiva. La somma sottoscritta è sufficiente all’acquisto di un terreno dove sorgerà, a fine dell’estate del 1902, grazie al contributo progettuale di Angelo Omodeo, lo stabilimento ad uso cantina.

La prima vera discussione: come classificare le uve e quanto pagarle. Dopo una lunga discussione tra soci, avvenuta il giorno di ferragosto del 1902, viene dato l’incarico ad una commissione formata da 33 esperti di valutare la natura dei terreni e la qualità delle uve che ivi trovano dimora. Il criterio comunemente accettato è quello dell’esame glucometrico del mosto dopo la pigiatura e, sulla base delle variazioni possibili di quest’ultimo, seguono le diversificazioni relative al prezzo: a parità di contenuto glicosico ogni tipologia d’uva superiore viene pagata, rispetto a quella inferiore, una lira in più al quintale. Dal basso verso l’alto, le uve vengono così classificate: nostrana, bastarda, basdarda-fina, finissima. La cantina si dota anche, su proposta di Luigi Montemartini, di un Direttore enologo chiamato a dirigere le operazioni di cantina e a predisporre l’acquisto di nuove macchine. La scelta ricade sul giovane enotecnico Luigi Baraldi. Lo Statuto sociale manoscritto del 27 gennaio 1907 precisa alcune condizioni associative. Ogni vignaiolo, per potersi associare, deve pagare un corrispettivo corrispondente ai quintali d’uva che vuole conferire alla cantina, che per i soci fondatori equivale ad una lira per quintale. Il massimo di uva consegnabile per ciascun socio è di 40 quintali, derogabili a detta insindacabile del Consiglio di amministrazione nel caso in cui le uve provengano, in quantità superiore, dal medesimo vigneto. Le uve devono provenire da terreni o parte di essi posizionati nel comune di Montù Beccaria indicati al momento dell’ammissione in qualità di socio. Sono conferibili le uve provenienti da altri terreni soltanto nel caso in cui vi siano stati dei danni a quelle dei fondi designati. Durante la vendemmia, che avviene nei giorni designati dal Direttore della cantina, i soci godono di un acconto sulle uve che forniranno a venire. Infine, i ricavi provenienti dalla vendita del vino vengono suddivisi in tre parti: la prima per l’ammortamento degli impianti, per il pagamento degli interessi e per un piccolo fondo di riserva. Una seconda parte per liquidare le operazioni di credito. E la terza viene divisa equamente tra i soci sulla base della quantità di uve consegnate. Il 26 settembre del 1902, terminata la vendemmia, le uve vengono portate in canina dove due grandi pigiatrici-sgranatrici a vapore iniziano a diraspare oltre 4000 quintali d’uva per una produzione iniziale di 2307 ettolitri di vino da “pasto”, 606 da “pasto scelto” con l’impiego di 22-23 maestranze. La cantina si dota anche di un torchio elettrico, di uno idraulico e di due pompe per la conduzione e il travaso del vino. Tra i primi acquirenti  del vino della cantina sociale di Montù Beccaria viene annoverato l’Ospedale di Cremona per un totale di 500 ettolitri. Nel 1908 il Ministero dell’Agricoltura dona alla cantina 8 botti da 50 ettolitri. Nel 1910 gli associati salgono a 435 e l’uva consegnata aumenta sino ad arrivare a 11.700 quintali nel 1913[3].

Accenni sull’ampelografia dell’Oltrepò Pavese.

Pre-fillossera. Secondo l’indagine pre-fillosserica svolta da Osvaldo Failla i territori maggiormente vitati e con una solida tradizione viticola sono quelli orientali: Broni, Stradella, Montù Beccaria e Santa Giulietta. Le uve maggiormente coltivate sono la Moradella, la Croatina e l’Ughetta (Uvetta ovvero la Vespolina). Nella regione centrale dell’Oltrepò, nei territori di Montalto Pavese e Casteggio, si fa sentire l’influsso del vicino Piemonte, da cui i vitigni maggiormente coltivati sono il Dolcetto e il Barbera. Poi il Vogherese dove prevalgono l’Ughetta, il Croà e il Vermiglio da una parte e Barbera, Dolcetto e Moretto dall’altra. Tra i bianchi il vitigno maggiormente coltivato è il Trebbiano seguito a debita distanza dalla Malvasia e dal Moscato. Poi il Trebbianino, il Cortese, la Verdea, il Mostrino, il Grè e l’Altrugo (indagine del 1884).

