Innamorarsi (del vino) senza condizione e il tacchino induttivo.

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tacchino«Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell’allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi,sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un’inferenza induttiva come questa: “Mi danno il cibo alle 9 del mattino”. Purtroppo, però, questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato.[1]»

Bertrand Russell

Il concetto di induzione deriva dal greco epagoghé (επαγωγή), che significa “portar dentro”: il primo esempio filosofico è quello che ci proviene dal metodo aristotelico del sillogismo, «la via che dalle cose particolari (singole) conduce agli universali.» (Aristotele, Topici, I. 12, 105a, 13-14). David Hume, un po’ più in là, nel Settecento, distingue tra due tipi di proposizioni (An Inquiry Concernine Human Understanding): quelle che riguardano le relazioni tra idee e quelle che riguardano le questioni di fatto. Le prime sono proposizioni il cui contenuto è limitato alle relazioni tra i nostri concetti e idee, di cui ogni proposizione vera può essere provata deduttivamente, poiché la negazione contiene una contraddizione. E’ ciò che in matematica si chiama reductio ad absurdum. Per ciò che riguarda le relazioni sulle questioni di fatto, per Hume e per gli Empiristi Inglesi che lo precedono (John Locke e George Barkeley), la cosa si complica leggermente: poiché il reale è provabile non per contraddizione logica, ma soltanto dai sensi, è solo tramite i nessi di causalità e poi di contiguità che si può arrivare a definire un processo di verità per induzione. La verità si apre alla dimostrabilità probabilistica e a tutto ciò che ne seguirà, anche dal punto di vista ideologico: «la conclusione di Hume non è semplicemente che non possiamo mai essere certi della conclusione di un argomento induttivo, ma è la tesi ben più radicale secondo la quale non possiamo mai essere in possesso di alcuna ragione per credere che sia vera piuttosto che falsa[2].» E allora «mostratemi chi devo desiderare. L’essere amato è desiderato perché un altro o degli altri hanno segnalato al soggetto che esso è desiderabile: per quanto speciale esso sia, il desiderio amoroso viene scoperto per induzione[3].» Ed è così per il vino: mostratemi chi devo amare! Ma poi: “Ttoglietevi dai piedi! Lacsiatemi la luna e tenetevi il dito!”


[1] Bertrand Russell in A. F. Chalmers, Che cos’è questa scienza?, Mondadori, Milano 1979, p.24

[3] Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino 1979, pp. 112, 113

Gli Stati Uniti riconoscono solo i marchi aziendali: il territorio scompare, pure nel vino.

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ttip-5Oggi.

L’Europa è da lungo tempo in trattativa con gli USA per l’approvazione del  TTIP. Cos’è il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)?: “Il partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti  (TTIP) è un accordo commerciale che è attualmente in corso di negoziato tra l’unione Europea e gli Stati Uniti. (…) Ha l’obiettivo di rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per facilitare l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti.” Ci sono mille e una ragione per opporsi a questi accordi e non solo per quanto riguarda il settore agroalimentare.

Ma, per forza di cose, dobbiamo fare un salto indietro ed occuparci dei meccanismi di riconoscimento reciproci che legano i trattati internazionali sul libero scambio. Per capire meglio cosa potrebbe accadere nel futuro.

Ieri, l’altro.

In un volume collettaneo del 2006 edito da Franco Angeli[1] alcuni studiosi internazionali analizzano il mercato del vino e le sue tendenze strutturali all’interno delle strategie concorrenti per ogni paese. È bene ricordare che questo studio investe un’Europa in cui la nuova OCM vino è ancora  a venire e di cui si intuiscono alcuni capisaldi e prospettive, ma non il dispiegamento attuale. Dopo una prospettiva del mercato del vino internazionale, vengono analizzati, in  termini monografici, i mercati di singoli paesi europei ed extraeuropei: Francia, Italia, Spagna, California, Cile, Argentina, Australia. Il volume si conclude con l’analisi di alcune problematiche e con lo studio specifico del caso Campania. Il volume in questione, sebbene sia recente, ha la valenze di un documento storico, di una fotografia statistica degli anni novanta sino ai primi del 2000, in cui si mettono in evidenza sostanzialmente due elementi: l’esplosione del mercato internazionale e dei nuovi produttori, ma anche delle nuove possibilità di esportazione dei vini europei ed il fallimento degli accordi multipli[2], a causa della mancanza dei relativi accordi attuativi, secondo i quali gli Stati aderenti avrebbero dovuto costituire ‘un sistema multilaterale di notifica e registrazione delle indicazioni geografiche per i vini ammissibili alla protezione nei membri partecipanti’. La differenziazione tra Europa, Stati Uniti e Cina è rilevante ai fini della comprensione del fallimento degli accordi bilaterali, in merito proprio alla nozione di denominazione di origine come legame tra prodotto e territorio: «Onde valutare la portata delle novità introdotte dall’Accordo UE/USA con riferimento alla tutela delle indicazioni di qualità, è indispensabile esaminare, seppur brevemente, il quadro di riferimento: la disciplina applicabile in materia di denominazioni d’origine prima della conclusione dell’Accordo, nelle relazioni tra USA e Unione Europea; le problematiche all’epoca aperte, originatesi anche da differenti valutazioni e interpretazioni sulla portata degli accordi internazionali applicabili.

Già la convenzione di Parigi del 20 marzo 1883 sulla proprietà industriale, menziona esplicitamente le indicazioni di provenienza, come segno oggetto di tutela, così riconoscendo che anche le denominazioni d’origine potevano costituire l’oggetto di proprietà industriale, in quanto estrinsecazione dell’attività e della creatività dell’uomo, ovvero della collettività, che opera in un determinato territorio. Nello specifico la convenzione  si limitava, però, ad introdurre l’obbligo per i firmatari di sanzionare l’utilizzazione diretta o indiretta di un’indicazione falsa relativa alla provenienza di un prodotto, senza peraltro fornire ulteriori specificazioni in ordine a cosa dovesse intendersi per ‘provenienza’ e, quindi, senza introdurre alcun collegamento tra un prodotto ed uno specifico territorio. Questo primo approccio fu reso, poi, più incisivo per effetto della conclusione dell’Arrangement di Madrid avvenuto il 14 aprile 1891 nonché dei successivi aggiornamenti, tra cui da ultimo quello contenuto nel protocollo di Lisbona del 31 ottobre 1958.

