Luoghi comuni sul vino. Vino e salute, ad esempio.

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Riproposta.

C’è un’abitudine inveterata nel mondo discorsivo sul vino, ma potrebbe riguardare tutti i campi dello scibile, per cui si taccia di ‘luogo comune’ un’opinione espressa da altrui parere. Oppure, diversamente, si risponde a ‘luogo comune’ con simmetrico ‘luogo comune’. Luogo comune ha, in entrambe le accezioni, il significato di banalizzazione menzognera grazie al riutilizzo di falsità o di verità parziali comunemente prodotte in ambito non specialistico, ovverosia popolare. Il sapere specialistico, al contrario, si baserebbe su predicati verbali di indubbia e comprovata scientificità o di quantomeno corroborata documentazione. Vorrei qui invece sottolineare come spesso il confine tra i saperi sia invece molto più confuso e come le invalicabili certezze scientifiche siano produttrici a loro volta di luoghi comuni più perniciosi di quelli popolari.

Nel primo artefatto linguistico il problema è bello che risolto: si accusa l’altro (gli altri) di argomentare pro domo propria (sua): si usa il luogo comune per ancorare il proprio discorso ad una verità più ampia, che quasi sempre coincide con l’altra domo, ovvero la propria: “E’ luogo comune pensare che soltanto gli enologi possano essere i migliori valutatori di un vino.” Ne consegue che “i migliori valutatori di un vino possono essere….”. Spesso le frasi cominciano, a tal proposito, con “Non dico che…” per poi sopraggiungere ad un “ma” che nega interamente il costrutto precedente.

Il secondo caso è più complicato, perché s affrontano luoghi comuni che, come afferma Rizzo Fabiari, hanno un contenuto di verità assai variabile: “la sostanza di luogo comune sta difatti non nel loro contenuto di verità, che può essere basso o inesistente (come nel caso dei cliché razzisti, ad esempio) ovvero alto e altissimo (cfr ‘i migliori bianchi del mondo sono tedeschi’), bensì nella loro ripetitività quale mantra salvifico ripetuto dalle genti[1].” Uno degli argomenti più dibattuti dal punto di vista scientifico, dove per scientifico intendo la scienza come processo lineare che utilizza una: a) formulazione delle ipotesi; b) definizione del metodo di lavoro; c) raccolta dati; d) elaborazione dati raccolti; e) verifica ipotesi; f) comunicazione risultato, è quello del rapporto tra vino e salute, e non, ma non a caso, tra alcol e salute. Credo che farebbe sorridere a molti un convegno su “grappa e salute”, e non tanto perché il contenuto alcolico delle grappa è piuttosto elevato, quanto per l’immagine sociale (da cui il luogo comune), comunemente e storicamente condivisa, del prodotto derivato dalla distillazione delle vinacce. Ma c’è di più: il vino non solo è un simbolo nazionale, come la pizza, la pasta e via cantando, ma è stato anche il prodotto più importante della farmacopea occidentale per almeno 1500 anni. La dietetica, la maggiore delle discipline mediche secondo la tradizione ippocratico – galenico, contemplava il vino (cotto, freddo, da solo o con altre sostante erbacee) come mezzo curativo di un numero infinito di disturbi e malattie.

Il dibattito a cui assistiamo oggi, il proliferare di pubblicazioni e di società in difesa del vino, o contro di esso, viene sostenuto e costruito da teoremi, prove, misurazioni che hanno il compito di suffragare l’ipotesi di partenza, ovverossia l’assunto assiomatico. Ma se l’evidenza scientifica dovesse dire altro, sia i favorevoli che i contrari dovrebbero prenderne atto e mettere quantomeno in discussione il postulato che, come tale invece, non viene in alcun modo dibattuto. Ecco perciò che i luoghi comuni, i quali si formano dal sostegno di postulati apparentemente scientifici, hanno una loro forza divulgativa assai maggiore di quelli popolari, ma non per questo possono essere meno pericolosi dei primi. Si potrebbe replicare con le parole usate Barry Barnes, in uno studio su Kuhn, quando dice: «benché gli scienziati presumano spesso che i loro concetti e teorie in qualche senso si applichino già a tutti gli aspetti della natura, quel che essi fanno realmente nel corso della ricerca normale è ordinare i fenomeni sotto determinati concetti, caso per caso. È l’attività della scienza normale che dà significato ai concetti, non il significato intrinseco dei concetti che ne determina l’attività[2].» Da cui si può affermare che «molte delle tesi avanzate per distinguere la scienza dalla pseudo-scienza sono in realtà costruzioni a posteriori formulate per giustificare il già avvenuto rigetto di determinate ipotesi scientifiche. Se fossero applicate ex ante per determinare il valore di ipotesi ancora in discussione porterebbero molto probabilmente, come suggerisce Feyerabend, alla scomparsa della scienza come la conosciamo oggi[3]

Se ciò è vero possiamo concordare sul fatto che il luogo comune, che deriva da un senso comune diffuso“non è l’autore del suo presunto discorso; non è ciò per cui si presenta o viene spacciato. Esso è propriamente il termine di un’operazione strategica perseguita dal sapere propriamente detto (…) Nelle vicende delle sue certezze così come in quelle delle sue illusioni, il senso comune ha dietro di sé la committenza di un sapere che non è né comune, né popolare. Scopriamo che ciò che va sotto il nome di senso comune è una funzione delegata dal pensiero scientifico-filosofico in corso; che esso è inserito entro un immane reticolo dove parti del sapere si strutturano con altre parti, con altri frammenti di scienza[4].” Ed è proprio questa tradizione filosofico-scientifica che consegna un repertorio di certezze e di verità come erede di una tradizione mitologica che si realizza al di fuori dei processi stessi della metodologia della scienza. Il mito è, infine, ciò che Furio Jesi definisce come “una macchina che serve a molte cose, o almeno il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serve a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; e archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna della scuola, e che poi, talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri il senso di quello stridore. Ed è violenza, mito del potere; e quindi è anche sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella, innanzitutto, di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un eterno ‘presente’[5].”

Dunque bevo vino per diverse ragioni: ho qualche dubbio che mi faccia bene. Dipende dal bene.

[1] Rizzo Fabiari, 24 maggio 2012 alle 08:18 in risposta a Rossano Ferrazzano su http://accademiadeglialterati.com/2012/05/28/elenco-provvisorio-di-luoghi-comuni-del-vino-lista-in-aggiornamento/

[2] Barry Barnes, T.S. Kuhn: la dimensione sociale della scienza citato in Luca Guzzetti, La frode scientifica. Normatività e devianza nella scienza, Liguori Editore, Napoli 2002, pag. 18

[3] Ivi pag. 197

[4] Aldo Gargani, Scienza, filosofia e senso comune in Ludwig Wittgestein, Della certezza. L’analisi filosofica del senso comune, Einaudi, Torino 1999, pag. XXVIII

[5] Furio Jesi, L’accusa del sangue. Mitologie dell’antisemitismo. Morcelliana, Brescia 1993, pag. 101

 

“Il ferro per assassinare i tiranni, il vino per festeggiarne i funerali.” Gli anarchici a Monfalcone e il vino. Di Luca Meneghesso

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anarchici molfanconesi e triestini

Anni ’70:  anarchici monfalconesi e triestini. Da sinistra a destra: Umberto Tommasini (il noto anarchico friul-triestino), Mario Pacor (anarchico di Monfalcone – del rione Romana – già combattente in Spagna e attivo nelle contese anticlericali in cantiere nel secondo dopoguerra), Manuela Malaroda (figlia dell’anarchico esperantista monfalconese Vittorio), Giuseppe Usmiani (anarchico nativo di Pola, già protagonista nelle rivolte pro-Ferrer a Trieste nel 1909), Primo Vigna, fratello di Libero. — a Monfalcone.