Il Pinot Nero. Il primi tentativi di introduzione del Pinot nero in terra piemontese risalgono al ventennio 1820 -1840, ma senza successo per l’inadattabilità del vitigno ai diversi terroir climatici del Piemonte. Fra gli anni 50 e 60 dell’Ottocento, soprattutto nel territorio del casalese alessandrino, grazie all’operato di Gancia, si tenta di introdurre nuovamente il Pinot per la spumantizzazione. Ancora una volta senza alcun successo. Vi è però un’area, confinante con quella alessandrina, in cui la coltivazione del Pinot ha un successo notevole: il Bollettino del Comizio Agrario di Voghera, redatto nel 1875, relativo all’escursione in Vallescuropasso, parla dello splendido vigneto coltivato esclusivamente a Pinot nero nell’azienda dei Giorgi Vimercati di Vistarino. Dopo la devastazione fillosserica, giunta alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, l’Oltrepò Pavese accentua la sua vocazione internazionale salvaguardando ben poco delle coltivazioni precedenti. A parte le storiche uve a bacca nera Barberba, Bonarda e Croatina, qualcosa di meno di Uva rara e Ughetta e l’insperato successo del Pinot Nero, il territorio pavese vede viepiù l’introduzione di vitigni internazionali: Pinot Grigio,Chardonnay, Riesling e Sauvignon Bianco[4]. Ma è già storia del presente.

L’immagine è tratta da http://www.ilmontu.com/azienda.html

[1] Le notizie fondamentali di questo articolo sono tratte da: Alberto Magnani, Luigi Montemartini nella storia del riformismo italiano, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1990

[2] Cfr. Simone Cinotto, Terra soffice uva nera: vitivinicoltori piemontesi in California prima e dopo il proibizionismo, Torino, Otto, 2007

[3] Luciano Maffi, Storia di un territorio rurale. Vigne e vini nell’Oltrepò Pavese. Ambiente, società, economia, Franco Angeli, Milano 2010, pp. 123, 124

[4] Cfr. Luciano Maffi, Natura docens. I vignaioli e sviluppo economico dell’Oltrepò Pavese nel XIX secolo, Franco Angeli, Milano 2013; Luciano Maffi, Storia di un territorio rurale. Cit.

Arthur Rimbaud, il vino.

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rimbaud2

“Un tempo, se ricordo bene,

la mia vita era un banchetto in cui tutti i cuori s’aprivano,

in cui tutti i vini scorrevano”.

Arthur Rimbaud, Una stagione allinferno (Une saison en enfer)

Al cinema: Jeune et jolie, Giovane e bella in italiano. La narrazione lineare del film, a un cero punto, viene sospesa e irrompe, con il volto di alcuni personaggi che si rivolgono direttamente al pubblico come in una pièce teatrale, la poesia di Rimbaud: Roman (Romanzo). Un tempo sospeso di forte emotività che si accentua durante la recitazione e che si conclude, con le lacrime agli occhi della protagonista, Marine Vacth, nell’ultima strofa.

La poesia, per intero:

                                             I

 

   Non si può essere seri a diciassette anni.

   – Una sera al diavolo birra e limonate

   E i chiassosi caffè dalle luci splendenti!

   – Te ne vai sotto i verdi tigli del viale.

 

   Come profumano i tigli nelle serate di giugno!

   L’aria talvolta è così dolce che chiudi gli occhi;

   Il vento è pieno di suoni, – la città non lontana, –

   E profuma di vigna e di birra…

 

                                             II

 

   – Ed ecco che si scorge un piccolo brandello

   D’azzurro scuro, incorniciato da un piccolo ramo,

   Punteggiato da una cattiva stella, che si fonde

   Con dolci brividi, piccola e tutta bianca…

 

   Notte di giugno! Diciassette anni! – Ti lasci inebriare.