Qui troviamo una specifica definizione delle denominazioni di origine oggetto di tutela, che sono ‘costituite da denominazioni geografiche di uno stato, regione o località e intese a designare un prodotto ivi originario, con qualità e caratteri collegati esclusivamente ed essenzialmente ad un centro geografico (o per particolarità delle relative condizioni naturali, dei relativi metodi di produzione, fabbricazione o per le forme di specializzazione industriale o artigianale, o per l’esistenza nella zona di particolari condizioni’). Rinveniamo anche l’istituzione di un meccanismo di registrazione internazionale delle denominazioni, simile a quello relativo ai marchi. Ai sensi dell’art.1 di detto trattato, infatti, la registrazione di una indicazione geografica in uno dei paesi sottoscrittori determina automaticamente l’estensione della protezione agli altri Stati membri, salvo un meccanismo di opposizione. Quale corollario, l’art.6 stabilisce poi che, se un’indicazione è protetta in uno Stato membro, gli altri paesi non possono considerare quell’indicazione generica, mentre l’art.3 precisa che ciascuno Stato membro debba proibire le imitazioni, con apposite leggi nazionali, vietando anche l’uso di termini quali ‘tipo’ o ‘stile’ ecc..

Sennonché, mentre l’accordo di Parigi fu, a suo tempo, sottoscritto dagli USA, questi ultimi non hanno mai aderito né all’accordo di Madrid, né a quello di Lisbona, ritenuti troppo poco flessibili e sbilanciati a favore di una disciplina forgiata principalmente sull’impostazione europea al tema della tutela delle denominazioni d’origine, piuttosto che su quella accolta nei paesi extra europei, guidati dagli Stati Uniti. Prima di introdurre la disciplina di un successivo accordo internazionale, quello dei TRIPS, cui invece gli Stati Uniti hanno aderito, è allora opportuno sin d’ora dar conto della profonda differenza di impostazione sul tema che – da sempre – si è potuta registrare tra i due citati gruppi di paesi. Circostanza che costantemente ha provocato difficoltà nel trovare un metodo effettivamente condiviso da tutti gli Stati per tutelare le denominazioni di origine in modo efficace a livello internazionale. In campo vinicolo, nei paesi europei per denominazioni di origine dei vini si intende il nome geografico di una zona viticola particolarmente vocata, utilizzata per designare un prodotto di qualità e rinomato, le cui caratteristiche sono connesse all’ambiente naturale ed ai fattori umani. Nella nozione si valorizza dunque il  collegamento tra territorio, prodotto e attività dell’uomo. Elementi strettamente legati tra loro, in modo tale che ad un determinato prodotto vengono abbinate non solo le sue qualità intrinseche, ma anche quelle connesse al fatto che esso proviene da una certa zona, nella quale si sono sviluppati con il tempo fattori umani tali da legittimare il riconoscimento di un’attività creativa in relazione alla fase di produzione, la quale finisce per incidere sulla qualità stessa del bene finale. Dal canto loro, gli USA hanno invece sempre respinto l’idea del riconoscimento del binomio prodotto/territorio, ritenendo invece più giusto che fosse valorizzato l’elemento della reputazione – e cioè la percezione – da parte del pubblico dei consumatori, di ciò che un certo prodotto è. Secondo siffatta antitetica impostazione, pertanto, è rilevante non il nome geografico, ma la percezione che ne hanno i consumatori. Di conseguenza, se i consumatori non abbinano ad un determinato nome geografico né un territorio, né una tipologia di prodotto, viene meno la ragione stessa della protezione della sua provenienza, proprio perché quest’ultima risulta di per sé irrilevante nella scelta dell’acquirente.

Tale concezione si giustifica anche sul piano politico. Negli USA, infatti, tradizioni, metodi di lavorazione e cultura del territorio di provenienza sono stati trasferiti ed importati dagli emigranti, i quali per decenni hanno utilizzato tecniche e nomi originariamente indicanti i luoghi geografici di loro provenienza, quando i prodotti europei originali non erano neppure venduti negli USA. nobadtrip_cover

Da un punto di vista americano, questa situazione avrebbe determinato – con riferimento a taluni prodotti – la ‘generalizzazione’ delle relative indicazioni geografiche: esse avrebbero cioè perso il loro originario significato e starebbero ad indicare il prodotto in quanto tale. Ad esempio, le parole ‘Champagne’ e ‘Chianti’ non starebbero ad indicare solamente vini rispettivamente provenienti dal noto territorio francese ed italiano, ma anche una determinata tipologia di prodotto indipendentemente dal loro luogo di origine. Dal punto di vista americano, pertanto, anche le indicazioni geografiche di provenienza e la loro relativa tutela dovrebbe essere soggette ai principi della legislazione in materia di marchi. Ciò implica il preventivo riconoscimento che un determinato segno gode dei requisiti necessari per pervenire alla sua registrazione, ivi inclusi, in primo luogo, quelli inerenti la sua originalità e il suo carattere distintivo. Si aggiungano, nel contesto sin qui tratteggiato, le problematiche di tipo economico. Un sistema basato sulle denominazioni d’origine, che dia accesso alla loro protezione semplicemente tramite il loro riconoscimento e dunque compiuto una volta per tutte secondo procedure concordate tra Stati, raggiunge il risultato che di quella tutela possano fruire – senza spese e senza necessità di adempimenti burocratici – tutti i produttori attivi nel territorio di provenienza e rispettosi delle modalità di produzione sancite per quel determinato prodotto.

Un sistema siffatto, dunque, ben si adatta anche alle dimensioni delle imprese dei produttori europei, che sono generalmente imprenditori agricoli di piccole o medie dimensioni, e come tali non dotate di un’organizzazione commerciale e amministrativa, più diffusa invece in altri tipi di imprese di maggiori dimensioni. Non così per gli  imprenditori americani del settore (ma anche di altri paesi extra europei), titolari di aziende le cui dimensioni sono solitamente notevoli e per i quali comunque, la gestione nazionale ed internazionale dei propri marchi, con i  relativi costi e adempimenti, costituisce semplicemente l’esplicazione di uno dei momenti della loro organizzazione imprenditoriale[3].» Attualmente gli accordi TRIPS sono sì in vigore ed applicabili a tutti i paesi che aderiscono all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), ma il sistema multilaterale di notifica e registrazione delle indicazioni geografiche non è mai stato attivato. Pertanto nei vari paesi l’applicazione del trattato ai casi concreti avviene attraverso l’interpretazione data dai giudici nazionali, facendo riferimento al contesto normativo specifico del loro paese. La tutela scatta cioè sussistendo due condizioni: se il consumatore medio americano abbina effettivamente il nome geografico, che contraddistingue un determinato prodotto, al territorio geografico richiamato dal nome stesso; se la sua scelta d’acquisto risulta effettivamente influenzata dall’effettiva provenienza di quel determinato prodotto: «Tuttavia, non funzionando il sistema multilaterale di registrazione delle indicazioni geografiche (perché mai entrato in vigore, come spiegato), il punto diviene come stabilire se una data indicazione geografica, di cui si chiede protezione, abbia veramente le caratteristiche di cui all’art.22 dell’accordo TRIPS interpretato nei termini sopra indicati. In ultima analisi, la decisione spetta all’autorità giudiziaria americana competente a dirimere la controversia che vedesse opposto, da un canto, chi intende ottenere tutela sulla base del trattato TRIPS in ordine ad un uso illegittimo di un’indicazione geografica e,  dall’altro, chi invece utilizza tale indicazione negli USA. Il fulcro di una simile lite risiede allora nel dimostrare l’esistenza del presupposto lì richiesto per la tutela, e cioè che il pubblico dei consumatori attribuisce la qualità del vino oggetto di controversia essenzialmente alla sua origine geografica… Il caso Institute National des Appelations d’Origine (da ora: Institute) v. Vintner International and Co aveva per oggetto il ricorso contro il rilascio di un marchio nominato ‘Chably with twist’ in favore di detta impresa americana. Il reclamo era intentato dall’Istitute perché tale marchio conteneva la parola ‘Chably’ corrispondente alla denominazione d’origine ‘Chably’, noto vino francese. In un contesto processuale in cui non vi era stata raggiunta la prova circa la sussistenza di abbinamento tra quel nome geografico e il prodotto, la Corte respinse le domande, ritenendo che non costituisse un ostacolo alla registrazione la circostanza che il marchio controverso contenesse un’indicazione geografica ‘minore, oscura, remota e non connessa con i beni’, comunque non conosciuta dal consumatore medio americano.