Il vino è da sempre presente nella poetica rivoluzionaria. Con le botti (barrique) si costruivano le barricate perlomeno fino dalla Comune di Parigi nel 1872, le osterie sono sempre state luogo di incontro proletario, diffusione di idee sovversive e luogo di copertura soprattutto durante il fascismo. Lo stesso Bakunin, a quanto testimoniava Luigi Veronelli, beveva due fiaschi di vino al giorno. Non si discostano da questa tradizione gli anarchici di Monfalcone, la cui presenza si nota a partire dalla nascita del Cantiere Navale Triestino nel 1908. Sull’importanza della presenza libertaria nella cittadina isontina è significativo notare come il primo sciopero politico del cantiere si sia svolto il 15 ottobre del 1909 per protestare contro l’esecuzione in Spagna del pedagogista libertario Francisco Ferrer. La manifestazione che ne scaturisce non deve essere stata molto pacifica visto che quasi tutto il gruppo dirigente socialista viene incarcerato e 13 operai vengono in seguito rinviati a giudizio. Nel primo anniversario della morte di Ferrer i socialisti optano per una commemorazione pacata, una riunione serale dopo il lavoro. I libertari, che il socialista Luigi Tonet definisce «un gruppo di sconsiderati», incitano però gli operai a lasciare il posto di lavoro: dopo un po’ di dibattito il cantiere si svuota. In seguito i socialisti accusano gli anarchici di aver usato il nome di Tonet per convincere gli indecisi (è facile immaginarli: «gà dito Tonet de scioperar!»). Domenica sera 16 ottobre 1910, pochi giorni dopo e in un momento in cui ci sono duri scioperi in Cantiere con socialisti e libertari che portano avanti linee non sempre concordanti, un gruppo di anarchici (quattro o cinque) prende posto ad un tavolo del Caffè Progresso (locale gestito dai socialisti) cominciando a cantare inni sovversivi. Quando l’ora si fa tarda gli anarchici, allegri e provocatori, continuando a far baldoria vengono invitati al silenzio. A questo invito i libertari rispondono provocando ulteriormente i socialisti che quindi li allontanano «a pugni e scapelotti». Nell’occasione del secondo anniversario della morte di Ferrer, il 13 ottobre 1911, dopo la manifestazione di commemorazione organizzata a mezzogiorno dai socialisti, di nuovo gli anarchici incitano gli operai a non rientrare in Cantiere cosa che viene fatta in massa. La cosa causa il sommo disappunto dei socialisti che li accusano con frasi forti di essere fannulloni che colgono qualsiasi occasione per fare festa e andare a bere il vino nuovo. È quindi la capacità di mobilitazione e di pressione degli anarchici, nonostante il Partito Socialista si impegni per impedire che gli operai scendano in sciopero, a fare della giornata del 13 ottobre una scadenza operaia da usare per far sentire ai “borghesi” tutta la carica antagonista che si sviluppa nel sempre più numeroso proletariato monfalconese. Gli operai anarchici ricompongono lo spontaneismo dei lavoratori meno qualificati entrando spesso in contrasto con il gruppo socialista che caldeggia l’organizzazione e l’accentramento delle lotte. A fine giugno 1912 nel corso di un comizio tenuto a Monfalcone dal dirigente socialista Chiussi gli anarchici, tramite Vittorio Puffich che fa loro da portavoce, lanciano diverse accuse contro i capisquadra e contro i lavoratori inglesi, rimasti con funzioni di capi all’interno del Cantiere, chiedendone l’espulsione. Il gruppo metallurgico si oppone dicendo che l’espulsione può essere chiesta solo per gli operai comuni e non per gli operai qualificati  insultando poi «i libertari con alla testa il pazzoide Puffich, il bellimbusto Smardocheo, il semialcolizzato Revelant, il vanitoso Radig» tacciati di essere inconcludenti e al servizio della Direzione del Cantiere nella loro pervicace opposizione all’organizzazione. La polemica del resto era dovuta anche al fatto che numerosi capisquadra – i mistri – costituiscono l’ossatura del sindacato socialista. L’accusa a uno degli anarchici più rappresentativi di essere “semialcolizzato” intende essere ulteriormente offensiva dato l’impegno dei socialisti nel condurre la battaglia contro l’alcolismo. L’osteria, anche per gli anarchici monfalconesi, soprattutto durante gli anni del Regime fascista, diventa luogo in cui con la circospezione necessaria ci si può confrontare sulle vicende politiche e organizzare quando la piazza e talvolta anche le case private non hanno sufficiente sicurezza. Finché si può l’osteria è anche luogo di resistenza antifascista. A Trieste il 4 novembre 1921 in un’osteria un gruppo di operai si intrattiene cantando canzoni politiche. Una squadra di fascisti non tollera la manifestazione ideologica e minaccia, pistole alla mano, i cantanti i quali però prontamente reagiscono sparando contro i fascisti che fuggono. Anche a Monfalcone c’è chi dall’osteria urla il suo ribelle spirito antifascista contro le forze dell’ordine: Cesare Novachig. Cesare Novachig assieme a tale Giuseppe Magrin, per fuggire alla repressione fascista tenta la via del fuoriuscitismo raggiungendo la Francia dove viene bloccato dai gendarmi transalpini. Gli viene concessa la scelta tra l’arruolamento coatto nella Legione straniera o il rimpatrio. Novachig opta per la seconda venendo quindi trasferito a Monfalcone dove viene processato e sconta 6 mesi per il tentativo di espatrio clandestino. Uscito di galera ritorna alla sua solita vita. Ancora celibe frequenta i pochi anarchici restati a Monfalcone alcuni dei quali suoi parenti (ad esempio Ermenegildo e Umberto Gon). La brace arde sotto la cenere ma la repressione è schiacciante per cui gli anarchici non si espongono inutilmente. Accade però che una sera – siamo nella seconda metà degli anni ’30 – Cesare Novachig si trova in un’osteria che all’epoca si trovava in via Duca d’Aosta vicino alla scuola elementare. I bicchieri si sommano ai bicchieri e la lucidità e la circospezione iniziano a vacillare. Entrano un paio di carabinieri. Forse semplicemente danno un’occhiata indagatrice, forse si rivolgono al noto Novachig… non lo sappiamo. Cesare sbotta e inveisce contro i birri fascisti e il Regime, forse solo per allusioni. Per lui la condanna si limita solo a pochi altri mesi al fresco. L’accesso viene attribuito all’eccesso alcolico anziché a quello politico. Il personaggio che però è più rappresentativo di questa liaison tra vino e anarchici monfalconesi è Serafino Frausin. Originario di Muggia come tanti altri operai, attivisti anarchici e socialisti impiegati nel Cantiere Navale Triestino di Monfalcone. Schedato anarchico già diciassettenne a Muggia, si trasferisce a Monfalcone poco dopo la fondazione del C.N.T.. A Monfalcone Serafino alloggia all’osteria “Al popolo” (che si trovava sulla salita che conduce alla Rocca poco prima del sottopassaggio). Lì conosce Clara Saranz, una delle figlie del proprietario con cui in seguito si sposerà ed avrà una figlia. Durante la prima guerra mondiale, in concordanza con le proprie opinioni antimilitariste, diserta l’esercito austroungarico e ripara in Italia. Qui però al posto dell’accoglienza lo attende l’internamento in località impervie della Calabria e della Sardegna in quanto soggetto reputato politicamente inaffidabile. La conclusione del suo periodo di internamento avviene, a guerra finita da un pezzo: siamo quasi nel 1920, a Lucca. In questo periodo per mantenersi aggiusta orologi e fa conoscenza di un prete internato con il quale gioca a carte e beve talvolta qualche bicchiere di vino. Tornato a Monfalcone Frausin prosegue nella sua militanza politica e sindacale. Nonostante sia un operaio ‘cantierino’ si impegna anche direttamente nelle lotte agrarie che scoppiano nel vicino Friuli ex-austriaco. Dopo la guerra il settore dell’agricoltura della zona si trova in ginocchio, visto che i principali prodotti agricoli del goriziano – quali vino, frutta e ortaggi – che nell’Impero austroungarico non avevano avuto concorrenti, in Italia devono competere fin da subito con una produzione molto più abbondante ed economica e contemporaneamente la produzione rurale si trova davanti ad una chiusura dei mercati del Centro e Nord Europa. Nascono quindi violente lotte tra coloni e proprietari terrieri. Ad animarle il socialista (in seguito comunista) Giovanni Minut affiancato dall’anarchico Ernesto Radich segretario della Camera del lavoro di Monfalcone. In queste lotte una prima vittoria porta la convenzione per la divisione del vino tra proprietario e colono dall’80-20% al 60-40%. Poi però le trattative si fermano per concludersi appena nel giugno 1921. Il montante fascismo manda queste rivendicazioni gambe all’aria a forza di violenze e attentati. Lo stesso Frausin è vittima di un’aggressione squadrista da cui si salva fortuitamente perché i fascisti  che lo hanno attaccato lo credono morto. In seguito Frausin, tra mille avventure, giunge in Sud-America. Nelle sue peripezie prima di raggiungere il continente Latinoamericano spicca una in cui, in seguito ad una sbronza (che è facile immaginare come colossale) presa in un porto del mare del Nord in cui sbarca dal cargo in cui è imbarcato nell’equipaggio, viene arrestato con tutta la ciurma perché nessuno è in grado di pagare quanto consumato per il cambio di valuta dopo la svalutazione seguita alla crisi economica del 1929. Nel continente Sudamericano va in Venezuela. Qui, grazie ad un capitale accumulato con il suo lavoro di metallurgico specializzato e agli aiuti spediti dai suoi compagni di Trieste, apre un piccolo locale. Frausin però è un tipo altezzoso e austero e gli affari non vanno come vorrebbe. Decide allora di chiudersi con i pochi ma fidati amici nel locale finché non finisce tutto quanto c’è da bere. Poi espatria verso la Colombia dove inizia un’altra vita. Per un periodo si mantiene facendo il cercatore di platino nella foresta al confine con Panamà. Ammalatosi di una malattia tropicale ritorna alla capitale. Con la sua professionalità, maturata nei cantieri navali altamente specializzati di Muggia, Trieste e Monfalcone, comincia a progettare e costruire ponti. Si costruisce anche un’altra famiglia ma preferisce continuare a vivere da solo in albergo e mantenere la sua autonomia e libertà anche di giocare a carte e bere ogni tanto un bicchiere con gli amici della comunità italiana di Ibaguè, dove si è trasferito, costituita in buona parte da musicisti del locale conservatorio (il secondo più importante della Colombia). L’11 gennaio 1944 nasce il primogenito colombiano Vinicio, il cui nome completo è Serafin Vinicio. Il nome Vinicio (che Frausin dà sia alla figlia italiana avuta in precedenza che al primogenito colombiano) potrebbe essere ripreso dal tardo nome latino Vinicius, forse derivato da vinum, “vino”, col possibile significato di “amico del vino” o “del vino” (anche il secondogenito di Ermenegildo Gon si chiamava Vinicio e il primogenito dell’importante anarchico monfalconese – in seguito comunista e noto organizzatore sindacale – Ernesto Radich, Vinio). Concludo citando un telegramma spedito da Serafino Frausin letto pubblicamente ed apprezzato all’associazione antifascista Sociedad Mazzini de Colombia di Bogotà in cui celebrava la caduta del fascismo. Egli sintetizza bene l’approccio politico-esistenziale degli anarchici di Monfalcone: l’antiautoritarismo e l’azione diretta, la gioia indisciplinata di vivere, le idee e l’amore “esagerati” per la libertà. Il 10 agosto 1943 – pochi giorni dopo la destituzione del “Duce” ad opera del Gran Consiglio del fascismo – scrive Serafino Frausin esaltando i due strumenti di lotta e di vita: «Sono con voi in questi difficili momenti di lotta contro ogni forma di tirannia. Il ferro per assassinare i tiranni, il vino per festeggiarne i funerali. Abbasso il fascismo, viva l’Italia libera. Frausin».

corteo primo maggio1902 a Trieste

Trieste: corteo del primo maggio 1902, successivo al cruento sciopero generale del febbraio.

 

 

 

 

 

Roland Barthes legge La fisiologia del gusto di Brillat-Savarin

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Riproposta

“Pretendere che non si debbano cambiare i vini è un’eresia; la lingua si sazia e, dopo il terzo bicchiere, anche il vino migliore dà una sensazione appena ottusa.”

Brillat – Savarin.

Uno dei testi riconosciuti unanimemente come spartiacque della critica eno-gastronomica, oppure sarebbe meglio dire come nascita vera e propria delle critica gastronomica come disciplina autonoma, è quello scritto da  Jean-Anthelme Brillat-Savarin tra il 1820 ed 1823, “La fisiologia del gusto o Meditazioni di gastronomia trascendente”, editato, in forma anonima, a Parigi nel 1825. Questo può accadere anche perché nella seconda metà del Settecento, nel 1764 per la precisione, si verifica un piccolo fatto estremamente significativo: per la prima volta, nel secondo volume del ‘Traité des livres rares[1]’, i libri di cucina vengono classificati come ‘arte’ e non vengono più catalogati nella sezione di ‘Scienze e arti’, anche se rimangono nella sottoclasse di ‘Medicina’. Successivamente, nel ‘Catalogo Perrot’, grazie al lavoro Née de La Rochelle e Belin junior, la ‘cucina’ esce dalla sottoclasse ‘Medicina’ e viene separata da ‘Igiene’ e ‘Dietetica’. Anche se in seguito i cataloghi torneranno a mettere la ‘cucina’ nell’antica classificazione medica, la rottura epistemologica del periodo settecentesco è evidente e verrà poi recuperata nel secolo successivo. La cucina nel Settecento non è più al servizio della gola, ma, come tutte le arti, del buon gusto ed essa non deve più rispondere a caratteri soggettivi legati allo stato umorale di colui che mangia o al temperamento di una popolazione, ma deve in qualche modo rispondere a dei canoni di oggettivazione.

Il testo di Brillat-Savarin si compone di due parti: la prima si compone di XXX meditazioni che partono dall’ esplicazione “Dei sensi” e terminano con il “Florilegio”; la seconda parte, di commiato, è il suo viaggio gastronomico attraverso alcune ricette storiche sia in terra natia che di emigrazione che lo videro partecipe in prima persona.

Un secolo e mezzo più tardi, il grande semiologo Roland Barthes propone di leggerci, cioè di interpretare, le meditazioni trascendenti di Brillat-Savarin e decide di iniziare da un capitoletto che intitola così: “Gradi’.  Barthes ritiene che Brillat-Savarin renda esplicita una delle più importanti categorie formali della modernità: “lo scomporsi dei fenomeni in varî gradi[2].”

“Il gusto è appunto quel senso che conosce e pratica approcci multipli e successivi: entrate, ritorni, accavallamenti, tutto un contrappunto della sensazione[3].” In questo modo la sensazione gustativa viene assoggettata al tempo e su di lei si può sviluppare un racconto come nel campo letterario. Soltanto questa subordinazione del gusto allo scandirsi del tempo permette di acquisire sorprese e sottigliezze: “si tratta dei profumi che, per così dire, si pongono già in partenza come ricordi: nulla avrebbe impedito a Brillat-Savarin di analizzare la madeleine di Proust[4].”

Vi sono, infatti, per Brillat-Savarin tre sensazioni del gusto: quella diretta, che corrisponde alla prima impressione in bocca, quando ciò che beviamo (mangiamo) è ancora sulla parte anteriore della lingua; quella completa, che si compone dalla prima impressione più quella del cibo (liquido) che è passato nel retrobocca e “colpisce tutto l’organo con il sapore e con il profumo[5].”