   La linfa è uno champagne che ti sale alla testa…

   Si vaneggia; e ti senti alle labbra un bacio

   Che palpita come una bestiolina…

 

                                         III

 

Il cuore, folle Robinson nei romanzi,

- Quando, nel chiarore di un pallido fanale,

Passa una signorina dall’aria incantevole,

All’ombra del terrificante colletto paterno…

 

E siccome ti trova immensamente ingenuo

Trotterellando nei suoi stivaletti,

Si volta, lesta, con movimento vivace…

- E sulle tue labbra muoiono le cavatine

 

                                         IV

 

E sei innamorato. Preso fino al mese d’agosto.

Sei innamorato. – I tuoi sonetti La fan ridere.

Gli amici se ne vanno. Sei di pessimo gusto.

- Poi l’adorata una sera si è degnata di scrivere…!

 

Quella sera,… – torni ai caffè splendenti,

Ordini birra o limonata…

- Non si può essere seri a diciassette anni

Quando i tigli sono verdi lungo il viale.

 

I

On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans.
– Un beau soir, foin des bocks et de la limonade,
Des cafés tapageurs aux lustres éclatants !
– On va sous les tilleuls verts de la promenade.

Les tilleuls sentent bon dans les bons soirs de juin !
L’air est parfois si doux, qu’on ferme la paupière ;
Le vent chargé de bruits – la ville n’est pas loin -
A des parfums de vigne et des parfums de bière….

II

- Voilà qu’on aperçoit un tout petit chiffon
D’azur sombre, encadré d’une petite branche,
Piqué d’une mauvaise étoile, qui se fond
Avec de doux frissons, petite et toute blanche…

Nuit de juin ! Dix-sept ans ! – On se laisse griser.
La sève est du champagne et vous monte à la tête…
On divague ; on se sent aux lèvres un baiser
Qui palpite là, comme une petite bête….

III

Le coeur fou Robinsonne à travers les romans,
Lorsque, dans la clarté d’un pâle réverbère,
Passe une demoiselle aux petits airs charmants,
Sous l’ombre du faux col effrayant de son père…

Et, comme elle vous trouve immensément naïf,
Tout en faisant trotter ses petites bottines,
Elle se tourne, alerte et d’un mouvement vif….
– Sur vos lèvres alors meurent les cavatines…

IV

Vous êtes amoureux. Loué jusqu’au mois d’août.
Vous êtes amoureux. – Vos sonnets La font rire.
Tous vos amis s’en vont, vous êtes mauvais goût.
– Puis l’adorée, un soir, a daigné vous écrire…!

- Ce soir-là,… – vous rentrez aux cafés éclatants,
Vous demandez des bocks ou de la limonade..
– On n’est pas sérieux, quand on a dix-sept ans
Et qu’on a des tilleuls verts sur la promenade.

29 sept. 70    Arthur Rimbaud

Il vino, la vigna tornano in alcune poesie di Rimbaud sotto forma di metafora sinestetica, che consiste nell’associare in un’unica immagine due parole o due segmenti discorsivi riferiti a sfere sensoriali diverse: la città non lontana che profuma di vigna e di birra; o ancora la linfa è uno champagne che ti sale alla testa…

Un mese più avanti, nell’ottobre del 1870, Le buffet (La credenza):

È un’ampia credenza scolpita; la quercia scura,

Molto antica, ha preso l’aspetto bonario dei vecchi;

La credenza è aperta, e versa nella sua ombra

Come un fiotto di vecchio vino, profumi allettanti; …

E poi, ancora, in Vagabonds (Vagabondi – 1872), poema in cui viene rievocata la relazione con Paul Verlaine, sugli antichi ed erranti viaggiatori, ebbri soltanto della propria ascesi (il vino delle caverne):

Avevo infatti, con assoluta sincerità di spirito, assunto l’impegno di restituirlo alla sua condizione primitiva di figlio del Sole – ed erravamo, nutriti del vino delle caverne e del biscotto della strada, io ansioso di trovare il luogo e la formula.

Sono i vini azzurri lavati dall’acqua verde che penetra nello scafo, il bateau ebbro che «acquista libertà dagli uomini e che tenta l’esperienza di un regno in cui libertà è purificazione, veggenza, morte[1]


[1] Furio Jesi, Lettura del “Bateau ivre” di Rimbaud, Quodlibet, Macerata 1996, pag. 18

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