Come si vede, dunque, il fulcro della motivazione risiede nella circostanza che il termine ‘Chably’, pur costituendo un’indicazione geografica, non poteva trarre in inganno il pubblico sull’origine geografica del prodotto.

Ciò proprio perché la parola ‘Chably’ non era identificata dal consumatore americano come indicazione geografica e tanto meno il relativo prodotto risultava abbinato a quel territorio[4]

[1]   Gian Paolo Cesaretti, Raùl Green, Angela Mariani, Eugenio Pomarici (a cura di), Il mercato del vino. Tendenze strutturali e strategie dei concorrenti, Franco Angeli, Milano 2006.

[2]     Gli accordi TRIPS (Trade – Related Aspects of Intellectual Property Rights), che hanno la stessa valenza della tutela del marchio intellettuale a livello internazionale.

[3]     Benedetta Ubertazzi, Esther Muñiz Espada, Le indicazioni di qualità degli alimenti. Diritto internazionale ed europeo, Giuffrè Editore, Torino 2009, pp. 371 – 373

[4]     Ivi, pag. 377

La foto è tratta da Prima Pagina Di YVS

La seconda foto da Funky16Corners

Smith, Ricardo, Marx e la teoria del mancato plusvalore relativo e assoluto dei blog vinosi.

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karl-marx1Tutta la teoria economica classica affronta il tema del nesso tra il valore del lavoro necessario a produrre le merci e il valore che si genera dal loro scambio: “per Marx, in particolare, resta vero che quando la merce funziona come capitale, quando essa viene impiegata nell’acquisto di lavoro vivo, allora il valore acquistato è maggiore del lavoro che è stato necessario per produrre il capitale merce. Il modo in cui Marx concilia i due principî smithiani è il seguente: nel capitalismo anche il lavoro è una merce e dunque ha un valore di mercato; tuttavia il luogo in cui si determinano il nesso e la differenza fra lavoro contenuto e lavoro comandato non è il mercato, ma la sfera della produzione.”[1] Già per Ricardo il lavoro viene pagato come merce sul mercato. Ma nel processo produttivo un medesimo tipo di lavoro può creare valori diversi, in funzione della maggiore o minore efficienza (legata all’impiego di macchinari differenti), e in funzione della variazione della domanda relativa dei vari tipi di beni prodotti.

La caratteristica principale del modo capitalistico di produzione è che il processo è del tipo Denaro-Merce-Denaro, e non Merce-Denaro-Merce. Nel ciclo D-M-D si cede denaro per ottenere altro denaro: scopo di questo processo non è l’ottenimento di valori d’uso, bensì la realizzazione di un plusvalore. Perché l’operazione abbia un senso la forma effettiva del ciclo dovrà dunque essere D-M-D’, dove D’ sarà maggiore di D.  E’ già stato evidenziato come in Marx lo scambio, subordinato al primato del valore d’uso, non possa determinare il valore della merce. Il problema di fondo, irrisolto, è che il passaggio dal valore d’uso a quello di scambio richiede un trasformazione di senso, quindi culturale, del prodotto merce.

Sono diversi i soggetti sociali che si adoperano a creare un bisogno e a trasformarlo in valore (moneta) di scambio: classi, professioni, nuovi poteri in fieri; poteri economici coadiuvati da importanti campagne pubblicitarie; soggetti mediatici di vario tipo (che assolvono contemporaneamente sia ad un valore d’uso che di scambio in conformità con i poteri a cui si riferiscono); e dall’altra parte le classi subordinate ….(pensiamo in generale al welfare).

In tutto questo dove si inseriscono i blog sul vino?

Gran parte di essi è costruito su piattaforme gratuite o a costi di produzione assolutamente contenuti. Il loro valore d’uso, che si esplicita nella lettura, è gratuito (sono pochissime le eccezioni). Non solo è gratuito, ma è anche molto frammentato. La frammentazione dipende non tanto dall’argomento trattato, ovvero il vino, ma dal soggetto blog, anche’esso suddiviso in numerosissime categorie, lingue… Potremmo dire che il valore di scambio di un blog vinoso è dato dalla quantità di plusvalore assoluto altissimo (perché tendenzialmente non retribuito o poco retribuito), relativo ad una quantità infinitesimale di denaro ripartito tra milioni di blog appartenenti alla stessa piattaforma produttiva: WordPress, Blogspot….. Il lavoratore blogger vinoso è quindi parte di un meccanismo produttivo che lo trascende e lo ingloba e a cui contribuisce, con un apporto infinitesimale, con la realizzazione di valore aggiunto relativo alla quantità di scambio che è in grado di produrre (lettori stabili).