Ed infine la sensazione riflessa, che è il  giudizio dell’anima sulle impressioni che l’organo le ha trasmesse.

Senza quella storia, oggi non descriveremmo il vino così come lo facciamo, né parleremmo delle sue evoluzioni nel tempo e delle sue inspiegabili trasformazioni.

[1] Bibliographie instructive, ou Traité de la connoissance des livres rares et singuliers … / par Guillaume-François De Bure, le jeune, … Tome 1. ó-7.]. – A Paris : chez Guillaume-Francois De Bure le jeune, Libraire, quai des Augustins, 1763-1768. – 7 v.

[2] Brillat-Savarin letto da Roland Barthes, Sellerio Editore, Palermo 1978 (Edizione originale: Physiologie du goût avec una Lecture de Roland Barthes, Hermann, Paris 1975), pag. IX

[3] Ibidem, pag X

[4] Ivi

[5] Jean-Anthelme Brillat-Savarin, Fisiologia del gusto o Meditazioni di gastronomia trascendente, Slow Food Editore, Bra (Cn) 2008, pag. 50

Il vitigno come diverso dall’uno.

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Riproposta.

Una volta Zhuang Zhou sognò che era una farfalla svolazzante e

 soddisfatta della sua sorte e ignara di essere Zhuang Zhou.

Bruscamente si risvegliò e si accorse con stupore di essere Zhuang Zhou.

Non seppe più allora se era Zhou che sognava di essere una farfalla,

o una farfalla che sognava di essere Zhou.

Tra lui e la farfalla vi era una differenza.

 Questo è ciò che chiamano la metamorfosi degli esseri.

(Zhuang-zi [Chuang Tzu], II)

Il problema della definizione dei contrari “identico-diverso” “ simile-dissimile” “eguale-diseguale” si pone sin dall’antichità greca come uno dei problemi nodali del dibattito filosofico. Quello che sta alla base della discussione è stabilire la natura di “ciò che è” e di ciò che da questo, pur opponendosi, ne deriva, ovvero “ciò che non è”.  Il rapporto tra le coppie di opposti identico-diverso e simile-dissimile è tale che non solo dall’identico deriva il simile, e dal diverso il dissimile, ma anche che dall’identico nasce il dissimile e dal diverso il simile. Se due cose sono identiche, proprio per questo hanno qualcosa di dissimile: se l’identità fosse assoluta non si tratterebbe di due cose, ma di una; se sono invece diverse, proprio per questo sono anche simili: altrimenti non sarebbero neppure comparabili. Il primo a porre la questione in maniera sistematica è Platone di cui riporto questo breve tratto del suo Parmenide (9):

«La natura dell’uno non è affatto anche identica a quella dell’identico» «E perché?» «Perché quando qualcosa diviene identico a qualcos’altro, non diventa uno». «Beh, ma perché?» «Divenendo identico ai molti, di necessità diventa molti ma non uno». «Vero». «Ma se l’uno e l’identico non differiscono in nessuna maniera, allorquando qualcosa divenisse identico diverrebbe sempre uno ed allorquando divenisse uno diverrebbe identico». [139e] «Assolutamente sì». «Se l’uno sarà identico a sé stesso, allora non sarà uno con sé stesso, e così, pur essendo uno, non sarà uno. Ma questo, ecco, è impossibile; è impossibile allora per l’uno sia essere diverso da un diverso sia anche essere identico a sé stesso». «Impossibile». «E così ecco che l’uno giammai sarebbe diverso oppure identico né rispetto a sé stesso né rispetto ad un diverso». «No, ecco». «E non sarà né simile né dissimile a qualcosa, né a sé stesso né ad un diverso». «E perché?» «Perché l’identico è in qualche modo passibile di esser simile». «Sì». «Eppure parve che l’identico fosse di natura separato dall’uno». [140a]

Ciò che ci giunge da allora è insomma l’idea che ciò che è identico sia passibile di essere simile e non uguale (con il medesimo corredo genetico direbbe qualcuno), poiché separato e generato dall’entità prima. Le scienze matematiche e fisiche vengono investite da subito della disputa filosofica, grazie anche all’influenza secolare del neoplatonismo (Plotino e le sue Enneadi in primis): identità, uguaglianza, proporzione, temporalità, contenuto, forza e resistenza devono trovare uno spazio di definizione e di verifica entro le strette maglie delle esegesi di Platone sino all’epoca medievale. Per primo il Dottore Profondo (Tommaso Bradwardine, Trattato sulle proporzioni del 1328), esponente di punta dei calculatores del Merton College di Oxford,va ad osservare che nel concetto di proporzione di uguaglianza (proportio o ratio aequalitatis) “nessun rapporto è maggiore o minore di un rapporto di uguaglianza.” Da ciò deriva la nozione di verità come precisione, concetto che viene sviluppato da Biagio Pelacani da Parma, in particolare nel suo commento al Trattato sulle proporzioni, «per dimostrare, in termini matematici, la natura indivisibile dell’intelletto. La proportio aequalitatis, espressa dalla proporzione 1 : 1, è per Biagio un’unità che è in proporzione di uguaglianza solo con se stessa, il rapporto dell’uno con se stesso; tale concetto indica un’unità intellettuale identica solo a se stessa, un punto matematico indivisibile: l’indivisibile, infatti, non è né uguale né disuguale rispetto a nessuna cosa, essendo identico a sé stesso[1]

«In natura non esiste “l’uguale all’altro”[2]», dice oggi Elisabetta Foradori.

L’uguaglianza, insomma, non presuppone necessariamente l’identità.


[1] Tatiana Ragno, Verità e conoscenza nel pensiero di Niccolò Cusano, dottorato di ricerca in filosofia, ciclo XXIII, Verona, pp. 65,66

Parole del vino nel Medioevo.

vino medioevo

 

Bruno Andreolli1 compie un viaggio all’interno della lessicografia medievale, analizzando i tre lessici medievali più importanti: Papias Vocabulista2, compilato nel secolo XI, le Magnae Derivationes di Uguccione da Pisa3 e il Chatolicon di Giovanni Balbi4. «(…)Emergeva come centrale il ruolo riservato alla massima ‘nomina sunt consequentia rerum’, la quale postulava l’esistenza di un sistema di corrispondenze obbligate tra i nomina iuris e la realtà empirica, che il giurista s’industriava di serrare entro le maglie interpretative del proprio discorso analitico: il processo di formazione dei nomi non era semplicemente formale e linguistico, ma era in primo luogo materiale e concreto. Come nella gerarchia dell’essere cosa derivava da cosa, così, conseguentemente, e quasi specularmene, nella struttura della lingua, nome derivava da nome5.» Nelle opzioni classificatorie del lessicografo tutti e tre gli autori fanno una netta distinzione tra vite, uva e vino: «la vite assume il nome prevalentemente dalla regione di primo e più diffuso impianto né si mostrano particolari attenzioni alle sue tecniche di coltivazione (…) sorprende il fatto che tra gli alberi particolarmente adatti a svolgere la funzione di sostegno vivo della vite non venga registrato l’acero campestre, diffusissimo invece nelle piantate medievali italiane di bassa pianura6.» L’uva invece viene classificata in base ad elementi esteriori ed il collegamento con il vitigno di provenienza viene menzionato solo in riferimento alla regione di provenienza: «Et nota quod vitium vel uvarum multa sunt genera7 Per quanto riguarda il vino, invece, i riferimenti descrittivi sono più portati, come per Papias, alle sue funzioni, piuttosto che alle sue caratteristiche organolettiche, ed in particolare a quelle mediche e terapeutiche. Altri riferimenti sono di carattere morale, come quelli del domenicano Balbi: «Lieus scilicet Bachus et dicitur a lien quod est speln quia a splene risus procedit et ebrii quasi sempre rident. Vel de a ligo quod ligat linguam et impedit. Vel a lienon quod est lene quod multo vino membra solvantur et leniantur8.» Per ciò che riguarda la lessicografia descrittiva medievale bisogna innanzitutto riconoscere che la formazione principale del gusto proviene da due mondi tra loro collegati: la gastronomia e la dietetica.9 Sapori che vengono comunemente associati ai principi attivi delle sostanze, per cui, ad esempio, l’amaro viene considerato da Ibn Butlān10 come poco nutritivo e lassativo.

Altri aggettivi, come ‘pontico’, che viene tradotto come pungente è totalmente scomparso dal nostro vocabolario. «Il gusto, dunque, inteso come strumento sensoriale, e i ‘gusti’ come l’insieme dei piaceri gustativi di ciascuno cumulano le funzioni di strumento di conoscenza e di guida in tema di scelte alimentari11

Varie testi concordano sulla pregevolezza dei vini invecchiati, che vanno mediamente dai quattro ai sette anni, anche se questi assumono con il passare del tempo un carattere amaro, condizione questa molto gradita già dalle élite romane, assai secco e caldo.

Non vengono apprezzati invece i vini molto invecchiati alla stessa stregua di quelli eccessivamente giovani, mentre quelli collocati in un giusto mezzo, sempre assecondando le specificità fisiche, mentali e dell’età del bevitore, secondo la tradizione ippocratico – galenica12, sono quelli tenuti in maggior conto: «De vinis Vina probantur odore, sapore, nitore, colore. si bona vina cupis, haec quinque probantur in illis, fortia, formosa, fragrantia, frigida, frisca.

XIII

De vino candido et rubeo

Sunt nutritiva plus dulcia candida vina.

si vinum rubeum nimium quandoque bibatur, venter stipatur, vox limpida turbificatur13