La domanda successiva riguarda invece la capacità intrinseca del blog vinoso di riprodurre la propria forza lavoro, primum, e quella di scambio, deinde, data dalla stabilità dei lettori, e quindi del valore di scambio gratuito, in grado di generare, a sua volta, un altro valore di scambio: la raccolta pubblicitaria a pagamento (lo stesso meccanismo che riguarda i social e i media in genere). Una volta definita la struttura del blog, le persone che vi scrivono, la quantità che ogni lavoratore blogger vinoso produce all’interno della compagine che lo ospita e, per concludere, la qualità estrinseca del prodotto (ovvero la capacità di produrre accessi di ogni singolo articolo e di ogni singolo scrittore, che può non corrispondere ad una qualità intrinseca del prodotto), occorre calcolare la quantità di accessi necessaria per realizzare la raccolta pubblicitaria e adeguata a pagare la riproduzione della forza lavoro (salari, collaborazioni, Partite Iva …) In seguito, questa capacità di raccolta finanziaria esterna dovrebbe servire a generare plusvalore, ovvero profitto.  Perché ciò avvenga il blog vinoso deve essere già sufficientemente strutturato: più collaboratori, capacità di intervenire rapidamente sui contenuti (merito) e sulle tempistiche (metodo e aggiornamento).

Tenuto conto dei limiti del campo italico, della lingua italica, possiamo sostenere, a buona ragione, che il blog vinoso non solo è distante dalla realizzazione della caduta tendenziale del saggio di profitto, visto che di profitto non se ne è mai vista l’ombra, ma è anche lontano quanto basta dalla riproduzione della propria forza lavoro. In conclusione il blog vinoso, pur appartenendo alla più innovativa tecnologia informatica, mantiene dei rapporti produttivi di tipo primitivo, che si risolvono, molto spesso, in una bicchierata insieme e a qualche selfie durante le fiere vinicole. Il vantaggio relativo è che il blog vinoso non può creare disoccupazione dal momento che non ha mai creato occupazione, neppure precaria.

[1] Cfr. Giorgio Lunghini, Fabio Ranchetti, Teorie del valore in Enciclopedia delle scienze sociali, Treccani 1998

I migliori vini della Terra. Intorno all’anno 1200.

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lanziepoca

Intorno al 1223, Henri d’Andeli, troviere[1] normanno, compone la Bataille des vins, in cui racconta che il re di Francia Filippo Augusto (1180 – 1223 d. C.) desiderando raccogliere intorno a sé i migliori vini della Terra, invia diversi messaggeri con il compito di portargli più di ottanta vini pregiati francesi e non. Il re è supportato, nella degustazione, da un sacerdote inglese, con il quale giudicherà e ricompenserà i migliori fra di essi: i vini, nella gara tra loro, vanteranno le loro migliori qualità e denigreranno i difetti altrui. Viene spontaneo domandarsi il perché di un prete inglese e non normanno, romano, longobardo o di altre parti. Lo spiega fondamentalmente una ragione commerciale, che, a sua volta, ne spiega altre legate alle capacità d’intendimento dei vini: «L’Inghilterra, le Fiandre e i paesi del Baltico rappresentavano il grosso della domanda del vino che confluiva nel commercio internazionale durante il Medioevo e gran parte della domanda inglese era soddisfatta dai vini della Francia occidentale. L’inizio di un rapporto ufficiale fra Inghilterra e Guascogna risale al divorzio di Eleonora d’Aquitania da Luigi VII di Francia e al suo matrimonio, nel 1152, con Enrico, duca di Normandia e conte di Anjou, Maine e Touraine, che portò a Enrico il ducato di Aquitania, che comprendeva il Poitou, la Guyenne e la Guascogna e, invece di comprare vini alla fiera annuale di Rouen, come avevano fatto fino a quel momento, gli inglesi da quel momento in poi andarono a comprarlo nei porti di Nantes, la Rochelle e Bordeaux. (…) Dal 1224 in poi il commercio di vino fra Inghilterra e Guascogna andò sempre aumentando, tanto che all’inizio del XIV secolo l’Inghilterra riceveva circa la metà dell’esportazione totale dei vini di Bordeaux, che si aggirava sulle 80000 botti all’anno. Quasi tutto il resto del vino Bourdeaux andava nelle altri parti della Francia, nelle Fiandre e nella Germania del nord, anche se Reounard fa notare che quei vini venivano esportati anche in Spagna ed erano consumati dagli eserciti di Castiglia durante le loro campagne di riconquista contro i Mori[2]batalilleCosì come per l’antichità, la qualità, la forza l’identità, l’origine di un vino, in epoca medievale si affermano sulla base di parametri raffrontabili alle degustazioni contemporanee soltanto nel merito delle classificazioni generali: «Il Segré des segrez[3] dedica otto capitoli al vino: il primo tratta della sua ‘natura’ e della sua ‘virtù’, gli altri discettano sui diversi criteri per differenziare i vini: ‘LVIII Differenziazione del vino a seconda delle età; LIX. Differenziazione del vino a seconda del colore; LX Differenziazione del vino a seconda del sapore; LXI. Differenziazione del vino a seconda del profumo; LXII. Differenziazione del vino a seconda della ‘sostanza’ (l’aspetto visivo); LXIII. Differenziazione del vino a seconda della forza o della debolezza; LXIV. Differenziazione del vino e seconda del terreno di produzione e dell’origine’[4].» Su questo ultimo punto, che è poi la traccia dell’intera ricerca, diversi sono i riferimenti all’origine territoriale di un vino ed alla loro espressione in relazione alla provenienza: «Nel genere letterario rappresentato da opere quali La bataille du vins o La desputoison du vin ed de l’iaue[5], i vini per autodefinirsi, glorificarsi o attaccarsi a vicenda, ricorrevano in primo luogo al criterio dell’origine, tracciando così i profili dei vigneti che si facevano concorrenza per ragioni tanto commerciali quanto gustative.(…) Una versione del Régime di Arnaldo da Villanova[6] fa esplicitamente uso del termine terrouer (terreno o terroir) spiegando che ‘la comparazione tra vari vini deve farsi tra quelli di una stessa regione o di uno stesso terreno o terroir. Viene evocata anche la ‘terrestré’ (il carattere legato alla terra) dei ‘vins de Brabant’ (regione del Belgio odierno, in cui si coltivava il vino all’epoca: ad esempio a Lovanio) e le ‘lies mordantes’ (la feccia aspra) dei vini del ‘Rain’ (Reno). (…) Il Segré des segrez, ad esempio, pur senza designare come tipico nessun terreno in particolare, si mostra comunque attento a un insieme di dati naturali intesi come elementi determinanti nella formazione delle caratteristiche e delle qualità del vino: si tratta essenzialmente di criteri di tipo geomorfologico e climatico. Il testo distingue in primo luogo i vigneti situati su terre in posizione elevata (‘haus terres’) e quelli situati in piano (‘basse terre’). I primi daranno un vino più forte e più limpido (‘plus fort et plus clers’); i secondi, un vino di qualità opposte. Si fa differenza infine tra i vigneti situati in cima a ‘montagne’ (colline) – ‘sommet des montaignes’ – e quelli coltivati nelle valli (‘qui croisent ens es valees’). Ma i vini che ‘plis vallent’ (valgono di più) sono quelli prodotti lungo i versanti e sulla ‘groppa’ delle colline.(…) Poi si considera l’esposizione, cioè la posizione rispetto ai punti cardinali e ai venti dominanti, a loro volta legati alla piovosità. Daranno vini forti quei vigneti più vicini all’‘Orient’ e direzionati verso ‘plogol’, termine che designa un orientamento a sud e che, in un’accezione più ampia, si riferisce anche ai venti spiranti da sud o da sud-ovest (o, più raramente ai venti spiranti da ovest), che sono portatori di pioggia(…) La fama di certi vigneti è presente nell’immaginario collettivo, come testimonia la letteratura, attraverso l’elogio di vini riservati alla cerchia di privilegiati. In effetti, chi poteva permettersi di avere alla sua tavola i vini di Saint Pourçain o di Cipro che bisognava procurarsi con grande spesa, se non il re, il papa e l’élite in generale? Così come il prezzo e il prestigio[7] del vino aumentavano mano mano che ci si allontanava dalle zone di produzione e dagli snodi commerciali, assaporare il nettare di vini non provenienti esclusivamente dalla produzione locale e regionale era senz’altro un lusso: quello di poter scegliere a più vasto raggio, di bere vini ‘esotici’[8]

[1]    Il Troviere è un poeta e un cantore, nel periodo del medioevo, nel nord della Francia dove viene usata la lingua d’oil. In contrapposizione al più famoso trovatore che opera al sud del paese, in Provenza, dove si parla la lingua d’oc.

[2]    Tim Unwin, Storia del vino. Geografie, culture e miti dall’antichità ai giorni nostri,  Donzelli Editore, 2002. pag. 180

[3]    The Secret of secrets, or in Latin Secretum or Secreta secretorum is a translation of the Arabic Kitab sirr al-asrar, fully the Book of the science of government, on the good ordering of statecraft. It takes the form of a letter supposedly from Aristotle (and considered as such by medieval readers) to Alexander during his campaign in Persia. This text is taken from Robert Copland’s printed edition of 1528, a copy of which resides in Cambridge University Library. La traduzione dall’arabo viene attribuita a Jofroi of Waterford, monaco domenicano residente, presumibilmente (le date sono molto discordanti), a Parigi intorno al 1300.

[4]    Yann Grappe, Sulle tracce del gusto, Storia e cultura del vino nel Medioevo, Edizioni Laterza, Bari – Roma 2006, pp. 101, 102.

[5]    Anonimo fine XIII, inizi XIV secolo d. C.

[6]    Arnaldo da Villanova, Francia 1240 – 1312 Cenni biografici: Nasce in Provenza e dedicatosi inizialmente agli studi letterari, si appassiona in un secondo momento alla medicina che approfondisce nella scuola araba di Spagna e a Parigi. Viaggia lungamente nella penisola iberica, in Francia e in Italia e coltiva la conoscenza dell’alchimia e della filosofia, cadendo in disgrazia per contrasti religiosi con la Chiesa; viene alla fine riabilitato e termina i suoi giorni presso la sede papale di Avignone. Interessi botanici: È uno degli alchimisti più importanti e leggendari ma soprattutto uno scienziato universale: la sua pratica medica comprende l’astrologia e la magia e i suoi lavori comprendono anche la teologia, l’oniromanzia e la filosofia. In medicina tratta nel Breviarium practicae (pubblicato nel 1483) tutte le malattie conosciute al suo tempo: queste sono raggruppate in sintomi fisici, funzionali e soggettivi e le loro cause differenziate in determinanti (eziologiche), antecedenti (ereditarie) e congiunte. Introduce in Europa l’uso dell’alcool, appreso dagli arabi, utile alla preparazione e alla conservazione dei prodotti medicamentosi. In botanica si dedica allo studio dei semplici e all’uso terapeutico delle piante e all’utilizzo della teriaca. Le sue ricette tramandate indicano il vino aromatizzato come un valido ricostituente; in uno studio, suggerisce con convinzione l’uso benefico dell’idroterapia. Le sue opere principali: De Vinis, De Venenis, Causilium ad regem Aragonem de salubri hortensium…, Tractatus varij …, De regime sanitatis Da http://www.abocamuseum.it/bibliothecaantiqua/Autore_Biografia.asp?Id_Aut=317

[7]    Interessanti a tal proposito le considerazioni di Ivan Pini, cit. pag. 589, 590: «Il vino ‘orientale’, che sarà poi genericamente definito ‘vino di Romanìa’ perché proveniente dai territori dell’Impero romano d’Oriente, cioè dall’Impero bizantino, poteva viaggiare a costi non proibitivi solo per via d’acqua, ma anche qui con navi dallo stivaggio ancora molto limitato. Giunto ai porti dei grandi empori commerciali del tempo (Genova, Pisa, Venezia), risaliva, se possibile, i fiumi su chiatte a fondo basso per poi essere trasferito su carri trainati da buoi o in piccole botticelle caricate a soma sui muli. Tra spese di trasporto e vari tipi di dazi il prezzo di questi vini ‘di Romanìa’ (tra cui più tardi si distinguerà il vino di Creta e il vino libanese di Tiro, il cui commercio verrà in gran parte monopolizzato dai Veneziani) saliva alle stelle. Si è potuto calcolare che una partita di vino partita da un porto del Levante raddoppiava il suo prezzo per giungere per via mare a Venezia, poi ancora lo raddoppiava se trasportato per via fluviale a Bologna (ca. 150 Km), poi nuovamente raddoppiava se condotto su carri per via di terra a Reggio Emilia o a Faenza (ca. 60 Km). Non deve allora stupire il fatto che gli statuti di molte città vietassero l’importazione di vini prodotti al di fuori dei loro distretti, facendo però quasi sempre eccezione per pochi vini di lusso destinati in teoria ai malati (pro egritudine), ma in realtà destinati alla tavola dei componenti di quelle classi aristocratiche, o comunque dirigenti, che detenevano il potere politico nelle città e cercavano adeguate forme per gratificarsi e per esternare il loro prestigio così nell’abbigliamento come nell’alimentazione, e dettavano ovviamente anche le regole statutarie dei rispettivi comuni. Se il vino che dà prestigio, il vino di lusso, il vino del ricco deve essere per forza di cose un vino costoso, anzi il più costoso di tutti, i vini “navigati” provenienti dal Levante rispondevano sicuramente a questa peculiarità. Ma a sua volta il consumo alimentare dettato inizialmente e in gran parte dalla volontà, ma anche dalla necessità, di esternare il proprio prestigio, il proprio potere, la propria ricchezza, finì col creare, come spesso accade, un nuovo gusto, una nuova moda. I vini che venivano dal Levante erano vini forti, dall’alta gradazione alcolica, gli unici peraltro adatti al trasporto e all’invecchiamento. Il gusto orientale, che si era andato consolidando nel corso dei secoli, li preferiva bianchi, dolciastri e liquorosi, non di rado arricchiti con spezie ed essenze profumate, e fu appunto questo il gusto che conquistò anche l’Italia e l’Occidente per oltre tre secoli, dal Duecento al Quattrocento.»