Poi il colore del vino come criterio di definizione della qualità: se l’Enciclopedia di Bartolomeo Anglico14 definisce in sei i colori distintivi del vino, ovvero il nero, il bianco, il glauco (verde pallido), il giallo limone, il rosato e il rossiccio, Aldobrandino da Siena15 li riduce a quattro: il bianco, un bianco che tende al rosso, il rosso e il nero. Bartolomeo Anglico preferisce il vino rosso a cui dedica un intero capitolo: deve essere annacquato così che il consumo ne risulti profittevole per la salute, in particolare per gli anziani a cui correggerebbe gli umori freddi. Il vino rosso può essere dolce o di sapore ‘poignant’, ovvero ‘nervoso’, che ha del ‘mordente’ Nel «Segreto dei segreti», così come nel testo di Pier de’ Crescenzi, il colore del vino muta a seconda del grappolo d’uva di partenza: per il primo dal grappolo bianco il colore sarà acquoso, poi si passerà all’anno ad un colore più colorato e più bianco, al secondo anno più colorato, color ramo di palma ed infine dopo tre o quattro anni e più al color giallo limone. Per il secondo si passa da un bianco acquoso all’inizio della maturazione, al color biancastro, al color pallido per arrivare al color limone. Dai grappoli rossi per il «Segret…» si passa da un colore che tende al bianco, ad un vino rosso pallido, color di rosa al rosso e si finisce con il rossiccio. Per de’ Crescenzi si va da un colore quasi bianco se il vino non è cuvée (miscela di uve), al rosato per finire al color rossiccio. Infine dai grappoli neri per il «Segret…» si passa da un colore iniziale nero e scuro ad uno più chiaro meno nero ma non ancora rosso e si termina con il rosso. Nell’ ‘Opus ruralium…’ si passa dal molto nero al colore intermedio tra il rosso e il nero e si finisce con il rosso. I sapori dei vini variano dal debole, forte, dolce, verde o agro di Aldobrandino al dolce, mordente, acuto di Bartolomeo Anglico. Altri aggiungono qualità deteriori del vino, come il ‘Segret…’ che parla di sostanza torbida, spessa e nera. Viene anche stabilita un’opposizione tra vino dolce, caldo e secco e vini agri, ma di acidità non eccessiva, che hanno un carattere più terroso di quelli caldi. Pier de’ Crescenzi identifica le qualità migliori nel vino dolce, che è caldo e più nutriente, individuando nel dolce, nel mordente e nell’acuto, nel forte e nell’insapore le qualità, positive e negative, di un vino. Molte delle valutazioni gustative lo sono a partire dall’uva. L’odore va di pari passo con il sapore e ne segue sostanzialmente le caratteristiche, anche se in maniera molto generica: solitamente i vini vengono distinti in una diarchia che comprende buoni e cattivi odori. E poi la forza o vinosità di un vino viene sostanzialmente collegata al tenore alcolico dello stesso, e quindi al ‘calore’ e la sostanza, che rimanda sia al concetto di limpidezza che di materia, alla concentrazione e alla corposità di un vino. Per gli autori medievali solitamente la limpidezza si contrappone allo spessore e la sostanza di un vino si riferisce al primo dei termini (limpidezza), conferendone una valutazione di pregio. Non si può certo dimenticare che la produzione delle varie tipologie di vino, strettamente legate alla loro qualità, è direttamente collegata a pratiche enologiche di produzione che rappresentano la divisione in classi sociali all’epoca esistente: «(…)il vino fiore, sia che fosse vinificato in bianco, sia che fosse in rosso, era consumato in gran parte dai ceti più agiati, mentre i vini di torchio, e i vinelli e mezzi vini erano destinati ai ceti contadini e venivano acquistati o prodotti dai padroni per il consumo dei loro dipendenti (salariati o prestatori di corvées)16.» Per il vino di qualità, che si riscontra già in Varrone, il mosto viene separato dalla vinaccia e dai graspi e viene ricavato o con il semplice sgrondo dell’uva ammostata, o con ripetute sgrondature, o con ripetute torchiature o con l’imposizione di pesi sulla vinaccia. In de’ Crescsenzi si fa riferimento ad una tinozza quadra, detta cratis o pistarola, dove vengono pigiate le uve, il cui mosto puro viene fatto passare in un tino sottostante, per una fermentazione senza vinaccioli e graspi. Di minor pregio, poi, il vnum tortivum, ottenuto dalla seconda o terza torchiatura delle vinacce sgretolate, e dove non vi sia un torchio l’indicazione, come per lo statuto di Ravenna, è quello di utilizzare dei grossi pesi. Lo stesso dicasi per i vinelli detti anche acquaticci e dei mezzi vini, i primi prodotti dalle fermentazioni delle rifermentazioni di vinacce sgrondate con imprecisate quantità d’acqua, mentre per i secondi viene usata una quantità d’acqua pari alle uve ammostate.

 

1  Bruno Andreolli, La terminologia vitivinicola nei lessici medievali italiani, in Jean-Louis Gaulin e Allen J. Greco (a cura di), Dalla vite al vino. Fonti e problemi della vitivinicoltura italiana medievale, Editrice Clueb, Bologna 1994, pp. 15 – 37

2  Già alla fine del Quattrocento in varie città italiane s’iniziò ad avvertire l’esigenza di definire e codificare il volgare in raccolte che avessero pari autorità rispetto ai repertori latini e a quelli latino-volgari. I primi esperimenti di compilazioni monolingui furono fatti in Toscana, la regione nella quale il volgare aveva raggiunto risultati d’altissimo livello nella poesia e nella prosa. Il primo esempio è il Vocabulista del poeta e umanista Luigi Pulci, consistente in una lista alfabetica d’oltre settecento vocaboli, seguiti da una breve definizione. Si tratta, probabilmente, di un dizionarietto concepito per uso personale, con una funzione solo autodidattica, confermata dalla presenza di molte delle voci raccolte poi nel Morgante.

3  Uguccióne (lat. Huguccio o Hugo) da Pisa. – Canonista e lessicografo (n. Pisa forse intorno al 1130 – m. Ferrara 1210). Scolaro a Bologna già prima del 1156, vi fu professore di diritto canonico dal 1178 al più tardi fino al 1190, quando fu nominato vescovo di Ferrara. Da vescovo esercitò importanti incarichi religiosi e anche politici. Rielaborò e accrebbe il lessico di Papia in un’analoga compilazione: le famose Derivationes, di grande autorità e diffusione per più secoli, che furono il lessico di Dante. Come canonista, U. lasciò una Summa al Decretum di Graziano (compiuta verso il 1188-90), con la lacuna delle causae XXIII-XXVI riempita poi da Giovanni di Dio (1250): per vastità e profondità di pensiero, il maggiore commentario di Graziano. Da treccani.it

4 Giovanni Balbi da Genova. Lessicografo (m. 1298 circa), domenicano; scrisse le Postillae super evangelia e un trattato teologico in forma di dialogo, il Dialogus super quaestionibus animae ad spiritum. Sua opera maggiore è il Catholicum (1286), vasto lessico latino con ampie digressioni grammaticali, etimologiche e sintattiche, molto usato nei secc. 14º-15º; un’edizione di esso (1460) si crede stampata da Gutenberg.

5 Mario Montorzi, Tra retorica ed enciclopedia: l’ontologismo linguistico del giurista medievale. (2b), Sapienza, 9 in cos22.humnet.unipi.it/cartella/Montorzi%20Mario.doc

6 Bruno Andreolli, cit. pag. 30

7 Uguccione, citato in Bruno Andreolli, Ivi. pag. 29, prende a prestito del suo impianto etimologico quello descritto da Isidoro mentre tralascia la classificazione di Virgilio-Servio I venti libri delle Etymologiae costituiscono l’opera isidoriana di maggiore rilievo, in cui è condensato tutto il sapere del passato a partire dalle arti liberali, a cui si vanno ad aggiungere la medicina, le leggi e la storia, i libri e gli uffici ecclesiastici, la teologia, argomenti concernenti la Chiesa e le sette, le lingue, i popoli, i regni e le parentele, le parole rare, l’uomo e i mostri, gli animali, il mondo e le sue parti, la terra e le sue parti, gli edifici, i campi e le strade, le pietre ed i metalli, l’agricoltura, la guerra ed i giochi, le navi, le costruzioni ed i costumi, gli utensili ecc. La struttura di quest’opera, così flessibile da consentire ad Isidoro di raccogliere dati in qualsiasi contesto e direzione, è quella di un lessico: si parte da una vox, la cui spiegazione (che può essere ‘secundum naturam’ o ‘secundum propositum’) facilita la comprensione della res a cui fa riferimento: sebbene molte delle etimologie in esso individuate possano risultare arbitrarie e l’opera non abbia carattere di originalità, la sua importanza all’intero di un contesto culturale fortemente deteriorato fu molto grande. Isidoro non celò mai il carattere riassuntivo delle sue opere, inserendo in genere una piccola premessa che indicava al lettore che ciò che stava leggendo era materiale proposto (senza alcun arbitrio), al vaglio critico del lettore, al quale era anche affidata la possibilità di correggerlo qualora ne avesse avvertito la necessità. Gran parte delle Etymologiae è riservata a ricerche di carattere grammaticale, ma in esse non è trascurato neppure ciò che può risultare utile ad acquisire una educazione filosofico-teologica: vi si trovano infatti estratti desunti dalle opere di scrittori classici e dai padri della Chiesa (in particolare Gregorio Magno). Isidoro non si prefigge il compito di dare al lettore una conoscenza approfondita delle materie trattate, preoccupandosi piuttosto di fornire un prezioso strumento di orientamento.

9  Su questo punto rimando per intero al libro di Yann Grappe, Sulle tracce del gusto. Storia e cultura del vino nel Medioevo, Edizioni Laterza, Bari – Roma 2006

10  Abū al-asan al-Mukhtār ibn ‘Abdūn (in arabo: ابو الحسن المختار ابن عبدون ابن بطلان‎), meglio conosciuto come Ibn Bulān (Bagdad, 1001 – Antiochia, 1038, 1052, o 1066) fu un medico iracheno di fede cristiana. Nel 1049 lasciò la sua città natìa per conoscere altri luoghi, visitando Aleppo, Laodicea, Giaffa, Il Cairo e Costantinopoli. Trascorse la fine della sua vita in un monastero nei pressi di Antiochia, dove prese i voti. La sua opera Taqwin al-Sihha in arabo: تقويم الصحة‎ (Tavole della salute) è un trattato di medicina islamica che contiene nozioni razionali di igiene, dietetica e di esercitazione. Mette in risalto i benefici di una regolare attenzione alla qualità fisica e mentale. Fu tradotto in latino da Faraj ben Salim. La continua popolarità e le numerose pubblicazioni che ottenne questo testo medievale originario del Medio Oriente fin dal XIV secolo, sono la dimostrazione dell’influenza che la cultura araba ebbe sull’Europa moderna.

Da wikipedia

11 Yann Grappe, cit. pag. 82.

12  La Dottrina Umorale

Come illustrato da Galeno e dai medici della tradizione galenica medievale, lo stato di salute dell’uomo e degli animali sanguiferi è legato al perfetto equilibrio e commistione dei quattro umori, sanguis, pituita, biles duae, flava atraque (Galeno, 1597, «Finitiones medicae» in Libri Isagogici: 44 r) e delle loro proprietà o qualità primarie, siccitas, humiditas, caliditas, frigiditas (ID: «De temperamentis», I 8, in Prima Classis: 14 r).

Cfr. Vittorio Bartoli, L’idropisia di maestro Adamo in Inferno XXX. Importanza della dottrina umorale di Galeno nel medioevo , Università di Firenze http://www.ucm.es/info/italiano/acd/tenzone/t8/BARTOLI.pdf

13  Regimen Sanitatis Salernitanum

È uno dei più famosi poemi della storia della medicina e della letteratura. La sua stesura sembrerebbe collocarsi tra il XII e il XIII sec. e ce ne sono pervenute circa cento versioni manoscritte e circa 300 stampe. René Moreau, uno studioso seicentesco del Regimen, sostiene che l’allora futuro re d’Inghilterra Roberto, figlio di Guglielmo il Conquistatore, si fermò a Salerno sulla via del ritorno dalle crociate per curarsi le ferite provocate dai combattimenti. I medici salernitani non solo lo curarono, ma gli dedicarono anche un manoscritto contenente precetti per una vita ed un’alimentazione sane e corrette. In tutta Europa circolarono diverse edizioni e versioni del Regimen, complete di commenti che aggiungevano o toglievano elementi dalla versione originale. L’opera fu tradotta in diverse lingue e continuamente resa attuale rispetto ai contesti storici in cui veniva riedita. Il poema divenne famoso e tenuto in grande considerazione in ambito medico sino al XIX sec. Ancora oggi sono in voga nel nostro linguaggio termini ed espressioni coniati proprio nel Regimen come ‘cattivo umore’, ‘sangue marcio’, etc.. L’opera Si basa su consigli di uso comune e ciò ne fa anche uno strumento di conoscenza degli usi e dei costumi, delle credenze, e delle pratiche medievali.

http://www.associazioneermes.it/Regimen.htm

14  Bartholomaeus Anglicus

Bartholomaeus or Bartholomeus Anglicus, or Bartholomew the Englishman, was a Franciscan monk of the thirteenth century. He is sometimes confused with another Franciscan and Englishman, Bartholomaeus of Glanville, Glanvilla, or Glaunvilla, who died about 1360. Bartholomaeus Anglicus was born in Suffolk, England in the late twelfth century; the exact date is unknown. He studied natural sciences and theology at Oxford under Robert Grosseteste, then went to Paris to study and teach at the university there. He joined the newly-established Franciscan Order around 1224 or 1225, but continued to teach in Paris. In 1231 he went to Magdenburg in Germany to be a lecturer at the studium. It was there that he wrote his encyclopedia, De proprietatibus rerum (On the nature of things, or On the properties of things), some time before 1260 (probably between 1242 and 1247). http://www.summagallicana.it/Emblemata/Arte/Pittura/Manoscritti_medievali/manoscritti_medievali.htm