[8]    Yann Grappe, cit. pp. 131 -136

 

 

 

 

Il vino industriale: F. W. Taylor in cantina.

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L’industrializzazione vinicola.

Le ragioni storiche che segnarono il processo di industrializzazione vinicola sono più o meno le stesse che informarono gli altri settori della trasformazione manifatturiera. Già a partire dalla prima metà dell’Ottocento si posero alcuni problemi tra loro intimamente legati:

  1. Razionalizzazione della produzione finalizzata alla realizzazione di processi di produzione standardizzati.
  2. Unificazione dei processi produttivi (vigneto/cantina) tramite aggregazioni di lavoro che facilitassero economie di scala.
  3. Costruzione di un prodotto vino uniforme e riconoscibile sui mercati internazionali.
  4. Riduzioni delle specie coltivate, favorendo quelle resistenti /produttive.
  5. Costruzione di un moderno sistema di conservazione e di commercializzazione del prodotto finale.
  6. Utilizzo delle migliori conoscenze e degli sviluppi in ambito scientifico e tecnologico atte a favorire i punti sopra-indicati.

Questo impetuoso sviluppo del capitalismo agrario, non esente da residui feudali, come li ebbe a definire Emilio Sereni[1], portò con sé non solo processi di organizzazione standardizzata del lavoro basati sullo sfruttamento di un larga parte della manodopera agricola salariata da una parte, e lo sviluppo della piccola proprietà privata contadina a conduzione familiare dall’altra (come superamento tortuoso dell’istituto contrattuale della mezzadria), ma anche nuove mentalità collettive. Con queste intendo “l’oggetto delle indagini – definito in generale, utilizzando l’apparato concettuale e lessicale elaborato e utilizzato dai maggiori protagonisti di questa storiografia – è quell’insieme di conoscenze, di saggezze anonime e diffuse, inconsapevoli o solo parzialmente consapevoli, di abitudini e modelli di comportamento automatici, condivisi e persistenti, diffusi in una cultura, e che costituiscono l’attrezzatura mentale collettiva, la radice delle pratiche culturali. Credenze, visioni del mondo, sensibilità, percezioni e rappresentazioni della realtà spesso caoticamente strutturate in nebulose mentali di lunga durata, tali da costituire il basso continuo di una società[2].” Quello che cambiò all’epoca e che ebbe un peso trascinante per tutti i secoli a venire, fu quello di attribuire un orientamento quasi fideistico al concetto di progresso. Da qualsiasi punto di vista lo si guardasse, il problema era divenuto quello di gestire lo sviluppo nelle sue contraddizioni (di classe, di genere, ambientali….) e di espellere, come anti-razionali, tutte le istanze che problematizzavano tale processo. Sarebbe lungo dibattere sulla storia di chi e in che modo si oppose, ideologicamente, ad un idea di sviluppo lineare della storia, progressivo, congruente dal punto di vista scientifico e chi, invece, lo sostenne a vario titolo. Si dà, in più di un caso, l’intersezione delle due volontà e, a volte, le sfumature prevalsero su istanze monocrome ben situate. Ma sarebbe altrettanto presuntuoso pensare che il dibattito odierno, che investe il lavoro contadino, la produzione artigianale, i vini ‘naturali’… sia tutto frutto di una disputa della contemporaneità informatizzata. Le radici dello scontro sono ben più antiche. Come sarebbe difficilmente pensabile una controversia sul vino che non tenga conto delle influenze provenienti da altri settori, fortemente attrattivi, quanto pesantemente ideologizzati nel produrre un marketing politicamente corretto: salute, benessere, natura, pulizia, etica, bontà sono divenuti  messaggeri di un mondo altro che ha lastricato, spesso e volentieri, strade di ottime intenzioni e di improbabili realizzazioni.taylor

Meccanizzazione e chimizzazione.

Tornando all’Ottocento, risultano interessanti le considerazioni di Giorgio Pedrocco quando sostiene che il processo di industrializzazione della produzione vinicola sia passato attraverso due direttrici: «da un lato la meccanizzazione, dall’altro la chimizzazione del processo di vinificazione; entrambe queste discipline chiedevano dei loro ‘pedaggi’, che lo trasformarono e gli fecero assumere una connotazione industriale. La meccanizzazione riguardò sopratutto le prime fasi del ciclo: alcune macchine come le pigiatrici – diraspatrici e i torchi mossi dalle macchine a vapore, avevano il compito primario di risparmiare lavoro e di far fronte al grosso dispendio di manodopera e all’occupazione di grandi spazi che la pigiatura a forza d’uomo comportava. (…) La chimizzazione riguardava soprattutto le fasi successive alla pigiatura e aveva lo scopo di stabilizzare  il vino per garantire la conservazione e facilitarne trasporto e commercializzazione. Un’operazione completamente nuova, volta a prevenire l’acetificazione del vino era la ‘pastorizzazione’. Messa a punto da Pasteur a metà del XIX secolo, richiedeva un riscaldamento del vino a 60 gradi per distruggere tutte le colonie di microrganismi, soprattutto il Mycoderma aceti e il Mycoderma vini.  (…) Anche il travaso del vino, questa tecnica antichissima che completava la fermentazione e ripuliva il vino attraverso lenti processi di sedimentazione, venne notevolmente agevolato dall’introduzione di pompe che facilitavano e velocizzavano i flussi di liquido da una botte all’altra. In questa fase – per la  stabilizzazione del vino e per evitare l’acetificazione – si doveva operare un trattamento chimico aggiungendo del bisolfito di sodio. Con lo stoccaggio del vino il moderno impianto industriale si distingue dalle cantine tradizionali consentendo, da un lato, all’impresa di far fronte alle necessità di mercato anche nelle annate sfavorevoli attingendo alle riserve e dall’altro, di assicurare al prodotto quelle caratteristiche costanti che realizzavano per i  vini ‘industriali’ un rapporto più consolidato con il mercato. (…) Ulteriori perfezionamenti riguardarono i trasporti ferroviari, dove la società di esportazione Cirio ideò dei vagoni cisterna  con rivestimenti interni di alluminio che consentirono un ulteriore salto di qualità nella distribuzione dei prodotti enologici[3]

Parlare dell’industrializzazione enologica significa anche entrare nel merito dell’alfabetizzazione scolastica a cui fanno da contrappunto la produzione di migliaia di opuscoli divulgativi  a carattere pedagogico. Nei primi decenni post-unitari, per la prima volta nella storia della cultura italiana si assiste ad un netto aumento della produzione di titoli di argomento scientifico, addirittura maggiore rispetto a quelli letterari. I dati generali sono significativi: nel 1863 in Italia si stampavano 4243 titoli, nel 1886 si arriva a 9003. Le pubblicazioni con tematiche viti-vinicole[4] hanno, non diversamente da altri argomenti di carattere tecnico, culturale e sociale, uno sviluppo impetuoso che trova la sua ascesa  in concomitanza, a fine Ottocento, con fenomeni, in parte già citati, quali le inchieste agrarie, lo sviluppo delle cattedre ambulanti, l’aumento della scolarizzazione e dell’alfabetizzazione, la fede per il progresso e le scienze positive, la diffusione delle conoscenze tecniche e delle tecnologie applicate in vari settori. E poi le grandi esposizioni internazionali, la nascita delle scuole di specializzazione in campo enologico, la fondazione di associazioni di settore e via dicendo.

F. W. Taylor. ford e taylor

Frederick Winslow Taylor (1856 –1915), ingegnere americano e componente dell’Associazione Americana degli Ingegneri Meccanici (ASME)  presentò, durante gli incontri presso l’associazione, diverse relazioni, che ora sono raccolte in “Direzione di officina, Principi di organizzazione scientifica del lavoro e la Deposizione di Taylor davanti alla Commissione speciale della Camera dei Deputati” sulle sue principali idee in merito all’organizzazione razionale di lavoro in fabbrica. Da lui prende il nome quel fenomeno storico-sociale che va sotto il nome di “fordismo-taylorismo” (il primo termine si riferisce alla Ford –modello T di Henry Ford). L’assunto principale è che esiste un modo ottimo e uno solo per compiere qualsiasi operazione del ciclo produttivo. One Best Way indica il modo più economico per compiere una data operazione in termini di quantità e tipi di movimenti. Naturalmente tutto questo lo deve decidere la direzione:  la One Best Way non ammette l’esistenza di ritmi individuali. Non esistono ritmi individuali, dunque, il lavoro è estremamente parcellizzato e scomposto in operazioni semplici. Il prodotto finale è identico (presunto).

Trasporto materiale con carriola[5].

a = tempo per caricare una carriola con qualsiasi materiale;

b = tempo per prepararsi al trasporto;

c = tempo per trainare una carriola carica per metri 30,5 (pari a 100 piedi);

d = tempo per scaricare e voltare;

e = tempo per ritornare per metri 30,5 con carriola scarica;

f = tempo per lasciare la carriola e cominciare a paleggiare (usare la pala);

p = tempo per frantumare un m3 col piccone;

P = percentuale di giornata per riposo e inevitabili interruzioni;

L = carico di una carriola in dm3;

B = tempo per frantumare, caricare e trasportare un metro cubo di terra di una data qualità ad una data distanza.

Allora:

B = (p + [a+b+d+f + (distanza di trasporto)/30,5 +(c+e)] 1000/L )(1 + P)

Così, quasi per concludere.

Lungi da me riproporre il ritorno del lavaggio degli indumenti a mano nel fiume sotto casa. Mi piace pensare che il vino, la vita e tutto il resto siano delle carriole un po’ zigzaganti.

 


[1] Cfr. Emilio Sereni, Il capitalismo nelle campagne (1860 – 1900), Einaudi , Torino 1968 (prima edizione 1947)

[3] Giorgio Pedrocco, Viticoltura e industria enologica, in Pier Paolo D’Attorre e Alberto De Bernardi (a cura di), Studi sull’agricoltura italiana. Società rurale e modernizzazione, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 1994, pp. 327 – 329

[5] F. W. Taylor, Direzione di officina in L’organizzazione scientifica del lavoro, Edizioni di Comunità, Milano 1952,  pag. 107

Un’altra storia: la prima Cantina Sociale dell’Oltrepò Pavese.

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montù

Una serata così… Il circolo Arci “Zenzero” di Genova mi invita a presentare il libro in una uggiosa serata di gennaio, di mercoledì, alle 18.30.  Poche persone si seggono davanti al tavolo preparato per l’occasione. L’età media supera gli anta abbondantemente. Tutte donne estremamente interessate all’argomento: un piacere chiacchierare con loro. Alla fine, tra un bicchiere di vino e una pezzo di focaccia, mi avvicina una di loro e racconta che un suo parente (lo zio, fratello di suo padre Giovanni) fu il fondatore di una delle prime cantine sociali sorte in Italia e la prima nata con successo nell’Oltrepò Pavese: quella di Montù Beccaria. Qualche tempo dopo Aurora Montemartini chiama al telefono invitandomi ad andare a casa sua perché mi vuole dare un libro[1] che racconta di Luigi Montemartini e della fondazione della cantina sociale. Questo breve racconto lo dedico a lei e a quella storia. 

La Cantina Sociale di Montù Beccaria. Agli inizi del ‘900. Un secolo fa, tanto è lontano. I socialisti, da poco partito, sono lacerarti al loro interno: diverse tendenze, che andranno ad approfondirsi nel corso degli anni a seguire, parlano lingue tra loro inconciliabili. I “sindacalisti”, i rivoluzionari per lo sciopero insurrezionale da una parte e i riformisti, gli attendisti, i gradualisti e gli istituzionali dall’altra. Fuori, senza alcuna possibilità di mediazione, se non quella che la storia consegnerà al proletariato vittorioso per i primi e le istituzioni come strumento di allargamento del socialismo che si fa Stato, per i secondi. Furono proprio questi ultimi ad occuparsi della produzione agricola e vitivinicola in forma associata come mezzo di superamento della piccola proprietà capitalistica individuale e mezzadrile. La storia che voglio qui ricordare si svolge in quella terra che va sotto il nome di Oltrepò Pavese e parte da un piccolo paesino chiamato Montù Beccaria. Il protagonista della storia è Luigi Montemartini, deputato socialista del collegio di Stradella, coadiuvato dal fratello Giovanni. Dopo due tentativi fallimentari operati dal professor Amilcare Fracchia e da alcuni proprietari vicini al partito socialista di costruire una Cantina Sociale a Stradella, i due fratelli Monetmartini studiano esempi di cantine sociali realizzate con successo, tra le quali si annovera l’esperienza statunitense della  “California Winemakers Corporation[2]”. Luigi Montemartini inizia la propaganda per la costituzione della Cantina sociale nell’ottobre del 1901: la fase di raccolta delle adesioni si conclude nell’estate del 1902 dove 58 soci si riuniscono in assemblea e redigono lo statuto e il regolamento della nuova cantina collettiva. La somma sottoscritta è sufficiente all’acquisto di un terreno dove sorgerà, a fine dell’estate del 1902, grazie al contributo progettuale di Angelo Omodeo, lo stabilimento ad uso cantina.