15  Tracciare un profilo biografico dell’autore del Régime du corps è un’impresa semplice solo in apparenza. Il prologo dell’opera è piuttosto corposo e ricco di particolari sulle circostanze di composizione, e possiede quindi l’apparenza di uno strumento in grado di rispondere ad ogni domanda. A minare il comprensibile ottimismo dello studioso vengono tuttavia due osservazioni. Innanzitutto il prologo in questione non è originale e fu aggiunto all’opera in un momento successivo alla sua composizione. Dunque è dovuto al curatore della copia o allo stesso copista, e lo si deduce non solo dal riferirsi ad Aldobrandino in terza persona, ma anche da alcune specifiche espressioni utilizzate, difficilmente attribuibili all’autore. Questo guardando al contenuto del prologo, ma una seconda smentita alla sua affidabilità ci viene dal confronto con il resto della tradizione. Solo sei manoscritti, su un totale di circa settanta, lo riportano. Gli altri testimoni in alcuni casi ne risultano privi, in altri hanno aggiunte o brevi intestazioni nelle quali si trovano notizie difficilmente conciliabili fra loro, se non del tutto contrastanti. Aiuto altrettanto esiguo viene dalle fonti documentarie, in complesso scarse e poco attendibili. Le uniche significative si riferiscono agli ultimi anni di vita, trascorsi da Aldobrandino in Francia. Per i periodi precedenti, e in particolare per gli anni in cui dimorò in Italia, mancano del tutto le certezze. A complicare le idee contribuirono le cosiddette ‘carte di Arborea’, venute alla luce nel XIX secolo, che riportavano notizie false e fuorvianti. Tale carenza di informazioni stupisce riflettendo sulla fama di cui godette il medico Aldobrandino. Di questa fama non possiamo dubitare se sommiamo alcune considerazioni. Tra gli ipotetici committenti del Régime figurano, accanto a Beatrice di Savoia, contessa di Provenza, personaggi quali il re di Francia Luigi IX e l’imperatore Federico II.

Cfr. Sebastiano Bisson, Una versione latina del ‘Régime du corps’ di Aldobrandino da Siena (Oxford, Bodleian Library, Canon. misc. 388), tesi presso la ‘Scuola di specializzazione per conservatori di beni archivistici e librari della civiltà medievale’ dell’Università di Cassino, 2001.

16  Gianfranco Pasquali, Il mosto, la vinaccia, il torchio, dall’alto al basso Medioevo: ricerca della qualità o del massimo rendimento?, in Jean-Louis Gaulin e Allen J. Grieco, Dalla vite al vino. Fonti e problemi della vitivinicoltura medievale, Clueb, Bologna 1994, cit. pag. 43

 

 

Le viti maritate dell’agro campano.

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vite maritata 3

 

Dal mio libro

A Soufflot, architetto del Panthéon parigino, che accompagna, nel 1750, insieme a Cochin e all’Abbé Le Blanc, il giovane de la Vandière, fratello di Madame Pompadour e futuro Marquis de Marigny, nel viaggio di formazione in Italia[1] la vite appare così: « governata a tralcio lungo è tradizionalmente maritata al pioppo, in festoni tesi tra una pianta e l’altra. I festoni, in cui i tralci sono sistemati a rete – ‘a rezz’ ‘e pecore’, possono raggiungere gli otto/dieci metri di altezza; nel rigoglio estivo costituiscono un vero e proprio sistema di quinte verdi dal comportamento tessile, al di sopra delle quali sono rade le cacciate dei pioppi, potati senza scrupolo nei mesi invernali per rifornire di combustibile la grande città[2]

Il paesaggio che appare al viaggiatore del Settecento è molto simile a ciò che descrive Plinio nella sua Storia Naturale, quando racconta che «nell’agro campano le viti si maritano al pioppo; avvinghiate alle piante coniugi e salendo su di esse di ramo in ramo… ne raggiungono la sommità ad un’altezza tale, che il contratto di chi viene ingaggiato per la vendemmia prevede (in caso di caduta mortale) il risarcimento delle spese per il funerale e la sepoltura[3]

La vigoria della vite, che è una pianta rampicante, fa suggerire a Plinio l’ancoraggio al pioppo anziché all’olmo o all’acero, consuetudine questa maggiormente diffusa nel nord Italia, di cui  parla Virgilio nelle Georgiche, il cui scopo, tra gli altri è quello di insegnare agli agricoltori «sotto quale stella occorre rivoltare il suolo e legare agli olmi le viti[4].» Se per Plinio la vite si àncora meglio al pioppo, soprattutto ai fini della potatura e della vendemmia, la vera affinità elettiva, per il poeta Ovidio[5], è quella tra olmo e vite: «Nell’ultima ode del primo libro Orazio rappresenta se stesso, incoronato di mirto, mentre beve sotto una vite, con uno schiavetto che gli mesce il vino:‘Persicos odi, puer, apparatus, displicent nexae philyra coronae, mitte sectari rosa quo locorum sera moretur. Simplici myrto nihil adlabores sedulus curo: neque te ministrum dedecet myrtus neque me sub arta vite bibentem.

È noto che alle popolazioni italiche la vite era gradita per l’ombra che offriva non meno che per i suoi frutti, sicché in latino comunemente il sostantivo vitis sta a significare pergula vitis umbriferae. Ne è la prova l’ode di Orazio sopra citata, nella quale il poeta presenta la vite come arta. Questo aggettivo è stato diversamente interpretato dagli antichi commentatori: infatti Acrone gli attribuì il significato di humilis, mentre Porfirione parafrasava ‘artam vitem spissam ac per hoc umbrosam’. Non diversamente i moderni commentatori intendono gli uni arta come parva o angusta, gli altri come spissa ovvero densa. Essi tutti non tengono conto del fatto prima ricordato, ossia che comunemente in latino il sostantivo vitis non indica soltanto la pianta in sé e per sé, ma anche l’ombra proiettata dalla vite maritata a un albero oppure sorretta da una pergola. Per questo motivo l’interpretazione vulgata dell’aggettivo arta nel senso di humilis o parva o angusta non è sostenibile, dato che nell’ode si tratta evidentemente di un pergolato di vite, o, per meglio dire, della sua ombra. La vite non si può correttamente definire ‘bassa’, ‘piccola’ o ‘stretta’, poiché il poeta non si riferisce alle dimensioni della pianta, a alla qualità della sua ombra. Né d’altra parte sembra verosimile che la vite sia spissa o densa (‘folta’) in quella stagione dell’anno nella quale, come dice Orazio, rosa sera moretur, dunque sul finire dell’estate o all’inizio dell’autunno, quando le fronde della vite sono rade per essere state potate dal vignaiolo, come insegna Virgilio, ovvero perché cominciano a cadere a causa della stagione. Ritengo perciò che l’arta vitis sia l’ombra del pergolato diradata, ossia artata, ‘ridotta’, ‘ristretta’ defecto palmite, come dice Petronio in un frammento poetico, verosimilmente estratto dal Satyricon nel quale sono descritte diffusamente le umbrae, ossia le chiome della vite o del platano in autunno, sfrondate: ‘Iam nunc †argentes† autumnus fregerat umbras atque hiemem tepidis spectabat Phoebus habenis, iam platanus iactare comas, iam coeperat uvas adnumerare suas defecto palmite vitis: ante oculos stabat quidquid promiserat annus.’ L’immagine descritta da Petronio ingenti volubilitate verborum, per usare le sue parole, viene espressa da Orazio, con mirabile concisione ed eleganza, per mezzo di un unico aggettivo: il poeta descrive l’aspetto della vite poco prima o poco dopo il tempo della vendemmia, quando i tralci, sebbene diradati, sono in grado di offrirgli ancora abbastanza ombra mentre beve[6].» Così, a seconda delle zone, sia dell’agro campano che del resto del centro-sud Italia ritroviamo una viticoltura simile sia alla piantata del centro nord che all’alberata toscana centrale: «Le più celebri sono quelle aversane (dalla cittadina di Aversa, nel Casertano), che, in questo comprensorio, vengono impropriamente definite alberate. Sono prevalentemente costituite dal vitigno Asprinio, discendente dalla Vitis vinifera subsp. sylvestris, domesticata dagli Etruschi, sostenute da filari di pioppo. L’altezza media si aggira intorno ai 10 – 15 m; raramente lungo il filare, al posto di alberi vivi si utilizzano pali di castagno. Questo tipo di coltivazione è attualmente diffuso nell’area corrispondente alle tre province di Napoli, Benevento e Caserta. In queste zone, durante la formazione delle alte spalliere e durante i lavori di potatura secca, i tralci delle viti vengono sistemati in senso verticale in modo da formare un ventaglio aperto. Nelle piantate del nord Italia, invece, i tralci vengono posizionati in cordoni paralleli in senso orizzontale lungo i tiranti presenti ad altezze diverse del filare.(…) Questo paesaggio aversano ha sempre colpito i viaggiatori del Gran Tour del Settecento. Scrive W. Goethe nel suo Viaggio in Italia: Finalmente raggiungemmo la pianura di Capua…. Nel pomeriggio ci si aprì innanzi una bella campagna tutta in piano…. I pioppi sono piantati in fila nei campi, e sui rami bene sviluppati si arrampicano le viti…. Le viti sono d’un vigore e d’un’altezza straordinaria, i pampini ondeggiano come una rete fra pioppo e pioppo. Aubert de Linsolos scrive invece nei suoi Souvenirs d’Italie: … i rami della vite intrecciati ai grandi alberi all’orlo della carreggiata, danno l’idea di tanti archi trionfali di verzura, preparati per il passaggio di un potente monarca. (…) Molto particolare è la situazione dell’isola d’Ischia. Nelle zone pianeggianti del versante meridionale fino a una decina di anni fa esistevano bellissime viti maritate a pioppi secolari, oggi purtroppo quasi del tutto scomparse[7].» Sono presenti ancora oggi rari esempi di questo tipo di coltivazione nel comune di Barano (in località Chianole del Testaccio), ove le viti vengono ancora coltivate alte con spalliere e contro-spalliere e vengono sostenute da tutori morti costituiti da pali di castagno o da canne. Le zone meridionali della Campania subiscono l’influsso greco, mentre nelle zone settentrionali è evidente l’influsso etrusco: «in alcune zone del Cilento la coltivazione della vite maritata viene ancora oggi praticata ai margini dei campi, lungo i confini o in prossimità di fossati e canali di scolo delle acque, utilizzando come sostegni vivi per le viti specie arboree sia spontanee sia coltivate e quasi mai disposte con sesto di impianto. In queste aree sono molto utilizzati come tutori olmi, peri e meli selvatici, particolarmente diffusi nei campi; ma si utilizzano anche alberi da frutta appartenenti ad antiche varietà locali. Le viti, generalmente una o due per ogni albero, vengono posizionate a circa 35-40 cm di distanza dall’albero tutore e vengono fatte arrampicare lungo il tronco in modo che i tralci vengano sostenuti dalla chioma dell’albero; frequentemente i tralci più lunghi superano la superficie della chioma e ricadono verso il basso formando una specie di grosso ombrello naturale con i grappoli d’uva sospesi. La potatura di queste viti non avviene in modo regolare, cioè ogni anno, ma solo occasionalmente. Nelle zone montane del Cilento è presente anche una variante di questo tipico antichissimo sistema di coltivazione, la piantata a pergolato.