La prima vera discussione: come classificare le uve e quanto pagarle. Dopo una lunga discussione tra soci, avvenuta il giorno di ferragosto del 1902, viene dato l’incarico ad una commissione formata da 33 esperti di valutare la natura dei terreni e la qualità delle uve che ivi trovano dimora. Il criterio comunemente accettato è quello dell’esame glucometrico del mosto dopo la pigiatura e, sulla base delle variazioni possibili di quest’ultimo, seguono le diversificazioni relative al prezzo: a parità di contenuto glicosico ogni tipologia d’uva superiore viene pagata, rispetto a quella inferiore, una lira in più al quintale. Dal basso verso l’alto, le uve vengono così classificate: nostrana, bastarda, basdarda-fina, finissima. La cantina si dota anche, su proposta di Luigi Montemartini, di un Direttore enologo chiamato a dirigere le operazioni di cantina e a predisporre l’acquisto di nuove macchine. La scelta ricade sul giovane enotecnico Luigi Baraldi. Lo Statuto sociale manoscritto del 27 gennaio 1907 precisa alcune condizioni associative. Ogni vignaiolo, per potersi associare, deve pagare un corrispettivo corrispondente ai quintali d’uva che vuole conferire alla cantina, che per i soci fondatori equivale ad una lira per quintale. Il massimo di uva consegnabile per ciascun socio è di 40 quintali, derogabili a detta insindacabile del Consiglio di amministrazione nel caso in cui le uve provengano, in quantità superiore, dal medesimo vigneto. Le uve devono provenire da terreni o parte di essi posizionati nel comune di Montù Beccaria indicati al momento dell’ammissione in qualità di socio. Sono conferibili le uve provenienti da altri terreni soltanto nel caso in cui vi siano stati dei danni a quelle dei fondi designati. Durante la vendemmia, che avviene nei giorni designati dal Direttore della cantina, i soci godono di un acconto sulle uve che forniranno a venire. Infine, i ricavi provenienti dalla vendita del vino vengono suddivisi in tre parti: la prima per l’ammortamento degli impianti, per il pagamento degli interessi e per un piccolo fondo di riserva. Una seconda parte per liquidare le operazioni di credito. E la terza viene divisa equamente tra i soci sulla base della quantità di uve consegnate. Il 26 settembre del 1902, terminata la vendemmia, le uve vengono portate in canina dove due grandi pigiatrici-sgranatrici a vapore iniziano a diraspare oltre 4000 quintali d’uva per una produzione iniziale di 2307 ettolitri di vino da “pasto”, 606 da “pasto scelto” con l’impiego di 22-23 maestranze. La cantina si dota anche di un torchio elettrico, di uno idraulico e di due pompe per la conduzione e il travaso del vino. Tra i primi acquirenti  del vino della cantina sociale di Montù Beccaria viene annoverato l’Ospedale di Cremona per un totale di 500 ettolitri. Nel 1908 il Ministero dell’Agricoltura dona alla cantina 8 botti da 50 ettolitri. Nel 1910 gli associati salgono a 435 e l’uva consegnata aumenta sino ad arrivare a 11.700 quintali nel 1913[3].

Accenni sull’ampelografia dell’Oltrepò Pavese.

Pre-fillossera. Secondo l’indagine pre-fillosserica svolta da Osvaldo Failla i territori maggiormente vitati e con una solida tradizione viticola sono quelli orientali: Broni, Stradella, Montù Beccaria e Santa Giulietta. Le uve maggiormente coltivate sono la Moradella, la Croatina e l’Ughetta (Uvetta ovvero la Vespolina). Nella regione centrale dell’Oltrepò, nei territori di Montalto Pavese e Casteggio, si fa sentire l’influsso del vicino Piemonte, da cui i vitigni maggiormente coltivati sono il Dolcetto e il Barbera. Poi il Vogherese dove prevalgono l’Ughetta, il Croà e il Vermiglio da una parte e Barbera, Dolcetto e Moretto dall’altra. Tra i bianchi il vitigno maggiormente coltivato è il Trebbiano seguito a debita distanza dalla Malvasia e dal Moscato. Poi il Trebbianino, il Cortese, la Verdea, il Mostrino, il Grè e l’Altrugo (indagine del 1884).

Il Pinot Nero. Il primi tentativi di introduzione del Pinot nero in terra piemontese risalgono al ventennio 1820 -1840, ma senza successo per l’inadattabilità del vitigno ai diversi terroir climatici del Piemonte. Fra gli anni 50 e 60 dell’Ottocento, soprattutto nel territorio del casalese alessandrino, grazie all’operato di Gancia, si tenta di introdurre nuovamente il Pinot per la spumantizzazione. Ancora una volta senza alcun successo. Vi è però un’area, confinante con quella alessandrina, in cui la coltivazione del Pinot ha un successo notevole: il Bollettino del Comizio Agrario di Voghera, redatto nel 1875, relativo all’escursione in Vallescuropasso, parla dello splendido vigneto coltivato esclusivamente a Pinot nero nell’azienda dei Giorgi Vimercati di Vistarino. Dopo la devastazione fillosserica, giunta alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, l’Oltrepò Pavese accentua la sua vocazione internazionale salvaguardando ben poco delle coltivazioni precedenti. A parte le storiche uve a bacca nera Barberba, Bonarda e Croatina, qualcosa di meno di Uva rara e Ughetta e l’insperato successo del Pinot Nero, il territorio pavese vede viepiù l’introduzione di vitigni internazionali: Pinot Grigio,Chardonnay, Riesling e Sauvignon Bianco[4]. Ma è già storia del presente.

L’immagine è tratta da http://www.ilmontu.com/azienda.html

[1] Le notizie fondamentali di questo articolo sono tratte da: Alberto Magnani, Luigi Montemartini nella storia del riformismo italiano, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1990

[2] Cfr. Simone Cinotto, Terra soffice uva nera: vitivinicoltori piemontesi in California prima e dopo il proibizionismo, Torino, Otto, 2007

[3] Luciano Maffi, Storia di un territorio rurale. Vigne e vini nell’Oltrepò Pavese. Ambiente, società, economia, Franco Angeli, Milano 2010, pp. 123, 124

[4] Cfr. Luciano Maffi, Natura docens. I vignaioli e sviluppo economico dell’Oltrepò Pavese nel XIX secolo, Franco Angeli, Milano 2013; Luciano Maffi, Storia di un territorio rurale. Cit.

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