Per un corretto impianto di questa consociazione vite-albero si fa crescere la vite maritata all’albero fino all’altezza delle prime branche; qui viene allestito un pergolato con pali di legno e filo di ferro e si sistemano i tralci in modo da ottenere il pergolato al lato del filare di alberi. In questo caso gli alberi tutori sono quasi sempre piante da frutto e hanno la chioma libera. In tale tipo di coltivazione la potatura delle viti viene effettuata ogni anno. La varietà di vite più diffusa in queste coltivazioni è l’Aglianico utilizzato prettamente per la vinificazione. Tale vitigno, molto probabilmente di origine greca, solo in questi casi viene coltivato con tecniche di origine etrusca. Il vitigno presenta grappoli con bacche nere, dà origine a vini di buona qualità, molto conosciuti e apprezzati fin dal XVI secolo. Secondo alcuni autori il nome Aglianico deriverebbe da Gaurano, antico e famoso ovino romano; secondo altri deriverebbe dalle viti introdotte dagli Antichi Greci: coltivato dai Romani, fu chiamato Ellenico o Ellanico in alcune zone del Cilento e della Lucania[8]

 

[1]     Frutto della visita a Pestum è la Suitte Des Plans, Coupes, Profils, Elévations géometrales et perspectives de trois Temples antiques, tels qu’ils existoient en mil sept cent cinquante, dans la Bourgade de Pesto… Ils ont été mésurés et dessinés par J. G. Soufflot, Architecte du Roy. &c. en 1750. Et mis au jour par les soins de G. M. Dumont, en 1764, Chez Dumont, Paris, 1764.

[2]     Ilaria Agostini, Il territorio come un presepio: il paesaggio agrario nei Voyages de Naples tra Sette e Ottocento, in http://www.unifi.it/ri-vista/04ri/04r_agostini.html

[3]     Plinio, Naturalis historia, XIV, 10..

[4]     Virgilio, Georgiche, cit. versi 2 e 220 citato in Franco Cercone, Storia della vite e del vino in Abruzzo, Casa editrice Rocco Carabba, Lanciano 2008, pag. 33

[5]     Publio Ovidio Nasone, più semplicemente Ovidio (Sulmona, 20 marzo 43 a.C. – Tomi, Mar Nero, 17 – 18 d. C.), Amores, Libro II, 41. Il testo è suddiviso  in tre libri: 49 carmi che narrano la storia d’amore per una donna chiamata Corinna (personaggio letterario), secondo lo stile e le convenzioni dell’elegia amorosa: il poeta è asservito alla domina, soffre per le sue infedeltà, è geloso degli altri ammiratori e contrappone la vita militare alla vita amorosa.

[6]     Grazia Sommariva, Sub arta vite (Nota esegetica a Horat. Carm. I 38, 7-8), in http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/675/1/Sub%20arta%20vite-traduz.pdf

[7]     Raffaele Buono, Gioacchino Vallariello, La vite maritata in Campania, in ‘Delpinoa’, n.s. 44: 53-63, 2002 Pubblicazione a cura dell’Orto Botanico di Napoli

[8]  Ibidem

L’identità vischiosa del vino italiano. A proposito di un appello uscito qualche anno fa.

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Immagine tratta da http://www.connessioniprecarie.org/

Qualche anno fa uscì un appello, scritto da Marco Arturi e Sandro Sangiorgi, persone che ho avuto modo di conoscere e che stimo da diversi punti di vista, in difesa dell’identità del vino italiano: http://enoidentita.wordpress.com/2008/05/30/in-difesa-dellidentita-del-vino-italiano-2/. Il testo venne poi firmato e sottoscritto da diverse individualità e collettività del mondo vinicolo e non solo. Dopo di che, il silenzio. Recentemente mi sono di nuovo imbattuto nel testo che mi ha confermato tutte le perplessità e le contrarietà che avevo quando lo vidi per la prima volta, anche se comprendo lo spirito con cui è stato scritto. Il primo dubbio parte dal titolo: esiste un’identità del vino (al singolare) italiano? E soprattutto che cosa è un’identità? L’attacco dell’appello parte, dopo la menzione del caso ‘Brunellopoli’, contro “i teorici dell’omologazione, del liberismo selvaggio applicato al settore vitivinicolo, di quella malintesa modernità che vorrebbe qualsiasi prodotto enologico conforme ai canoni della richiesta di mercato.” Il capitalismo, tramite questi personaggi, lavorerebbe per appiattire ed omologare un mondo la cui identità sarebbe stata difesa dai disciplinari di produzione. La logica dell’establishment sarebbe quella di perseguire solamente le logiche di mercato più abbiette, attraverso l’introduzione dei vitigni migliorativi, alloctoni, senza alcuna capacità di proiezione nel futuro. L’appello termina poi con queste parole: “Per questo noi, che produciamo, raccontiamo, commerciamo, studiamo, amiamo il vino italiano, ribadiamo la nostra contrarietà a qualsiasi ipotesi di snaturamento delle denominazioni, sia attraverso l’impiego di vitigni alloctoni sia attraverso pratiche che abbiano la finalità di fare del nostro vino qualcosa di differente da sé. La forza del vino italiano risiede nella complessità e nella varietà che rappresentano risorse da valorizzare, anziché sacrificarle in nome delle presunte esigenze del gusto globalizzato.”

1) Vorrei partire da un dato: il mercato capitalistico, a cui mi oppongo dal tempo della ragione, si comporta in termini di profitto e non di altro, per cui persegue delle pratiche, comprese quelle vinicole, che possono portare tanto all’appiattimento produttivo che alla diversificazione soltanto in base al criterio della rimuneratività. Valga lo stesso se si parla del biologico o del biodinamico: il capitalismo valorizza il guadagno maggiormente competitivo a prescindere dal valore etico o morale ‘intrinseco’. Anche qualora ammanti la sua pratica come etica o pulita l’obiettivo è identico (massimizzazione del profitto), ragion  per cui esso potrebbe in breve tempo rovesciarsi nel suo contrario con altre motivazioni ‘altrettanto’ etiche o morali.

2) Sembra, da questo appello, che i disciplinari di produzione abbiano semplicemente fotografato una situazione viticola storicamente data, tanto immobile quanto luminosa, quasi se avessero registrato quello che è avvenuto prima di loro. Nulla di meno vero: la storia e soprattutto la storia contemporanea (otto-novecentesca) è piena sia di intromissioni chimiche assai pesanti che di trasformazioni umane: questo avvenne anche in quelle situazioni apparentemente naturali come nel caso delle malattie crittogamiche (fillossera in testa). Per non parlare poi gli espatri dei vitigni portati appresso durante le emigrazioni umane[1]. Ma su questo tornerò in seguito. Vediamo ora, in maniera più specifica, che cosa scrisse la legge istitutiva delle denominazioni di origine, la 930 del 1963: “Decreta:

Articolo 1

Per denominazioni di origine dei vini s’intendono i nomi geografici e le qualificazioni geografiche delle corrispondenti zone di produzione – accompagnati o non con nomi di vitigni o altre indicazioni – usati per designare i vini che ne sono originari e le cui caratteristiche dipendono essenzialmente dai vitigni e dalle condizioni naturali di ambiente. La zona di produzione di cui al precedente comma può comprendere, oltre il territorio indicato nella rispettiva denominazione di origine, anche i territori vicini, quando in essi esistono analoghe condizioni naturali e, alla data di entrata in vigore del presente decreto, si producono, da almeno dieci anni, vini immessi sul mercato con la medesima denominazione, purchè abbiano analoghe caratteristiche chimico fisiche ed organolettiche e siano prodotti con uve provenienti dai vitigni tradizionali della zona, vinificate con i metodi di uso generalizzato della zona stessa.

Articolo 2

Le denominazioni di origine dei vini sono distinte in:

a) denominazioni di origine <<semplice>>;

b) denominazioni di origine <<controllata>>;

c) denominazioni di origine <<controllata e garantita>>.

Articolo 3

La denominazione di origine semplice designa i vini ottenuti da uve provenienti dai vitigni tradizionali delle corrispondenti zone di produzione, vinificate secondo gli usi locali, leali e costanti delle zone stesse.

Alla delimitazione di tali zone si provvede con decreto del Ministro per l’agricoltura e le foreste di concerto con il Ministro per l’industria e commercio. In mancanza del provvedimento ministeriale di delimitazione la zona di produzione si intenderà costituita dall’intera circoscrizione dei Comuni ricadenti nel territorio cui si riferisce il nome o qualificazione geografica assunto come denominazione di origine del vino. Non potendo fare diversamente la legislazione parla genericamente di uve provenienti da vitigni tradizionali anche per quei territori in cui si produca lo stesso vino da almeno dieci anni. La legislazione insomma, per quanto seria, e quella della presente legge sicuramente lo è, demanda ad una successiva deliberazione, in sede consortile, la definizione della storicità o meno di un determinato vitigno. Avendo la fortuna di vivere in un paese carico di storia e di documentazione, in alcuni territori è stato piuttosto semplice definire i vitigni storici presenti da lungo tempo, per altri lo è stato sicuramente meno, per altri ancora sono prevalse situazioni di compromesso ‘politico’. Questo significa forse che non si possono definire i vitigni storici? Certamente che no!: questi sono definibili a patto che si sappia che la loro storia, così come quella umana non è così semplice, ma è un frutto costante continuativo di ibridazioni, di commistioni, di prove in nome di obiettivi a volte diversi quando non ancora contrastanti e conflittuali. Se poi pensiamo che per lunghissimo tempo il vino era elemento nutrizionale prima ancora che di piacere possiamo capire quanti tentativi siano stati fatti in passato per favorire quelli maggiormente produttivi. E poi l’omogeneità e l’omologazione: già per tutto l’Ottocento, in un’ottica prettamente positivistica e scientista, ci furono dibattiti a volte roventi per discutere di come si potesse uniformare il vino, per zone di produzione, in modo tale che fosse organoletticamente omogeneo, per cui riconoscibile nella sua tipicità e quindi esportabile. L’industrializzazione, ma non solo vinicola, sembrò allora l’unico processo di tipizzazione del vino quanto della sua omologazione forzosa. Ci portiamo appresso un paradosso che non è dell’oggi, né di ieri ma di un po’ di tempo fa e anche il concetto di tipicità non ha avuto sempre lo stesso significato. Il problema di allora era uniformare; oggi diversificare.

3) Alloctono e autoctono rimanda ad un problema non solo nominale: già scrissi a questo riguardo, ma è bene ricordare come spesso diventi complicato, in natura, definire una cesura temporale: “Per stabilire l’autoctonia o alloctonia di una pianta i botanici hanno ipotizzato diversi sistemi, alcuni basati sul periodo di introduzione, altri sul grado di naturalizzazione, o anche misti (per una rassegna si rimanda a Viegi et al. 1973). Essi danno luogo anche a sistemi di classificazione che distinguono nel contingente esotico le classiche, le archeofite, le neofite, le avventizie, coltivate, naturalizzate, eccetera.

a. Il criterio temporale. E’ comune considerare indigene le piante presenti da così tanto tempo da non poter stabilire quando e come si siano insediate. Ad esempio, negli elenchi floristici delle specie esotiche presenti in Italia capita che non vengano incluse le cosiddette esotiche classiche, specie giunte in epoca romana (così Viegi et al. (1973), mentre Maniero (2001), per questioni di documentazione, fa iniziare la sua Fitocronologia d’Italia dal 1260). Un’altra soglia fondamentale è il 1492, ossia la scoperta delle Americhe: mentre in Europa questa data divide le specie archeofite, ossia provenienti dal Vecchio Mondo, dalle specie neofite, in America essa è usata come soglia temporale per distinguere le specie introdotte (anche se alcuni considerano autoctone anche quelle registrate nei primi erbari, risalenti al XVIII sec).

E’ chiaro che qualsiasi soglia temporale è discutibile: la scelta è più che altro basata su fatti salienti della storia umana (ovviamente quelli che hanno ripercussioni sulla storia naturale, ma forti di una loro carica simbolica), e soprattutto è difficile da documentare. Oggi la paleobotanica permette di datare i ritrovamenti di semi e tracce di specie anche assai antichi, ma non elimina i problemi di interpretazione e utilizzo dei dati raccolti. Il criterio temporale è assai arbitrario, tuttavia resta quello più intuitivo ed utilizzato ‘a buon senso’, ad esempio dalle associazioni per la difesa della natura che tendono a difendere ‘quel che c’era un tempo’: ad esempio  Flora Locale, un’organizzazione per la difesa dell’integrità floristica della Gran Bretagna, usa come limite 2000 anni fa (probabilmente individuando nella conquista romana il primo grave sconvolgimento), mentre l’italiana Associazione Vivai Pro Natura include nel suo catalogo di specie autoctone lombarde anche specie giunte assai recentemente. (…)

Più di un autore ha notato che anche nel mondo scientifico esistono pregiudizi e diffidenza sulle entità esotiche, così come nel senso comune. Il più frequente riguarda l’invasività delle specie esotiche: ad esempio, su un migliaio di  saggi esaminati, Pyšek ha riscontrato che il temine alien è spesso utilizzato come sinonimo di pianta invadente. Gli studi sulle invasioni sono quasi esclusivamente concentrati sulle specie alloctone, e addirittura per le piante infestanti indigene egli stesso ha proposto di usare, anziché il termine  invader, il termine meno negativo expanding – specie in espansione, evidentemente nei loro diritti… E’ bene chiarire, poiché questo è uno degli argomenti più usati contro le specie esotiche, che anche le specie native possono essere infestanti e che non tutte le specie esotiche sono necessariamente invadenti; sono soprattutto le specie ‘naturalizzate’ (proprio quelle assimilate alle native anche negli elenchi floristici …) a trovarsi così bene da tendere talvolta ad espandersi in modo preoccupante. La potenzialità invasiva dipende da specie a specie e dal luogo in cui essa si trova, perciò non esistono regole che permettano di distinguere preventivamente le specie pericolose[2].”

Rimane possibile, a mio parere e ribadendo quanto scritto sopra, definire una storicità di un vitigno sulla base di documenti e comparazioni, il che non rende né improbabile che in alcune zone vi fossero altri vitigni più antichi ma poi dispersi o estirpati perché meno produttivi, né impossibile che il vitigno storico riconosciuto potesse essere sensibilmente diverso da quello che ci è dato avere oggi.

4) Potrebbe essere utile continuare sulla fertile strada intrapresa da Furio Jesi quando sostiene la ‘metamorfosi disciplinare[3]‘ del mito, e quello nazionale lo è sicuramente, e la sua funzione normativa: “Tutto questo è per me oggi il significato della parola mito. Una macchina che serve a molte cose, o almeno il presunto motore immobile e invisibile di una macchina che serve a molte cose, nel bene e nel male. È memoria, rapporto con il passato, ritratto del passato in cui qualche minimo scarto di linea basta a dare un’impressione ineliminabile di falso; e archeologia, e pensieri che stridono sulla lavagna della scuola, e che poi, talvolta, inducono a farsi maestri per provocare anche in altri il senso di quello stridore. Ed è violenza, mito del potere; e quindi è anche sospetto mai cancellabile dinanzi alle evocazioni di miti incaricate di una precisa funzione: quella, innanzitutto, di consacrare le forme di un presente che vuol essere coincidenza con un eterno ‘presente’[4].” Il mito ‘tecnicizzato’ si sostanzia in azione e diviene per Jesi interpretazione mistica e fraudolenta della storia: “lo scopo della moderna scienza del mito o della mitologia, lo scopo dei mitologi moderni è questo: avere sulla tavola qualcosa di molto appetitoso, che senza esitare si direbbe vivo, ma che è morto e che, quando era vivo, non possedeva un colore così gradevole. Il colore della vita non è una prerogativa molto frequente di ciò che è vivo[5].”

E l’identificazione nazionale, l’identità vinicola italiana, ridefinisce i rapporti tra generale e particolare, inducendo una trasformazione della legittimità culturale: “(…) Ma allora quando è che si è imposto alle nostre società il concetto di nazione? Quando abbiamo cominciato a pensare che le nazioni fossero i soggetti della storia? Tanto che oggi le organizzazioni mondiali si chiamano Società delle Nazioni o Nazioni Unite. [Non a caso l’idea di nazione si forgia in contemporanea con il nascere dello storicismo e con l’affermarsi della teoria dei soggetti contro la teoria delle cause: il mondo è prodotto dallazione di un soggetto, non generato come effetto da una causa.] Già la domanda sul ‘quando’ suona blasfema a un patriota. Per lui la nazione è qualcosa di originario, un retaggio primordiale che forse era stato dimenticato, sepolto nella memoria e solo di recente è riaffiorato, identità ritrovata. Siamo di fronte a una duplicità: la nazione è stata pensata, creata di recente, ma essa pensa se stessa come antichissima. I nazionalismi sono nati tra la fine del ’700 e l’inizio dell’800, ma per quell’epoca parliamo di risveglio dei nazionalismi, come se fossero emersi da un lungo sonno. Ci sembra che le nazioni siano sempre esistite. Ma così pensando cadiamo nella trappola che la nazione stessa ci tende: ‘Il nazionalismo non è il risveglio delle nazioni all’autocoscienza: esso inventa nazioni là dove esse non esistono’, afferma Ernest Gellner. Non ci accorgiamo che un modo tipico con cui la modernità produce il domani è quello di costituirsi uno ieri. Plasmare il nuovo inventando una tradizione. Si crea una comunità inedita immaginando di appartenere a una remota e dimenticata. Un po’ come i musulmani neri costruiscono la propria identità elaborando un’originaria nazione perduta e ritrovata dell’Islam, e come i mormoni pensano di essere discendenti di una perduta e ritrovata tribù d’Israele. Una linea di pensiero che indaga in questa direzione è rintracciabile, se pur in forma frammentaria, nei Quaderni dal carcere dove, parlando de La storia come ‘biografia’ nazionale, Antonio Gramsci osserva: ‘Si presuppone che ciò che si desidera sia sempre esistito e non possa affermarsi e manifestarsi apertamente per l’intervento di forze esterne o perché le virtù intime erano ‘addormentate’[6].”

5) L’identità, appunto, fa parte di quei discorsi vischiosi, dove si cerca per stabilire una garanzia di coerenza attraverso la riduzione della molteplicità: “Le arti del separare in ambito tecnologico, i processi di purificazione in ambito organico, le tecniche di analisi in ambito intellettuale indicano modi di comportamento che , sul piano sociale, danno luogo alla gamma piuttosto ristretta di possibilità in cui si annida e fiorisce il ‘germe della pulizia’ (comunque poi questa venga intesa e praticata[7].” Siccome l’appello è lontano, avendo avuto modo di conoscere gli autori, da qualsiasi opera di purificazione astratta e di cesura ‘etnica’, sarebbe stato più accorto ragionare sugli strumenti argomentativi e linguistici che si adoperano per combattere il proprio avversario, proprio perché o le parole che usiamo hanno una valenza politicamente universalistica e con la stessa capacità esplicativa oppure no e quindi sono passibili di interpretazioni e letture che ne darebbero un senso inequivocabilmente opposto da quello utilizzato dagli estensori (le firme di variegate tendenze politiche dimostrano l’’equivoco’ di fondo). E quindi ancora non sono tanto le parole in sé ad essere discutibili quanto i concetti semplificatori sottostanti: “L’intera funzione del pensiero è produrre abiti d’azione. […] Per sviluppare il significato di qualsiasi cosa, dobbiamo semplicemente determinare quali abiti produce, perché ciò che una cosa significa è semplicemente l’abito che comporta. […] non c’è distinzione di significato così fine da non consistere in una possibile differenza pratica. […] La nostra idea di qualcosa è l’idea dei suoi effetti sensibili; e se immaginiamo di averne un’altra inganniamo noi stessi, e confondiamo una mera sensazione che accompagna il pensiero con una parte del pensiero stesso. […] Consideriamo quali effetti, che potrebbero concepibilmente avere conseguenze pratiche, noi pensiamo che gli oggetti della nostra concezione abbiano. Allora, la nostra concezione di questi effetti è l’intera nostra concezione dell’oggetto[8].” Noi sappiamo, così come la sapevano gli antichi che le usanze sono mutevoli e forse più che attenersi ad esse perché storicamente incarnate simbolicamente crostificate sarebbe forse più opportuno scegliere le migliori, e su quali queste possano essere non si può che dare il conflitto tra pratiche, modalità, saperi e posizioni politiche differenti: “Segue poi nel testo della legge, che dei culti patrii si osservino i migliori; in merito a questo gli Ateniesi consultarono Apollo Pizio, per sapere quali culti cioè si dovessero assolutamente mantenere, e l’oracolo rispose: “Quelli che già fossero nell’usanza degli antenati “. E dopo essersi recati una seconda volta, dicendo che le usanze dei padri erano spesso mutate, essi chiesero quale usanza fra le tante così varie dovessero seguire in particolare, l’oracolo rispose: ” La migliore”. E senza dubbio è così, che debba esser considerato più antico e più vicino al dio ciò che è il meglio. (…)[9].” Un’identità che si fissa immobile nel tempo non ha passato né futuro perché è un essere che nulla ha mai cessato di essere, per parafrasare Plotino: combattiamo quindi per ciò che del passato e del presente ci interessa difendere, il meglio per noi (e qui concordo con gli autori), nelle incessanti e mutevoli identità del vino.

[1] Cfr. Simone Cinotto, Terra soffice uva nera: vitivinicoltori piemontesi in California prima e dopo il proibizionismo, Otto, Torino 2007

[2] Claudia Cassatella, Vegetazione autoctona e vegetazione alloctona, Quaderni della Ri-Vista Ricerche per la progettazione del paesaggio; Dottorato di ricerca in Progettazione paesistica – Università di Firenze, numero 1 – volume 2 – maggio-agosto 2004, Firenze University Press.

[3] Cfr. David Bidussa, La macchina mitologica e la grana della storia. Su Furio Jesi, pp. 93 -128 in Furio Jesi, L’accusa del sangue. Mitologie dell’antisemitismo. Morcelliana, Brescia 1993

[4] Ibidem, pag. 101

[5] Furio Jesi, Gastronomia mitologica. Come adoperare in cucina l’animale di un Bestiario, in Furio Jesi, Materiali mitologici. Mito e antropologia nella cultura mitteleuropea, Einaudi, Torino 2001 pag 176

[6] Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origine e diffusione dei nazionalismi, prefazione di Marco d’Eramo, Manifesto Libri, Roma 1996 (Imagined Communities Reflections on the Origins of Nationalism; Verso, London, 1983).

[7] Francesco Remotti, Contro l’identità, Editori Laterza, Bari – Roma 1996, pag. 29

[8] Peirce, 1878, How to Make Our Ideas Clear, in The Popular Science Monthly, vol. 12, pp. 286-302, in CP 5.400, trad. it. in Opere, p. 383 e Scritti scelti, p. 215

[9] Marco Tullio Cicerone, De legibus, Libro II, 40 composto nel 52 a.C.

Lilac Wine – Vino di Lillà.

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lillà

I lost myself on a cool damp night – Mi sono smarrito in una fredda notte umida

I gave myself in that misty light – Ho dato me stesso in quella luce nebbiosa

Was hypnotized by a strange delight – Ero stato ipnotizzato da una strana delizia

Under a lilac tree – Sotto a un albero di lillà

I made wine from the lilac tree – Ho estratto del vino dall’albero di lillà

Put my heart in its recipe – Ho messo il mio cuore nella sua ricetta

It makes me see what I want to see – Mi fa vedere quello che voglio vedere

and be what I want to be – ed essere ciò che voglio essere

 

When I think more than I want to think – Quando penso più di quanto voglia pensare

I do things I never should do – Faccio cose che non dovrei mai fare

I drink much more that I ought to drink – Bevo molto di più di quanto dovrei

Because (it) brings me back you… – Perché (questo) mi riconduce a te…

 

Lilac wine is sweet and heady, like my love – Il vino di lillà è dolce e inebriante, come il mio amore

Lilac wine, I feel unsteady, like my love – Vino di lillà, mi sento instabile, come il mio amore

Listen to me… I cannot see clearly – Ascoltami … Non riesco a vedere chiaramente

Isn’t that she coming to me nearly here? – Non è che lei sta venendo qui accanto a me?

Lilac wine is sweet and heady where’s my love? – Il vino di lillà è dolce ed eccitante dov’è il mio amore?

Lilac wine, I feel unsteady, where’s my love?  – Vino di lillà, mi sento instabile, dov’è il mio amore?

Listen to me, why is everything so hazy? – Ascoltami, perché è tutto così confuso?

Isn’t that she, or am I just going crazy, dear? – Non è che lei, o sto solo impazzendo, tesoro?

Lilac Wine, I feel unready for my love… – Vino di lillà,  Non mi sento pronto per il mio amore…

“Lilac Wine” è una stata scritta da James Shelton nel 1950 e poi ripresa da molti altri autori: Eartha Kitt, Judy Henske, Nina Simone. Jeff Buckley la inserì nel proprio album di debutto, “Grace” (1994).

Immagine tratta da Wikipedia.

Percorso evolutivo dei vini bianchi. Di Nico Speranza “Vittorini”.

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sotolone

Storia di una molecola odorosa, capace di banalizzare il corredo aromatico?

Nico Speranza Vittorini, http://www.vittorini.it/, ci presenta il Sotolone.

Durante il mio percorso evolutivo nel mondo del vino, mi trovo sempre più spesso in contrasto con quello che rappresenta una condotta di un pensiero che il più delle volte ci vede parlare di vino in modo stereotipato. Una delle tendenze in atto considera che un grande vino bianco debba essere legato sia alla capacità di un lungo invecchiamento che all’evoluzione di un corredo aromatico di tutto rispetto. La ricerca scientifica ha dimostrato che lo strumento odorifero dell’uomo (il naso) sarebbe in grado di riconoscere una molecola odorosa particolare: “il Sotolone”.

Sono qui a presentarvelo: eccolo a voi in un scenario di sensazioni emozionali tra amici o in situazioni ufficiali o addirittura in posti incantevoli! Scelta dell’etichetta giusta, blasonata, calici che ruotano tra le mani, grandi aspettative.

“Salve a tutti sono il Sotolone! Sono stato scoperto dai francesi che mi chiamano PREMOX, compaio nei vini bianchi in modo più o meno rapido durante l’affinamento in bottiglia, il mio quadro olfattivo è riconducibile ad aromi di canfora, miele, curry e cera d’api. Quando arrivo ho una soglia di percezione bassissima (0,8 μg/L l’isomero S): spazzo via e copro tutte le altre famiglie aromatiche. Addio tipicità varietale, addio terroir! Sono internazionale: parlo tutte le lingue, sono in Alsazia, nel riesling della Mosella, nel Verdicchio e nel Soave ma anche nel Fiano. Mi formo tramite un aldocondensazione tra l’acido chetobutirrico (naturalmente presente in tutti i vini) e l’aldeide acetica la quale si origina da un’ossidazione del vino. Devo quindi la mia vita all’ossigeno che gioca un ruolo a mio favore ma anche al tappo o meglio a quel suo difetto di lasciare passare ossigeno. Nella disputa non tutti sono a mio favore; se al vignaiolo gli viene in mente di lasciare in campo (nel vino) per molto tempo le fecce di fermentazione, queste ultime degradandosi (lisi del lievito) liberano antiossidanti che mi disturbano non riuscendo a farlo esprimere al meglio. Sono sempre il protagonista e alla fine, inequivocabilmente, la vittoria sulle altre famiglie aromatiche aspetta a me.

In questa diatriba ho dei tifosi che mi apprezzano, e addirittura sostengono che con me in campo il vino acquista autorevolezza, complessità, insomma per l’opinione generale anch’io ho un ruolo importante; al mio sostegno è legato il valore dei grandi vini bianchi. Ma, se un domani si invertisse la tendenza, e si degustassero solo grandi etichette di annate correnti, io non avrei più ragione di essere.”

 

Un Falerno di cent’anni alla cena di Trimalcione.

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SatyriconFellini69

Mario Romagnolo è Trimalcione in Fellini Satyricon da Wikipedia.

La scena è nota: Encolopio e i suoi amici squattrinati, Ascilto e Gitone, vengono invitati a cena dal liberto Trimalcione. “Quid ? vos ’ – inquit -‘nescitis, hodie apud quem fiat? Trimalchio, lautissimus homo… horologium in triclinio et bucinatorem habet subornatum, ut subinde sciat quantum de vita perdiderit.” (“Ma come, non sapete da chi andiamo oggi? Da Trimalchione, un uomo raffinatissimo, che nella sala da pranzo tiene un orologio con tanto di trombettiere per essere consapevole, in ogni momento, quanto della vita ha perduto”) (26.9).  Poco dopo fa il suo ingresso trionfale, grottesco e smisurato Trimalcione, il padrone di casa, che segue un primo ‘antipasto’ fatto di olive nere servite nella bisacca di un asinello di metallo, che, a sua volta, regge piatti pieni di ogni ghiottoneria, tra cui dei pregiatissimi ghiri.  E poi il vino: «Subito furono portate delle anfore di vetro scrupolosamente sigillate con il gesso, sul cui collo erano apposte delle etichette con questa scritta: “Falerno  Opimiano di cent’anni”. Mentre eravamo impegnati a leggere le etichette, Trimalcione batté le mani e: “Ahimè, dunque il vino vive più a lungo di un ometto. Perciò beviamo pure come spugne! Il vino è vita. E questo è Opimiano puro. Ieri non ne ho offerto di così buono, eppure cenavano persone ben più di riguardo” (34.6).

L’orologio che scandisce il movimento vitale che perde poco a poco dei pezzi si contrappone alla longevità del vino, alla fugacità di un tempo, che, come per Orazio, va colto nell’immediatezza del presente. La morte fa da contrappunto alla vita, in una sorta di parodia che recupera un predente storico, in cui Erodoto (Storie 2,78) narra di come in Egitto, durante i banchetti, si mostrasse un cadavere di legno per mostrare la caducità della vita. E, infatti, anche nel sontuoso banchetto di Trimalcione farà la sua comparsa, di lì a poco, uno scheletro d’argento a rappresentare la morte. Alla fine della cena l’orologio[1] si ripresenta nel monumento funebre, ‘accompagnato’ da anfore per il vino (…amphoras copiosas gypsatas, ne effluant vinum, 71.11) e da rappresentazioni dell’attività commerciale e dell’arricchimento di Trimalcione, che possiede navi per il trasporto di anfore vinarie: plenis velis euntes. Perché il vino è oro a quel tempo. «Il padrone (…)mi lasciò tutta la fortuna eccetto il lascito dovuto all’imperatore e io ho raccolto un patrimonio da senatore. Ma nessuno ne ha mai abbastanza. Mi prese la smania del commercio. Per farla breve, feci costruire cinque navi. Le carico di vino, era  come oro a quel tempo, le spedisco a Roma. Neanche a farlo apposta: tutte le mie navi naufragarono. E’ accaduto non sono storie: in un giorno Nettuno mi ha mangiato 30 milioni di sesterzi. Credete che mi persi di coraggio? Per Ercole, questa perdita non mi colpì più di tanto, come niente fosse. Feci costruire altre navi, più grandi e migliori, più fortunate anche, così che tutti mi chiamavano l’intrepido. Si sa, una nave ha una grande capacità. Vi caricai di nuovo vino, lardo, fave, profumi e schiavi…[2]»

Falerno Opimiano, convenzionalmente longevo, dai cento anni e più per designare una straordinaria costanza all’invecchiamento: «Marco Anneo Lucano ricorda di Giulio Cesare il quale, dopo aver sconfitto Pompeo Magno, invita la regina Cleopatra, avvezza a bere vino Mareotico di Alessandria, a brindare con Falerno dalla spuma sottile. Virgilio nelle Georgiche  ricorda che nelle celle vinarie “…non c’è altro vino a contendergli il primato…”, mentre Orazio afferma che il Falerno più vecchio aveva uno spazio riservato nelle migliori cantine dove “era custodito con grande cura nella loro parte più profonda” [3].» A proposito del Falerno opimiano della cena petroniana, vecchio di 100 anni Plinio racconta che ai suoi tempi, con Caligola imperatore, erano ben custodite, nelle celle vinarie, bottiglie di Falerno Opimiano dell’anno 121 a.C., ovvero l’anno 633 di Roma e che contavano, in quel momento storico, più di 160 anni: «I Romani calcolavano il merito di questo liquore coll’epoche de’ fasti consolari. (Veteris proferte Falernos Consulte Tibull. Eleg. 1 lib II; Bibuli consulis amphoram. Horat Od. 28 lib III; Quaeque annus coxit Opimi Martial. Epigr. 40 lib II;) L’Opimiano vantava un secolo di antichità nella cena sontuosa di Trimalcione, avvegnachè un istorico rispettabile richiami in dubbio l’identità del prodotto del consolato di Opimio, col prodotto che si usurpava il nome di Opimiano (Celeberrimum vini Opimìani nomen, quod jam nullum esse spatio annorum colligi potest; cum ab eo sint ad te; Marce Vinci, consulem anni CLI Patercul. Histor. lib II )[4]» Lo storico Velleio Patercolo, vissuto all’epoca dell’imperatore Tiberio, parla infatti di “vini per i trionfatori” e diversamente da Plinio, riferisce che detta annata sarebbe ricaduta nell’anno 151 a. C., in occasione del consolato di Marco Vinicio. «Questi vini, ricorda Plinio, dopo anni di lungo invecchiamento, assumevano la consistenza e il sapore di miele amaro e per berli era necessario stemperarli con acqua, così come riferisce anche Catullo (Ep.XXVII). Altri, invece, si presentavano completamente solidificati, utilizzati nelle migliori cantine per valorizzare vini di minore pregio[5].»

[1] Cfr. Alberto Borghini, Qualche altra riflessione sul tema dell’orologio nella Cena petroniana Lezione tenuta presso l’Università di Torino, Palazzo Nuovo, Dip. di Filologia, Linguistica e Tradizione Classica “Augusto Rostagni”, 21.12.2011. Articolo pubblicato nel sito web http://www.senecio.it, sezione “Saggi, enigmi, apophoreta” (in collaborazione con VICO ACITILLO- POETRY WAVE). Fondatore: Emilio Piccolo – Direttore: Andrea Piccolo e Lorenzo Fort. Redazione: Sergio Audano, Gianni Caccia, Maria Grazia Caenaro, Claudio Cazzola, Lorenzo Fort, Letizia Lanza

[2] Vita di Trimalcione. Tratto da:///C:/Documents%20and%20Settings/stara/Desktop/paul-veyne-la-societc3a0-romana.pdf

[3] Pasquarella C., D’Auria G., Lauro P., Uve e vini della Campania nella letteratura: dalla civiltà Romana al Gasparrini, Università degli Studi di NapoliFederico II Dipartimento di Arboricoltura, Botanica e Patologia vegetale Facoltà di Agraria – Portici 2013 in pomonacampana.com/wp-content/…/testo_ultimo.pdf

[4] Economisti classici italiani. Scrittori classici italiani di economica politica, Parte moderna Tomo XXVIII, Milano nella Stamperia e Fonderia di G. G. De Stefanis a San Zeno n° 534, 1814

[5] Uve e vini della Campania cit.

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